Francesco TOZZA- Laatella e Fassbinder, incontro irrisolto (con “Veronika Voss” al T.Bellini, Napoli)

 

 

Il mestiere del critico

 


LATELLA E FASSBINDER, INCONTRO IRRISOLTO

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Note su   “Ti regalo la mia morte, Veronika”,  di scena al  Teatro Bellini di Napoli

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Spettacolo intenso e complesso quello più recente di Latella (Ti regalo la mia morte, Veronika, nei giorni scorsi al Bellini di Napoli), innegabile espressione di un percorso di ricerca (sostanzialmente concentrato sulla rivisitazione di classici, più o meno accreditati, attraverso il confronto fra i diversi linguaggi artistici in cui si sono espressi), che il prolifico regista farebbe bene, tuttavia, a non puntellare con eccessive stazioni, coagulandone invece i risultati nei momenti di maggiore chiarezza con se stesso e di effettiva esigenza di estrinsecazione degli esiti, cui progressivamente perviene. Ci spieghiamo così il nostro oscillare, nella fruizione dei suoi spettacoli (gli ultimi almeno, comunque sempre intriganti, anche se talora evidentemente irrisolti) fra adesione completa, addirittura entusiasta (come nel caso dell’eduardiano Natale in casa Cupiello o del goldoniano Servitore di due padroni, entrambe operazioni di intelligente, per nulla gratuito, sovvertimento) e rifiuto fermo, piuttosto annoiato: reazioni che sembrano ormai alternarsi, talora all’interno di uno stesso spettacolo, come nel caso di quest’ultimo Ti regalo la mia morte, Veronika, secondo incontro, peraltro, di Latella con il cinema di Fassbinder.

Se è vero, infatti, che trasparenza e chiarezza spettano ai moralisti della scena, specie se ossessivamente o ingenuamente richieste, l’opacità più o meno voluta di chi non riesce altrimenti ad offrire il proprio immaginario è testimonianza, probabilmente, di non ancora risolti problemi di gestazione, poco saggiamente esplicitati in un’incompiutezza che non si fa essa stessa apprezzabile  forma dell’irrisolto. E’ questa la convinzione – per carità, solo un punto di vista! – che andava facendosi strada in noi, via via che lo spettacolo andava snodandosi, nel suo ripercorrere la triste vicenda (ispirata ad un caso storicamente accaduto) della protagonista del film cui rinviava: una famosa attrice della cinematografia nazista, ormai dimenticata, ma col nostalgico desiderio (cui allude il titolo originario della pellicola) di tornare sul set, pur essendo ormai preda assoluta della droga, alla quale non riesce a sottrarla nemmeno il giornalista che se ne prende cura, avendone scoperto l’infelice stato, aggravato dalla totale dipendenza alla dottoressa senza scrupoli che le fornisce la morfina.

Il tutto avvolto, in questo che è il penultimo dei numerosi film fassbinderiani, da un clima neoespressionista, con un abbagliante bianco e nero, dove si inseguono, confondendosi, stereotipi o fantasmi del passato con  paure del presente e, sul piano più squisitamente formale, echi del cinema muto con classiche tenebre del cinema noir. Ma il cinema – a nostro avviso – non è il teatro, e ugualmente il teatro – checché se ne sia detto e continua a dirsi – non è il cinema; anche se il melange fra i due linguaggi – come ampiamente dimostrato da tanta sperimentazione negli ultimi decenni – può produrre esiti intriganti. Nel caso specifico, invece, non solo si è perso tutto, o quasi, dell’originale, ma la riscrittura – con le sue parche citazioni e le molte più numerose, ovviamente, varianti – non sembra aver raggiunto, nel complesso, risultati efficaci; che è poi quello che dovrebbe succedere, non essendo in questione il rapporto/confronto con la fonte d’ispirazione.

Bella la scena su cui si apre il sipario (con quella fila di vecchie sedie di legno, proprie dei cinematografi di un tempo, e una simbolica macchina da presa, sul lato sinistro del palcoscenico, pronta a sfilare su una apposita corsia per girare l’impossibile film sulla tragica storia che non riuscirà mai ad andare in porto e di cui si vedranno solo pochi lacerti, proiettati su quel tappeto nel fondo scena che si offrirà sempre più come doloroso schermo della memoria); bello, e per più versi perturbante (questo sì davvero fassbinderiano), l’incipit stesso della rappresentazione, con quell’attrice (una formidabile Monica Piseddu) lì in proscenio, ancora a luci di sala accese, che invoca ripetutamente il nostro aiuto, attorniata da uno stuolo di scimmioni albini (un omaggio all’inizio metafisico di un indimenticabile, misteriosamente ambiguo, capolavoro di Kubrick?).

Ben presto, però, quegli scimmioni si riveleranno improbabili elementi di un coro, quindi involucri essi stessi di ulteriori personaggi, per una tragedia che comunque stenterà a decollare, con i suoi ritmi lenti, inutilmente ed eccessivamente narrativi, sovraccarichi di parole per noiosi dialoghi fra esponenti di una storia infinita che vorrebbe proporre, peraltro, oltre quella di Veronika, le vicende di tante altre donne, protagoniste di una copiosissima filmografia. A reggerne le fila dovrebbe essere, non a caso pirandellianamente seduto in mezzo al pubblico, Roberto Kron, il giornalista sportivo cui si accennava poco sopra; il quale – invaghitosi della ex diva, avviatasi ad un progressivo disfacimento – vorrebbe salvarla, magari grazie ad una scrittura per una piccola parte che potrebbe essere una rinascita per lei, mentre invece è un fallimento che prelude alla fine definitiva della donna.

Non diversamente, di fallimento potrebbe parlarsi anche nei confronti del nostro regista, almeno di quel suo osservatorio impietoso che non riesce pienamente a coinvolgere lo spettatore nella sua indagine di secondo grado su quel mondo di sconfitti, di vinti, cui appartiene Veronika e le sue sorelle; forse per eccessivo verbalismo, per macchinosità debordante, per carenze nel dispositivo teatrale, ritenuto e voluto perfetto, messo in opera per rappresentare gli intrecci fassbinderiani che vivono, piuttosto, del rimpianto per una perfezione che non esiste, nell’impossibilità di padroneggiare e amministrare il mondo degli affetti contro l’usura del tempo e degli avvenimenti. Onde il suo ricorso a quella magnifica ossessione che è il melodramma, drammaturgia ideale per esprimere la guerra dei sentimenti, forma quasi spudorata per mettere in scena le funzioni elementari dell’esistenza, gli scarti immaginari e reali delle passioni.

E, fortunatamente, al melodramma ritorna anche l’anima barocca di Latella, nel bellissimo finale che riscatta lo spettacolo dalla precedente monotonia: dal soffitto scende sul palcoscenico, ormai quasi vuoto, un albero luminoso (un cecoviano ciliegio, hanno detto alcuni), più probabilmente un emblematico albero della vita (forse la vera vita, quella che offrono le seduzioni della finzione, la più spinta) attorno al quale si raccolgono, in abbigliamento consono, eleganti e spensierate come in un quadro impressionista, Veronika e le altre; quasi con la consapevolezza che solo in quella irreale atmosfera esiste una zona franca dalle ottusità quotidiane, lo spazio capace di contenere e circoscrivere gli enigmi dell’esistenza.

Autore: admin

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