Cinzia BALDAZZI – La parola straniata viaggia sul Nilo (Agatha Christie secondo Attori e Tecnici)

 

Lo spettatore accorto

 

 

LA PAROLA STRANIATA VIAGGIA SUL NILO

La storica compagnia “Attori e Tecnici” mette in scena, a Roma, un adattamento di “Assassinio sul Nilo”

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Nel bel Teatro Vittoria a Roma, nel cuore di Testaccio, dopo aver sceso un paio di scalinate vellutate di rosso, e quindi ben protetti dalle influenze e distrazioni del mondo over ground (e vedremo perché, in via utopica, il particolare si rivelerà molto importante), in sala si spengono le luci. Dunque, nel buio dell’ampia platea, ecco l’irruzione rumorosa di quattro ambulanti arabi, coperti dai loro lunghi caftani color sabbia. Mentre tentano di vendere braccialetti e collane agli spettatori, sono còlti dall’improvvisa illuminazione centrale: ritrovatisi così nel soggiorno del lussuoso barcone “Karnak” che conduce i turisti giù lungo il Nilo, ora in sosta prima di partire per Abu Simbel, vengono cacciati in malo modo dal personale di bordo. Ha inizio lo spettacolo.

Quando si è accostato a me uno degli ambulanti, ho provato uno stupore che, a essere sincera, non riconoscevo da anni: però non troppo intenso, in quanto ero preparata ad assistere a una messa in scena nata dalla scuola del maestro Attilio Corsini, del quale, lui in vita, non ho perso uno spettacolo, e dove frequentemente gli attori entravano alle nostre spalle. Brechtiano lui e brechtiana anche questa eredità tecnico-artistica, conservata negli anni dalla compagnia Attori e Tecnici da lui fondata. Eccelle, tra i tanti interpreti, proprio come attrice brechtiana, Claudia Crisafio, la giovanissima ereditiera Kay Mostyn, una delle quattro vittime di Assassinio sul Nilo, il ben noto romanzo di Agatha Christie che, nel passaggio alla versione teatrale, fa a meno del protagonista, l’investigatore belga Hercule Poirot.

Vi chiederete: ma cosa c’entra il drammaturgo e teorico tedesco (1898-1956) con la contemporanea scrittrice inglese (1890-1976)? Emilio Castellani, nell’introduzione agli scritti di Brecht su teoria e tecnica dello spettacolo, ha riassunto i caposaldi di tale estetica. In primo luogo: “Forza motrice e determinante dello spettacolo teatrale rimane per lui la recitazione”. L’edizione di Assassinio sul Nilo curata dall’attore-regista Stefano Messina è interamente “parlata” dal primo all’ultimo secondo, in uno spettacolo di due lunghi atti.

Si aggiungono, a un simile modo di concepire il teatro tedesco, “una serie di componenti integratrici, volte a configurarne il gesto necessario, caso per caso, alla retta comprensione del significato d’insieme di quanto viene detto (trama)”. La Crisafio si muove e si agita in una dinamica particolarmente differenziata, àltera la voce, si siede e si alza, per rendere più significativo il messaggio recitato. Nel teatro di Attilio Corsini, lo ricordiamo soprattutto nel memorabile allestimento de I due sergenti, apparivano anche “integrazioni, infrastrutture e sovrastrutture che vanno dalle cosiddette arti sorelle (canto, musica, coreografia, scenografia, arredamento) agli effetti luministici”: questi ultimi sono molto presenti nell’attuale realizzazione dell’Assassinio sul Nilo, i cui passaggi temporali, anche se ravvicinati, sono scanditi dalla chiusura del sipario, un ampio telo bianco che, a mo’ di tenda, una volta tirato diviene schermo sul quale si proiettano geroglifici in bianco e nero, dettagli di antiche mappe geografiche, silohuette egizie animate, il tutto commentato da una coinvolgente musica araba.

Mancano invece, probabilmente per libera scelta poetica, rispetto alla scuola “corsiniana” originaria, i “ritrovati tecnici” come le brechtiane “scena girevole, scorrevole, elevabile, proiezioni in scena, sonorizzazione ecc”. La domanda a questo punto diventa fondamentale, e me la sono posta durante tutto il corso della storia.

La ricchissima Kay Mostyn è in crociera con il neo-marito Simon Doyle sul battello che conduce i turisti lungo il Nilo. Si è imbarcata anche Jacqueline de Severac, un tempo migliore amica di Kay, intenzionata a ossessionarla con la sua presenza, ritenendola colpevole di avere sposato il suo ex-fidanzato del quale è ancora innamorata. Jacqueline, a quanto sembra in preda alla gelosia, ferisce Simon sparandogli alla gamba. Il mattino successivo, Kay viene trovata uccisa nel suo letto, con un colpo di pistola alla tempia. Medesima sorte toccherà alla sua assistente Louise, forse perché sapeva troppo.

A quale domanda mi riferivo? All’essersi o no raggiunto, nella presente edizione degli Attori e Tecnici, l’effetto di straniamento al quale tutta l’impalcatura brechtiana era finalizzata, e del quale Corsini è sempre stato un modernissimo elaboratore, dai tempi del classico Rumori fuori scena di Michael Frayn. L’intera omissione della parte dei “ritrovati tecnici” citati – l’ambientazione rimane infatti fissa e immutata dall’inizio alla fine – ha compromesso il raggiungimento dello scopo del quale si sta parlando? In certo senso no, perché Brecht raccomandava a quanti ritenevano il mondo dominabile da parte dell’uomo, e volevano rappresentarlo come tale, di non allontanarsi da un qualsiasi realismo pur simbolico, rinunciando così ad avvalersi di formule artistiche specifiche, di “scuola”, se vogliamo anche dei migliori cliché di teatro tradizionale (lui diceva “drammatiche”, e non “epiche”). E un simile intento, il regista Stefano Messina sicuramente ha deciso di seguire.

Sulla mancanza, invece, dei meccanismi simultanei tipici delle migliori tappe del percorso della compagnia, la presente edizione ha saputo valutare una soluzione molto matura, che rispetto e incoraggio, anche se parziale rispetto all’intero complesso che si sarebbe potuto ottenere con la scelta sopra indicata: l’importanza della parola, da “figlia dei cervelli” di tutti gli scrittori come avviene nei “gialli”, straniata tra le righe di Agatha Christie, diviene – sulla bocca di Kay (la brava Crisafio), dell’amica assassina Jackie (Elisa Di Eusanio), della signorina Foulkes (Viviana Toniolo) e dell’assistente Louise (Annalisa Di Nola) – parola vitale ma cagionevole, forte ma vulnerabile, come l’omicidio-suicidio finale al di là della tenda bianca. In un colore di scena, messo in evidenza da quella “parola”, dove la scena stessa diviene pallida, nessuna battuta può essere vitale senza errore: quando ecco che, senza preavviso, l’intera compagnia si allinea immobile, di profilo rispetto allo spettatore, poi, con fare festoso, quasi da marionetta, accenna passi di ballo scherzosi e giocosi, mentre la musica orientale riconquista l’attenzione.

Gli Attori e Tecnici di questa versione di Assassinio sul Nilo hanno, in sostanza, rifuggito l’assoluta chiarezza del plot teatrale della Christie, evitando di rappresentarne la totale consequenzialità e regola logica, perché hanno temuto di offuscarne la gioia della contemplazione, il piacere di sciogliere gli enigmi del triangolo amoroso: questi ultimi sono affidati a un’ammirazione calma e tranquilla, gestita perlopiù dal personaggio dello zio Ambrose, il canonico Pennefather (cui l’autrice affida la propria voce), suscitando un’ammirazione, o meglio, una reazione ponderata al “mirabile” della vicenda in cui si consuma una vendetta ben congegnata.

In conclusione, il nostro Messina, insieme allo scenografo Alessandro Chiti, alla costumista Isabella Rizza, hanno originalmente seguito una traccia assai poco ascoltata e realizzata di Brecht, quando affermava: “Indispensabile all’efficacia artistica è che il materiale sia calmo. Detto in parole povere: una persona emozionata, le cui singole battute non possano sussistere senza predecessori e successori, produrrà, come una persona eccitata, una emozione dello spettatore”. Poiché, a quanto pare, “il nervosismo turba ogni godimento ed è perciò da respingere. La parola stessa non deve mai essere eccitata”. Uscendo dal Teatro Vittoria, abbiamo ricordato un’altra modalità, poco diffusa, in cui la parola del teatro può diventare straniante, quindi condurre fuori dalle distrazioni della trama e dell’intreccio (nel caso della Christie, fortissime), tra amanti, complici e traditori, per entrare nel messaggio globale dell’opera: si uccide per amore, per denaro, per invidia. Come sempre. Ma, questa volta, sul Nilo.

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Assassinio sul Nilo di Agatha Christie (traduzione Edoardo Erba)  Con Viviana Toniolo, Annalisa Di Nola, Stefano Messina, Carlo Lizzani, Roberto Della Casa, Elisa Di Eusanio, Sebastiano Colla, Claudia Crisafio, Viviana Picariello, Valerio Camelin  scene Alessandro Chiti – costumi Isabella Rizza – musiche Pino Cangialosi – luci Emiliano Baldini-  regia Stefano Messin-una produzione Attori & Tecnici – Teatro Vittoria di Roma

Autore: admin

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