W. Cas.- Serenisima, microcosmo di decadenza (“La bottega del caffè”, regia di Scaparro,Teatro Argentina, Roma)

 

Lo spettatore accorto*

 

LA SERENISSIMA, MICROCOSMO DI DECADENZA

Foto di Filippo Manzini Foto-Filippo Manzini

di Carlo Goldoni
regia Maurizio Scaparro
adattamento drammaturgico Maurizio Scaparro e Ferdinando Ceriani
con Pino Micol Vittorio Viviani Manuele Morgese Ruben Rigillo Carla Ferraro Maria Angela Robustelli Ezio Budini Giulia Rupi Alessandro Scaretti musiche Nicola Piovani scene e costumi Lorenzo Cutuli luci Maurizio Fabretti
produzione Fondazione Teatro della Toscana in collaborazione con Illy caffè
Roma, Teatro Argentina – Firenze, Teatro della Pergola sino al 22 novembre, 2015

****

Intramontabile, fresca, moderna, briosa e incisiva La bottega del caffè è una divertente e conosciutissima commedia di sconcertante attualità scritta in lingua italiana dall’acuta, perspicace e prolifica penna di Carlo Goldoni (Venezia 1707 – Parigi 1793) – commediografo noto per la riforma operata nella commedia dell’arte – che nel felice e produttivo anno teatrale che va dal carnevale 1750 a quello del 1751 produce ben 16 fortunatissime commedie per onorare l’impegno assunto con la Compagnia di Girolamo Medebach, direttore del Teatro S. Angelo.

L’opera, che aveva una precedente versione (in dialetto e con alcune maschere dell’arte) andata perduta, è ambientata in un delizioso campiello della città lagunare dove la vita diversamente da oggi scorre vivace grazie alla presenza di numerose botteghe tra cui troneggia per la capacità di coagulare intorno a sé più persone quella del caffè (divenuto locale simbolo delle idee liberali e della diffusione della cultura) affollata dai clienti del barbiere e da quelli di una bisca, naturalmente clandestina, che soddisfa quell’attrazione al gioco connaturata ab immemorabili nei geni di tutte le classi sociali veneziane non formate a un sano e proficuo utilizzo dei redditi: i poveri giocavano sotto la colonna del leone di Piazzetta San Marco e i ricchi, invece, potevano scegliere tra i vari casini in cui ferveva la vita di società.

In questo microcosmo in cui si respira un’aura di decadenza della Serenissima, ormai dimentica dei suoi fasti, si dipanano varie vite che casualmente si aggrovigliano complici anche il periodo di carnevale con il suo carico di significati per Venezia e alcuni personaggi nullafacenti e presuntuosi come il pettegolo, maldicente e micragnoso don Marzio che, pur osservando con pregiudizio e ottusità fatti lontani, mostra tra le righe spiragli di un’apertura verso l’Europa e nostalgia per quella Napoli che Goldoni non ha mai conosciuto.

Se la figurina di don Marzio assurge a emblema dell’eterna tendenza dell’uomo a non guardare se stesso, a passare il proprio tempo a raccogliere chiacchiericci per costruire la realtà secondo il proprio uzzolo e a seminare zizzania rappresentando l’eterno e onnipresente esemplare di un’umanità ignorante e meschina – oggi dilatata in maniera esponenziale da una tendenza elefantiaca al gossip esaltato da nuove, moderne e sofisticate tecnologie dei mezzi di ‘comunicazione’ (termine che a volte risulta ironico) – è anche vero che il caffettiere Ridolfo, che propone la bevanda di moda dal sapore misterioso ed esotico da poco importata in Europa, rappresenta il suo alter ego in positivo per la disinteressata filantropia e adombra tra le righe lo stesso Goldoni consapevole dei rischi che si corrono camminando sul bordo della palude della maldicenza di cui le prime vittime sono le donne che all’epoca iniziano quel percorso verso una dignità, calpestata spesso anche ai nostri giorni.

La spontaneità con cui sorgono riflessioni e pensieri è legata alla convincente interpretazione -accompagnata da una piacevole musica – di tutti gli attori che forniscono uno spaccato vivace e incisivo di vizi e virtù di una società che come l’odierna è più legata all’apparire che all’essere. Straordinarie le interpretazioni di Vittorio Viviani nei panni di un misurato Ridolfo, saggio caffettiere ancorché attento al guadagno e impegnato nel tenere a freno le intemperanze del suo garzone Trappola, un equilibrato Alessandro Scaretti.
Una pièce da non perdere non solo perché esalta le virtù del caffè, tra le bevande corroboranti più diffuse al mondo, ma per la capacità di pennellare una società incorreggibile nei secoli. (*sipario.it)

Autore: admin

Condividi