Cinzia BALDAZZI – “Tradimenti” o del tempo riavvolto (note sulla commedia di Pinter .Roma, Teatro’Eliseo)

 

Il mestiere del critico


 

TRADIMENTI O DEL TEMPO RIAVVOLTO

Note sulla commedia di Pinter, di scena al Teatro Eliseo di Roma (regia di M. Placido)

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Grande Harold Pinter, e non solo perché è un “grande” scrittore contemporaneo, vincitore del Nobel per la Letteratura nel 2005, o perché i suoi testi sono tra i più rappresentati nel mondo, oppure perché, se non fosse appunto uno dei grandi, non sarebbe messo in scena qui al Teatro Eliseo a Roma per la regia di Michele Placido. Il fascino delle sue “opere” dell’assurdo, nonché della presente edizione di Tradimenti con Ambra Angiolini, Francesco Scianna e Francesco Biscione, lo sento manifestarsi soprattutto, come è stato già detto dalla critica recente che si è occupata della sua poetica, in un tenace ma altamente spiazzante andamento “anacronico” delle vicende raccontate: in questo caso, intorno a un “triangolo” amoroso – formato da Emma, Jerry, Robert, moltiplicato da Judith, moglie di Jerry, e dalla prole di discussa discendenza – architettonicamente ricreato sul palco e utopicamente reso concavo e convesso da un sapiente gioco di specchi e schermi con filmati e fotografie strategicamente alternate, sovrastato inoltre da un paio di enormi stucchi bianchi e corredato da cornici cieche alle pareti.

In genere, quando scrivo una recensione teatrale, tendo piuttosto a seguire un andamento, come dire, “cronologico” della mia presenza in sala e delle sensazioni e idee ad essa legate, in quanto ritengo che le mie opinioni, così tramesse a chi le legge, seguendo un tragitto di causa-effetto razionale ed emozionale, a me esterno, giungano a voi lettori (e futuri, o passati, spettatori) più genuine e meno contaminate dall’idea, dall’esperienza già posseduta di autori e testi da commentare. Analogamente, quando mi occupo di critica letteraria, soprattutto di poesie, procedo seguendo passo passo il testo dal primo all’ultimo verso. Ebbene, in un simile campo di indagine interpretativa, molto spesso mi imbatto in componimenti strutturati, in tal senso, come fossero capovolti, con l’inizio collocato alla fine e la ripetizione, in diversi attacchi, del medesimo gruppo di parole o messaggio.

Anche qui, rivolgendomi alla tradizione di poesia e drammaturgia onnicomprensiva dello scrittore irlandese William Butler Yeats, più volte citato nelle pièce, la mia analisi rispetto alla struttura in atto di Tradimenti tradisce la dinamica dell’illustrazione della trama-intreccio così come si svolge in scena entrando in medias res. Inoltre si appella alle intenzioni creative del regista quando diviene protagonista, con la compagnia, di una tecnica affine di decifrazione dello scritto: “Leggendo la commedia di Pinter, che va a ritroso dal 1977 al 1968, con i miei attori abbiamo fatto un gioco, cioè leggerla dall’ultima scena, che si svolge appunto nel 1968, per poi procedere fino al 1977. È chiaro che Pinter si diverte a spiazzare il lettore/spettatore con il gioco a ritroso, partendo da un dialogo che segna la fine del sentimento che coinvolge i tre protagonisti e che si svolge in un bar nell’anno 1977. Scena che, appunto, segna l’inizio della commedia e che prosegue andando indietro negli anni fino alla bellissima descrizione della festa in pieno stile sessantottino, con alcool e droghe leggere, ambientata a casa di Robert ed Emma, in cui Jerry tenta di sedurre la moglie dell’amico Robert”.

Infatti sono ormai passati due anni da quando Emma e Jerry hanno interrotto la relazione. Non sono mai stati sposati, né fidanzati, bensì solo amanti, in una prolungata “distrazione” di Emma dal marito Robert, di Jerry dalla moglie Judith. Per cinque anni hanno affittato un appartamento per incontrarsi, finché Robert, sospettoso, non ha costretto Emma ad ammettere il misfatto. Dopo la confessione, che ne è stato del matrimonio? È andato avanti, infelice, dal ’68, dalla festa nella quale gli amanti si dichiarano l’un l’altra per la prima volta, sino alla fine, nove anni dopo. Una situazione dunque controversa, con vari punti di vista cronologici messi in campo ma mai lasciati scorrere avanti o indietro liberamente, poiché più volte immobilizzati attraverso la ripetizione delle medesime battute, uguali oltre lo scorrere – immancabile, in qualsiasi direzione si voglia – dell’asse temporale in quello spaziale. Accolgo senz’altro la proposta, avanzata da più parti, di viaggiare al loro interno avvalendomi degli strumenti analitici del saggista e strutturalista Gerard Genette, attraverso i quali è possibile rilevare in Tradimenti uno stato di cose iniziale dallo sviluppo complesso, in quanto – avvalorato dalla regia di Placido e dalla scenografia di Gianluca Amodio – risulta costruito dalla concomitanza di testi, di affermazioni di varia natura, risolvibili tra loro solo in virtù di un escamotage di ordine temporale che ho, agli inizi, indicato come “anacronico”. Se si volesse pensare, trattandosi di Harold Pinter, anche all’evolversi del poema omerico Iliade o al susseguirsi delle immagini nella proustiana Ricerca del tempo perduto, esisterebbe sempre un filo conduttore estraneo al rispetto stesso del concetto spazio-tempo.



Ma perché non contentarsi di un semplice camminare a ritroso? Come, ad esempio, quando si riavvolge un rocchetto di filo, magari per utilizzarlo di nuovo, secondo le stesse modalità – ma svolte al contrario – di quando lo si srotola liberandolo dall’avvolgimento? Forse in quanto si vuole lasciar intravedere uno spiraglio capace di permettere, a chiunque lo desideri, una critica consapevole nel tessere proprio quel filo. All’Eliseo, dinanzi al numeroso e silenzioso pubblico della “prima”, la commedia si è presentata “sciolta” – nella propria trama-intreccio – in nove distinti quadri, a iniziare dalla primavera del 1977 nel pub londinese, due anni dopo la fine della relazione tra la gallerista Emma e l’agente letterario Jerry. Il secondo quadro si svolge qualche ora dopo, mentre il terzo è situato nell’inverno del ’75. Ecco poi presentarsi l’autunno del ’74 a casa di Emma e Robert, con Jerry ospite: si parla Casey, nuova promessa della letteratura dell’epoca, di squash e di cricket, ma la donna è nervosa, chissà, imbarazzata.

Nel 1973 moglie e marito sono in vacanza a Venezia, pronti per una visita a Torcello. Nella stanza d’albergo, Emma legge un libro, Robert parla di William Butler Yeats e torna con la mente a quando, da giovane, insieme a Jerry pubblicava una rivista di poesia. La loro amicizia era anteriore alla conoscenza di Emma. Improvvisamente Robert scopre una lettera “galeotta” di Jerry alla consorte, e lei alla fine confessa: “Siamo amanti”. Racconta della storia, ormai avviata da cinque anni, della casa presa insieme. Siamo di nuovo a Londra: nel settimo quadro, qualche giorno dopo, accompagnati dalle note di “That’s Amore”, Jerry e Robert pranzano in un ristorante siciliano, ordinando una bottiglia di Corvo bianco. Robert racconta della gita a Torcello, di aver letto Yeats nonché il nuovo romanzo di Spinks, che come editore ha però rifiutato di pubblicare. Si è alzato all’alba, lasciando la moglie a dormire in albergo, e rivela all’amico essersi sentito bene soltanto dopo aver potuto trascorrere, in piena solitudine, alcune ore sulle isolette della laguna. Il penultimo quadro mette in scena l’estate del ’71. Infine, con l’ultimo, si torna agli inizi, nel ‘68 quando a casa di Emma e Robert è in corso una festa, con alcool e spinelli. La donna entra nella stanza dove si trova Jerry, il quale si vanta di essere completamente ubriaco e “fatto”: sono entrambi vestiti di rosso, e anche i due grandi specchi della scena sono attraversati in diagonale da un’ampia striscia rossa. Quando Robert, inaspettato, entra dalla porta di lato, quasi li sorprende in uno scambio intimo. Ma lei non si perde d’animo: l’altro è solo “strafatto”, spiega, mentre l’altro allegramente loda la bellezza della donna complimentandosi con il marito e amico, il quale però, stordito dal whisky e con il bicchiere in mano, esce dalla stanza. Rimasti soli, gli amanti si baciano.

E già, tutto a posto. Ma, a pensarci bene, l’utilizzazione dei flashback concretizza di per sé la disattesa di ogni aspettativa inerente le strutture di messa in scena drammatiche di tipo lineare: cosicché il dramma mostra di concludersi proprio narrando l’incipit della relazione amorosa di Jerry ed Emma, immersa in tutta la povertà spirituale dei piccoli inganni che seguiranno e nell’ipocrisia di ogni nuovo inizio. A suggellare con coraggio questo monito, a non cedere a facili e comodi compromessi che però, alla fine, senza eccezione presentano il conto (e il prezzo da pagare sarà mediocrità, prezioso tempo perduto, distrutto), l’opera di Pinter in chiusura ripropone, nel suo significato fondamentale, il clima del tradimento di una memoria intessuta su falsità e vuota convenienza. Jerry si rivolge a Emma ricordando come il colore del suo vestito di nozze fosse bianco. Ma no, lo corregge con fermezza: “Non ero vestita di bianco”. Il bianco della purezza può assumere i colori del peccato; oppure, il peccato e le colpe non possiedono colori propri. Sono dalla parte di Pinter: ognuno prenda un pennello e dipinga la propria vita con i colori preferiti. Senza però cancellare o cambiare quelli degli altri.

E dire che la serata era iniziata proprio male, con un posto nella larga platea dell’Eliseo situato all’ultima fila, con alle spalle addirittura la consolle dei tecnici del suono. Ero contrariata: essendo il palcoscenico molto distante, avevo paura di non vedere bene, magari di non sentire. Ma che fare? Il posto a mia disposizione era solo quello: dunque, ho indossato gli occhiali e allontanato la schiena dalla poltrona sporgendomi in avanti per ascoltare meglio. Poco dopo, però, era scomparsa ogni difficoltà, qualsiasi accidente materiale, mentre dalla scena avanzava senza sosta una forza uguale e contraria alla linearità tradizionale, alterando le sequenze temporali a sua volontà. Ma era anche la mia, forse la vostra.


 

Tradimenti di Harold Pinter (traduzione di Alessandra Serra)

con Ambra Angiolini, Francesco Scianna, Francesco Biscione – scene di Gianluca Amodio – costumi di Mariano Tufano

produzione Goldenart Production – regia di Michele Placido

 

 


Autore: admin

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