Cinzia BALDAZZI – Inizio e fine di un sogno (“Morte di un commesso viaggiatore” Regia di E. De Capitan)

 

Il mestiere del critico


 

INIZIO E FINE DI UN SOGNO

Note su “Morte di un commesso viaggiatore” di Miller. Regia di E. De Capitani. Roma, Teatro Argentina

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Dopo aver raggiunto a piedi, attraverso vie illuminate e festose, il Teatro Argentina, tra negozi di intimo e vetrine scintillanti di articoli sportivi maschili appartenenti chissà a quale famoso brand, mi accomodo in un accogliente e vellutato palco laterale, un po’ ansiosa di rivedere in scena dopo anni l’opera Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller, da sempre amata, ma che mai come oggi sento inquietante nella propria attualità. Magari sarebbe stato meglio raggiungere lo Stabile di Roma a bordo di una Chevrolet rossa o di una imponente Studebaker, ma io non vivo a New York alla fine degli anni Quaranta e non attraverso le strade della New England con valigie piene di campionari per vendere la mia merce, come Willy Loman: eppure sono lì, con tutta me stessa, per rivivere la sua vicenda grazie all’interpretazione e alla regia, questa volta, di Elio De Capitani, con la scenografia (dal richiamo espressionista) e i costumi di Carlo Sala.

Ancora nel buio, rimbomba infatti il motore di un’automobile, e sulla scena spoglia, limitata da un fondale di pannelli di legno compresso, si accendono le luci. Sul palco, ben presto, per rendere simultanei eventi che risalgono a tempi antecedenti o posteriori, frutto di realtà, pensieri, ricordi, allucinazioni, si apriranno porte, di quando in quando scenderà un letto matrimoniale, si svelerà un frigorifero con un mobiletto provvisto di fornelli, un tavolo, una vista sulla camera del giovane Loman, una doccia circolare. Con semplici ed efficaci cambi di scena, capaci di non interrompere il nostro discorso immaginario così evocato, subentreranno in seguito un ambiente d’ufficio, il locale di un grill tra la 42ma Strada e la Sesta Avenue, e infine, con fondale buio, ai margini estremi della pedana, il giardino, il terreno intorno alla casa.

Appena aperto il sipario, ecco illuminati da un bianco chiarore, dall’alto, gran parte dei personaggi della storia, raggruppati in un ideale cerchio di luce. Uno accanto all’altro, è come se aspettassero di parlare per noi, di muoversi, mentre una ragazza, con le spalle rivolte al pubblico, gira silenziosa intorno a loro scivolando sui pattini: compie alcune evoluzioni in tondo, poi si allontana. La moglie Linda (Cristina Crippa) va a sedersi sul letto, l’amico Charley (Federico Vanni) e il figlio Bernard (Daniele Marmi) escono. D’improvviso i fratelli, Biff (Angelo Di Genio) e Happy (Marco Bonadei), si spogliano e, completamente nudi, sul lato destro del palco ingaggiano movenze da lottatori greco-romani, quindi si dileguano anche loro.

Rimango un po’ spiazzata della nudità esibita (compreso, in seguito, il perfetto lato B dell’“amichetta” di Willy); non diversamente, durante l’intero primo atto ho stentato a riconoscere il linguaggio di epiteti forti messo in campo dalla illustre traduzione di Masolino D’Amico, completamente diversa dalla altrettanto nobile versione di Gerardo Guerrieri da me conosciuta e vista nella realizzazione di altri autori e compagnie. Ma sarà che lo spettacolo, come ha dichiarato De Capitani, è frutto di un apprezzabile esperimento di lavoro in progress – da qui, forse, nasce, il recupero del sottotitolo milleriano Inside his head) – tanto che il linguaggio adottato sarà sembrato maggiormente pregnante.

Will confessa a Linda di non esser più in grado di guidare, e lei lo consola, sino a quando, tra i pannelli, si offre dal lato opposto una vista sulla camera dei figli come unico punto del palco illuminato. Biff è tornato dal Texas dopo tanto tempo: tra verità e menzogne, lungo il corso dell’intera vicenda, i due si scontreranno, si aiuteranno, tentando di salvare dalla catastrofe imminente il padre, la madre, la famiglia. Biff cerca un finanziamento per aprire in città un’attività commerciale, rivolgendosi a un vecchio conoscente.

All’apertura del secondo atto il registro di rappresentazione, maturando, sembra intraprendere un’altra strada espressiva, altamente drammatica. Willy, non essendo più in grado di guidare con sicurezza ( sembra che, per mezzo di un incidente procurato, abbia persino provato a suicidarsi), tenterà invano di ottenere un lavoro fisso sedentario che non sia più quello del commesso viaggiatore. Ma così facendo perderà ogni occupazione, trovandosi costretto, per la sopravvivenza, ad elemosinare cinquanta dollari a settimana al caro amico/fratello Charley. Grande occasione narrativa, eccellente quadro, interrotto da applausi in scena.

La storia prosegue in un accumularsi di aspettative tradite, terribile altalena di illusioni e realtà in atto: “Pensavo”, ha scritto De Capitani, “che il tema di Morte di un commesso viaggiatore fosse la menzogna e invece è l’apparenza, quel ‘far finta’ che non è altro che la perenne costruzione di noi stessi come vogliamo apparire”. Ma apparire davanti a chi? chiedo tra me e me. Davanti a noi stessi e agli altri in accordo di “comparsa”? Oppure fingendo per quanti abbiamo a fianco, pur rimanendo liberi di coltivare i nostri sogni separandoli dalla realtà?

Il testo è giustamente considerato nobile esempio della letteratura classica del Novecento, secolo nel quale, tra gli ”argomenti” narrativi e poetici preferiti, quello della personalità intima e pubblica, privata e sociale, unica e multipla, vera e costruita, ha costituito senz’altro uno di quelli maggiormente affrontati e realizzati con successo. In tale ambito poetico-esistenziale Miller, raccontando gli ultimi due giorni di vita di un salesman, vuole spostare l’obiettivo, oltre che sulla precarietà della sua condizione socio-economica professionale – oggi, purtroppo, lo ripeto, affine a tanti di noi – anche sulla forte tensione consumata nel voler ottenere “popolarità” per sé e per i propri figli. E questo non rappresenta di per sé un’ingannevole illusione: è, al contrario, una intenzionalità liberamente e consciamente gestita.

Se Loman, per cattiva sorte, si ritrova escluso dal “sogno americano” e, ormai sessantatreenne, non è più in grado di piazzare merce da Providence a Boston, da Albany a Hartford, o nella mitica Alaska – “Ormai è ridicolo, fuori moda, ma è così”, ammette la moglie Linda, che da una vita lo sostiene – ciò non può essere causa del rifiuto ostinato, inamovibile, inesplicabile, che pone davanti alla proposta del buon Charley di tirarlo fuori dai guai lavorando per lui. Se agisce così, è solo perché, accettando di continuare a resistere, a sopravvivere (insieme alla famiglia), grazie all’intervento di un estraneo dovrebbe smettere per sempre di credere nel suo sogno, che non è solo americano: “Ecco il prodigio, il prodigio di questo paese… che un ragazzo possa finire coperto di diamanti anche solo grazie alla sua popolarità, al suo sorriso!”.

In conclusione, se è vero quanto affermato da De Capitani, uno dei fondatori del Teatro dell’Elfo, e cioè: “Da un lato la menzogna pubblica di Nixon (protagonista dello spettacolo Frost/Nixon), che fa dell’intera nazione il proprio palcoscenico d’attore, dall’altro quella più intima e privata del commesso viaggiatore Willy Loman, che fa della propria famiglia – e poi nella sua stessa mente – il palcoscenico della sua illusoria rappresentazione”, allora ogni cosa, io stessa per prima, saremmo falsi, perché ognuno di noi, nella disgrazia e nella fortuna, vuole sentirsi libero di rappresentare le sue aspirazioni, la sua decisione di essere indipendente, attivo e popolare, dinanzi a sé e a chi vuole. La verifica del vero/falso appartiene alla realtà. Ma quando penso, uscendo dal teatro, a come desidererei imbarcarmi su un volo diretto in Alaska, non sono ingannata e mistificata dalla società, dal contesto, perché non possiedo il denaro necessario. Semplicemente, so e voglio pensare di poterlo fare.

Ottima, al proposito, mi sembra la citazione di Pina Bausch che l’attore-regista ha voluto collocare in chiusura della sua brochure: “Si deve trovare un linguaggio con parole, immagini, movimenti, atmosfere che faccia intuire qualcosa che esiste in noi da sempre. È una conoscenza molto precisa, che possediamo tutti. I sentimenti, quelli di tutti noi, sono molto precisi. Per questo non occorrono spiegazioni: tutto è direttamente visibile. Ogni spettatore lo può vedere con il proprio corpo e con il cuore”.

Sul palcoscenico e nella vita quotidiana.

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Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller (traduzione di Masolino d’Amico)

con Elio De Capitani, Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Federico Vanni, Gabriele Calindri, Daniele Marmi, Vincenzo Zampa, Alice Redini, Vanessa Korn

scene e costumi Carlo Sala, suono Giuseppe Marzoli, luci Michele Ceglia

regia Elio De Capitani

produzione Teatro dell’Elfo

Autore: admin

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