Umberto ROSSI- A Teatro, recentemente….(“Il visitatore”, “Quello che non ho”)

 

A Teatro, recentemente*

 

IL VISITATORE

di Éric-Emmanuel Schmitt

Il visitatore

Regia di Valerio Binasco

Interpreti  Alessandro Haber, Alessio Boni, Nicoletta Robello Bracciforti, Alessandro Tedeschi.  Scene   Carlo De Marino   Musica   Arturo Annecchino  Luci  Umile Vainieri

http://www.teatrostabilegenova.it/spettacoli/il-visitatore/

http://www.goldenartproduction.com/image/Il%20Visitatore%20ok.pdf

Compagnia  Goldenart Productio- Allo Stabile di Genova

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Éric-Emmanuel Schmitt (1960), belga di origini francesi, ha scritto Il visitatore (Le visiteur) nel 1993, il testo ebbe subito un grande successo e fu coronato, lo stesso anno, da ben tre Premi Molière: Rivelazione teatrale, Miglior autore, Miglior spettacolo di teatro privato. In Italia questo copione fu messo in scena nel 1996 da Antonio Calenda, interpreti principali Turi Ferro e Kim Rossi Stuart. Nuova edizione, poi, nel 2006, per iniziativa di Marco Predieri e Marcello Allegrini.

E’ ora la volta della versione di Valerio Binasco che cura regia e adattamento per una compagnia guidata da Alessandro Haber. La vicenda si colloca a Vienna in una notte del 1938, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich (Anschluss), e ha per sfondo l’appartamento di Berggasse 19 in cui abita Sigmund Freud con la figlia Anna. Lo scienziato, malato di cancro alla gola, è dubbioso se sottoscrivere o meno il documento in cui attesta di essere stato trattato bene dai nazisti, certificazione che permetterebbe a lui e ai famigliari di emigrare, prima in Svizzera poi a Londra. Nella notte in cui risuonano i canti trionfali delle truppe d’occupazione, il fondatore della psicanalisi moderna riceve due visite: un sottoufficiale delle SS in cerca di denaro facile e un misterioso individuo che dice di essere, o è, Dio.

Con questo secondo ospite inizia un dialogo che coinvolge i maggiori temi dell’esistenza, dalla fede alla coerenza della morale, dalla razionalità alla religiosità. E’ un dialogo fitto e pesante da cui emerge la bravura degli attori, nel caso, oltre al protagonista, Alessio Boni, Nicoletta Robello Bracciforti e Alessandro Tedeschi. La chiave di lettura adottata dal regista, a differenza di quella usata a suo tempo da Antonio Calenda, è quella della fragilità umana, in particolare davanti alla malattia e alla vecchiaia. Ne nasce una proposta toccante in cui la complessità dei dialoghi è superata dal dolore e la malinconia.

 

QUELLO CHE NON HO

di Giorgio Gallione

Quello che non ho

Liberamente ispirato all’opera di Pier Paolo Pasolini e alle canzoni di Fabrizio De Andrè

Collaborazione alla drammaturgia Giulio Costa. Regia di Giorgio Gallione  Con Neri Marcorè, voci e chitarre Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini.  Scene  Guido Fiorato   Musica  Arrangiamenti musicali Paolo Silvestri  Luci  Aldo Mantovani  Compagnia Teatro dell’Archivolto- Genova

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Che Neri Marcorè, oltre che un ottimo attore, fosse anche un bravo cantante ce ne eravamo accorti già da Beatles Submarine, in cui si mettevano in scena le elucubrazioni ossessive che opprimevano Mark Chapman, l’assassino di John Lennon.

La cosa trova conferma in questo nuovo spettacolo, Quello che non ho, in cui Giorgio Gallione tenta un nuovo e felice sodalizio fra le canzoni di Fabrizio De André (1940 – 1999) e le visioni lucidamente profetiche di Pier Paolo Pasolini (1922 – 1975). Su un palcoscenico funzionalmente spoglio e con il sostegno di un trio musicale in cui spicca la bravura vocale di Giua, l’attore sviluppa una sorta di autoconfessione generazionale che mette in luce le intuizioni del poeta nel momento in cui individua nel consumismo e nell’azione omologante e incolta della televisione i mali di una società che si avvia a superare le antiche origini contadine in direzione di un appiattimento barbaro del pensiero e dell’agire. E’ una sorta di teatro – canzone che si rifà alla migliore tradizione inaugurata da Giorgio Gaber (1939 – 2003), un genere che mescola creativamente brani musicali a riflessioni legate all’attualità.

L’autore e l’attore seguono questa strada spaziando dalla miniere africane di coltan (metallo indispensabile alla fabbricazione di telefonini e computer) al continente di plastica (migliaia di chilometri quadrati formati dai rifiuti trascinati dalle correnti) che staziona al largo delle Hawaii. Ne nasce un grido di dolore sulla corruzione del mondo in cui viviamo solo parzialmente contradetto, nel finale, dal ritorno della lucciole, quelle stesse di cui P.P.P. aveva lamentato la scomparsa in un celebre pezzo pubblicato su Il Corriere della Sera (primo febbraio 1975, titolo Il vuoto del potere in Italia). Un pizzico di ottimismo e speranza attivato in tempo a lenire un pessimismo davvero universale.

*Ringraziamo Umberto Rossi, collega di Cinemasessanta e direttore di Cinemaeteatro.com

Autore: admin

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