Teresio SPALLA- La memoria. Per Gabriele Ferzetti, il Casanova riluttante

 

La memoria

 


PER GABRIELE FERZETTI

Il Casanova riluttante

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Con la scomparsa di Gabriele Ferzetti (17 marzo 1925-2 dicembre 2015) si chiude definitivamente il percorso corporeo-storico del cinema italiano che i critici troppo giovani e troppo sprovveduti – anche perché non hanno conosciuto il cinema in sala e questo dovrebbe indurre alcuni a meno arroganza pseudostoriografica – chiamano cinema moderno e che, forse, riferendoci al crollo del mercato e del cinema sia d’autore che popolare con l’incontrollato arrivo delle tv private e la mutazione genetica della tv di Stato, possiamo definire cinema classico (1930-1980) anche se Ferzetti continuò, anche dopo il fatidico cambio di decennio che l’aveva visto tra i protagonisti della nostra cinematografia, a darsi da fare in teatro (sempre meno), al cinema (pochi ruoli e quasi sempre camei), in tv (idem).

Ma la precisione delle date non coincide con una vicenda artistica ed umana che parte dall’immediata dopoguerra per consumarsi definitivamente, tra il non celato disappunto reticente e sempre meno interessato, di un attore che è stato tra i più decisivi nel delineare il cammino dei generi della sempre pericolante celluloide nostrana, mai comunque depressa e deflagrata come oggi.

Affermatosi quasi immediatamente in teatro sia per l’innegabile prestanza fisica che per la dizione modulata e naturale (priva degli effetti gigionici ancora tradizionali nel fervido periodo in cui, tra il ’45 e il ’55, Visconti come Strehler e altri, cambiarono il nostro palcoscenico portandolo nella modernità e nell’efficienza creativa del teatro di regia) fu immediatamente riconosciuto dalla critica e dal pubblico come una delle maggiori promesse del tempo. Non a caso esordì con la leggendaria versione di Come vi piace diretta da Visconti che trasportò un testo, divenuto una specie di commedia leggera nelle versioni del capocomicato, nella  freschezza e  naturalezza del testo scespiriano.

Il primo contributo al teatro moderno Ferzetti lo diede con la partecipazione, già nel ’51, al primo allestimento di Detective story (che Sidney Kingsley aveva scritto solo due anni prima e nello stesso anno uscì nella verace versione cinematografica di William Wyler da noi intitolata enfaticamente Pietà per i giusti) che ebbe un successo eccezionale contribuendo a trasportare tutti i protagonisti (si tratta, per chi non lo ricordasse, di un’opera corale pur con al centro la vita familiare di un poliziotto pregiudiziale e tarato) in quell’alveo di attesa della notorietà che poi arriverà con la televisione.

A Ferzetti invece, ancor prima di Marcello Mastroianni allora ancora impegnato in ruoli minori e di contorno, toccò di contendere il primato di primo attore cinematografico al divo che dominava imperterrito gli schermi dagli anni Trenta : Amedeo Nazzari, fino ad allora, ed anche dopo, unico fenomeno di divismo completo, all’americana si direbbe, per la capacità dell’interprete di imperversare in tutti i generi con un innato atletismo e la sua voce metallica e stentorea ma anche umanissima e amatissima dal pubblico popolare e non.

Ferzetti, con la sua eleganza di portamento e i suoi toni immuni dalla roboanza, fu proposto fin dal ’50 (ma aveva alle spalle piccoli ruoli già in quattordici pellicole dal ’42) al fianco dello stesso Nazzari in Barriera a settentrione (’50) del regista fascionazitirolese Luis Trenker, attivissimo in Italia durante gli anni dell’Asse e a quel tempo passato a sparare le ultime cartucce di una mediocre ispirazione. Da lì partì, per Ferzetti, la sua carriera nel cinema dei drammi sentimentali e delle biografie musicali che distingueva la produzione italiana dopo l’estinguersi del neorealismo.

Lo troviamo già protagonista con Core ‘ngrato (’51) di Guido Brignone, specialista in melodrammoni, per poi affermarsi gradualmente ma non troppo Gli amanti di Ravello, Inganno, Tre storie proibite fino al Puccini (’53), guidato dal “Cecil De Mille di Arma di Taggia” Carmine Gallone che delle vicende romanzate della vita dei musicisti aveva fatto un puntiglio. Puccini fu il suo più grandioso successo degli anni Cinquanta e la definitiva affermazione popolare. Tra l’altro, in questo caso, a differenza di altri colleghi, riuscì a connotare, pur in un contesto melenso e banaloide, l’autore di La Boheme come un personaggio crepuscolare, afflitto tra una voracità dei sensi e una condanna all’ansia della creatività nel desiderio impossibile di una monogama normalità.

Ciò nonostante non si risparmiò ad un cinema più impegnato. Dal ’51 al ’53 recita in Il Cristo proibito di Malaparte, Il sole negliocchi– esordio di Antonio Pietrangeli con una realistica e pregnante storia di una servetta condannata al vagare mortificante da una casa all’altra finché non consolida il rapporto con l’uomo della sua vita, Ferzetti appunto – Vestire gli ignudi di Pagliero e Laprovinciale di Soldati, da Moravia, che, nello stessa stagione di Puccini, gli regalò un altro immenso affermarsi al fianco di una Lollobrigida con sensualità e recitazione ben temperati.

E’ La provinciale che lo qualifica anche come interprete degno del cinema migliore che si poteva realizzare allora, in anni di censura e di cattocentrismo anche insinuato nei gangli produttivi e distributivi del cinema italiano. Seguono infatti altri film che, alternati ai drammi sentimentaloidi (ricordiamo Casa Ricordi, ancora di Gallone, dove ripeteva l’estro del personaggio di Puccini) lo portano a Le amiche di Antonioni, inaugurando una collaborazione che darà frutti importanti.

Ma non vanno dimenticati i successi di Camilla di Emmer, Le avventure di Giacomo Casanova (che in Italia subì un’immediata censura a causa di smaccati riferimenti sessuali nonché a un nudo di donna destinato al mercato estero; film successivamente salvato e rimasterizzato nell’edizione integrale e trasmesso interamente da un’emittente satellitare nel 2006) che ne mettevano in risalto la capacità ironica, sardonica, spesso cinico-satirica fino all’eccesso che ebbe la sua esaltazione in un altro successone di pubblico : Parola di ladro (esordio a due di Gianni Puccini e Nanni Loy nel ’57) film che dimostrava come anche in Italia fosse possibile congegnare delle commedie non strapaesane e ricche di succhi critici.

Non manca la sua partecipazione, nel film Souvenird’Italie, di Pietrangeli, una pellicola ad episodi incastrati tra loro sulle vicende di tre giovani turiste nell’Italia ancora pre-boom del ’57. Con quest’opera, nonostante la sua fosse solo una partecipazione per quanto importante, Ferzetti entra anche nei primordi del genere che poi caratterizzerà il decennio successivo : la commedia all’italiana.

Ma sono Le amiche di Antonioni, il sottovalutato (oggi) Labbra rosse di Bennati, a portarlo alla conferma definitiva con La lunganotte del ’43 (’60) l’esordio di Vancini che inaugura anche una lettura nuova, antiretorica, profonda ed amara, della Storia dell’Italia fascista e resistenziale. Nello stesso anno esce anche L’avventura di Antonioni e, con questo, apprezzato dalla critica straniera ancor di più di quella italiana, si afferma anche all’estero, attraverso il circuito dei festival ma anche le catene di cinema popolari che, in Francia come in Germania, riconoscono in lui il simbolo, insieme al Mastroianni di La dolce vita, di un’Italia che, anche al cinema, ha alzato la testa e produce di nuovo capolavori e opere fondamentali da svariati punti di vista.

La carriera di Ferzetti continua così sino a La calda vita – riuscito, a mio parere ma non di tutti, adattamento, di nuovo di Florestano Vancini, di un bel romanzo di Quarantotti Gambini di non certo facile trasposizione – e Un tentativo sentimentale che, nel ’63, sembrano consolidare la sua fama e il crescere della sua verve drammatica.

Ma. da quell’anno, per motivi che lui spiegava con motivazioni di carattere personale (non dovuti ad egli stesso ma alla notoria mediocrità compulsiva della pancia malata del cinema nostrano), si conferma invece con grandi partecipazioni, sempre incisive e sempre importanti ma sempre sottoposte all’evidente preponderanza dei protagonisti effettivi, che vanno da L’arcidiavolo di Scola fino A ciascuno il suo di Petri e a pellicole che ne consacreranno la talentuosità privandolo però di quell’ardore divistico del quale s’era nutrito per crescere come attore.

Ricordiamola partecipazione all’erotico.finto.autoriale Grazie zia di Samperi fino, in C’era una volta il West (’68), all’indimenticabile personaggio del magnate delle ferrovie Morton il quale, afflitto da tubercolosi ossea che non ne frena le ambizioni, finisce a toccare l’acqua oceanica, che voleva raggiungere con tutti i mezzi attraverso la sua compagnia ferroviaria, in una pozzanghera in mezzo all’Arizona ricostruita in Almeria.

Qui devo appuntare un ricordo personale. Quando il film uscì non potei vederlo per il divieto, che oggi può sembrare ridicolo, ai minori di quattordici anni. Quando li ebbi compiuti ne apparve, in un’estate di ormai mille fa, una copia di giro in un’arena estiva, l’unica della mia piccola città d’origine. Non avendo comunque ancora l’età per uscire da solo (l’età per uscire da solo che poteva avere un ragazzino nel ’72) convinsi mio nonno ad accompagnarmi scoprendo poi che quella sala estiva, da me ben poco frequentata, era popolata abitualmente da tanta gente del mio quartiere popolare, della parte proletaria e umile della cittadinanza,  sia per il basso costo del biglietto sia per il cambio giornaliero della programmazione che permetteva, oltre al film (il cinema era situato fuori centro) una passeggiata ancor più economica, nel fresco della sera, fino alle rispettive abitazioni.

Ebbene, in quella circostanza, all’uscita, tutto il pubblico uscì piuttosto frastornato dai 165 minuti del film di Leone, con i suoi eterni silenzi e l’inflazione di primi piani di personaggi di pochissime parole. Sembrerà strano ma, allora, c’erano ancora molti che il successo dei ‘leoniani’ estern lo accettava e subiva come la lettura di un libro di cui avrebbe saltato volentieri parecchie pagine. Tutti, per fare un esempio classico, non avevano capito, e lo dicevano, l’eterna scena iniziale dei tre pistoleri in attesa mentre scorrono estenuanti i titoli di testa per non parlare del flash-back a puntate. Ebbene, in quella stessa circostanza, sentii tanti spettatori di semplice sensibilità rionale affermare che la scena che li aveva veramente commossi era quella dell’industriale ferroviario che si trascinava a fatica fino alla fatale pozzarella.

Non so se Gabriele Ferzetti, che conobbi solo in tarda età quando qualsiasi illusione sulla sua stessa carriera si era allontanata dal suo vivere fuori dalla “grande bruttezza” romana, ne sarebbe stato contento. Perché sapeva essere molto caustico e anche indisponente, a volte, nel giudicarsi. “In fondo ho fatto solo una partecipazione” era divenuto il suo tormentone preferito. Ma sono certo che, se non l’uomo, certamente l’attore ne sia stato orgoglioso, forse di più di tanti ruoli “all’italiana” che avevano finito col sistemarlo in ruoli di fianco ad un cinema dominato dai Sordi e dai Manfredi.

Va giustamente ricordata anche la sua carriera televisiva che, sebbene contenga soltanto quattro titoli, tra il ’67 e il ’79, negli “anni d’oro” della Rai, è degna di essere studiata, in specie l’opera di esordio Dossier MataHari dov’era l’implacabile inquisitore militare della famosa spia in una versione basata sui documenti autentici del processo per tradimento a cui fu sottoposta.  Ebbene, in quel ruolo, alla pari con la protagonista – una Cosetta Greco recuperata alla sua bravura più franca e naturale anche quando, dato il personaggio, mente sapendo di mentire – ritroviamo il Gabriele Ferzetti dei momenti migliori, quando non faceva il cinema o il teatro per semplice mestiere ma per vocazione e indiscutibile talento.

Naturalmente, tra l’80 e 2010, le sue prestazioni in tv e al cinema sono numerose. Ma non nel cinema e nella televisione che potevano valorizzarlo. Semmai stimolarne lo scetticismo della vecchiaia. Era perfettamente consapevole di essere chiamato perché era bravo, sapeva imparare bene le battute, non creava problemi né ai registi più improbabili né alle produzioni più esigenti in materia di minuti di “girato” al giorno, l’implacabile condanna a cui la commercialità estrema conduce la concezione eminentemente pubblicitaria e auditelesca della tv italiana di oggi.

Nella mia vita romana ho avuto modo di conoscere meglio il fratello Fausto, sulfureo rappresentante artistico,  mentre  ho avuto poco, anzi pochissimo, a che fare col nipote Fabio – storico critico de Il Messaggero – e sua moglie Almerica Schiavo, una delle rare ottime attrici della sua generazione; tantomeno ho mai conosciuto la figlia Anna, anch’essa attrice e, mi si dice, compagna del già affermato Piergiorgio Favino.

Ma fu appunto Fausto, personaggio dai mille interessi e che non si faceva problemi a cercare emozioni culturali insieme ad autori e attori giovani com’ero io allora, negli anni Novanta, con il mio gruppo di amiche e amici, a darmi tanti indizi, tanti ponderati giudizi, su Gabriele e la sua visione già a quei tempi molto smaliziata all’insegna della considerazione (banale a dirsi, tanto la si è ripetuta, ma oggi più vera del peggio che ci si poteva aspettare) poi comunicatomi da egli stesso in persona, nel 2005 (cinque anni prima del ritiro ufficiale, dieci anni prima di morire) : che l’Italia e il suo cinema non meritano certi talenti e certi sforzi di bravura che, all’estero, generano mitologie nazionali che non hanno bisogno dei talk show e delle comparsate catodiche a gettone.

Y todo a media luz….Gabriele……………….

Scenario-InScena©2015

Autore: admin

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