Francesco TOZZA- L altra Napoli di Ruggero Cappuccio.Spaccanapoli Times, Teatro S. Ferdinando, Napoli

 

Il mestiere del critico



L’ ALTRA  NAPOLI DI RUGGERO CAPPUCCIO



 

Spaccanapoli Times, testo e regia di R. Cappuccio

Con G. Cancelli, R. Cappuccio, C. Damiano,  G. Esposito, G. Martire, M. Sorrenti. Teatro S. Ferdinando di Napoli

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Due sorprese – e una conferma – riserva agli spettatori Ruggero Cappuccio con quest’ultimo suo Spaccanapoli Times (al S. Ferdinando di Napoli ancora per alcuni giorni, produzione di quello Stabile, ora Teatro Nazionale). La prima l’ha offerta con il ruolo anche di attore, anzi di protagonista, ricoperto in questa sua più recente fatica (per molti versi davvero tale, data la sua continua presenza sul palco): ruolo assolutamente inedito, anche per chi ha seguito, più o meno ininterrottamente, il suo teatro (lui stesso ci ha dichiarato di aver calcato le tavole del palcoscenico solo sporadicamente, in un lontano passato, quando aveva poco più di vent’anni). E la prova, bisogna dire, non ha affatto deluso, anzi è stata brillantemente superata: l’esperto regista ha controllato il se stesso attore, con saggezza ed evidente equilibrio, forte della grande lezione eduardiana (ma non solo), nello specifico giocoforza tenuta presente, dati alcuni più o meno impliciti richiami (o assonanze) nel testo, con quei fantasmi.

La seconda sorpresa si è avuta per la nuova cifra, spesso insistentemente ma non banalmente comica, impressa al testo; della quale non si aveva, ancora una volta, testimonianza alcuna nella precedente drammaturgia dell’autore, dai registri quasi sempre drammatici, al massimo – qualche volta – con venature tendenti al grottesco, comunque sempre tenue e raffinato, e con ritmi significativamente musicali, peraltro non a caso ripresentatisi quando la svolta più squisitamente letteraria ha determinato la nascita di quelli che, a nostro avviso, restano i veri capolavori della scrittura del Nostro, i due romanzi (La notte dei due silenzi e Fuoco su Napoli). E anche in questo caso, l’introduzione del nuovo registro linguistico, particolarmente delicato (la macchina del comico – si sa – è più difficile da costruire già sulla carta, per non parlare del suo trasferimento sulle tavole del palcoscenico), non ha determinato particolari squilibri o sfasature, tanto meno cadute di stile, in una scrittura che pur si fa carico, in certo modo riallacciandovisi, di una nobile quanto sventurata tradizione, lo scarpettismo (come altro chiamarlo?), croce e delizia di tanto teatro napoletano del secolo passato, e a volte anche dei nostri giorni.

Per fortuna, già abilmente filtrato – o comunque portato ai suoi originari valori – dal grande Eduardo, lo stesso Cappuccio lo ha evitato, almeno nel secondo atto della piéce, deviandolo verso i meno inflazionati e più intriganti lidi di un passato più remoto: la tradizione parodica, per esempio, di Altavilla e Petito, che accanto agli esponenti di un’ormai residuale opera buffa, investirono a Napoli e per decenni, dai loro teatri minori, il teatro d’opera ufficiale, che si esibiva, con i suoi blasonati interpreti, sulle scene maggiori, il San Carlo e il Fondo. Celebre, per citarne una, la parodia (N’auta Patti) che Totonno ‘o pazzo, il più famoso dei Petito, fece della grande Adelina; ebbene, quando nel secondo atto di questa rediviva Spaccanapoli, i quattro esponenti della famiglia Acquaviva (due maschi e due donne), disturbati e perturbanti protagonisti della piéce, riuniti, per iniziativa del più lucido tra loro, nel salone del palazzo avito, alla improbabile ricerca del tempo perduto, si mettono a interpretare frammenti della pucciniana Tosca, anche la loro diventa un’esilarante parodia, ovviamente postuma, riesumando un teatro che fu, questo sì ormai irrimediabilmente perduto!

Anche a contatto con una materia, per lui drammaturgicamente nuova, l’autore rivela – dunque – di possedere i c.d. ferri del mestiere, soprattutto di saperli ben governare: una conferma – si diceva all’inizio – quella alla quale si assiste, cui contribuisce la contemporanea esperienza di regista lirico, e non solo nella scena parodica appena citata. Il frammento di sinfonia, dalla Forza del destino di Verdi, che fa sin dall’inizio da frequente leitmotiv, con diverse cadenze, varianti e manipolazioni, aiuta certamente a creare quell’atmosfera sinistra, a volte quasi metafisica o comunque da teatro dell’assurdo, che soprattutto e ancora nel secondo atto (si sarà capito, ormai, che è questo per noi il più emblematico, e quindi il preferito!), stempera la precedente vis comica, avviando la vicenda – ma anche la forma della rappresentazione – verso esiti meno consueti, più onirici, privi di ogni residuo realismo e – quel che più ci preme sottolineare – abbastanza fuori dagli schemi di certo teatro napoletano, di ieri e di oggi.

Vi contribuisce, ancora, la scena di Nicola Rubertelli (quel salone di un palazzo nobiliare, vecchio e ormai schricchiolante, completamente e assurdamente tappezzato di bottiglie in plastica, di cui i personaggi sorseggiano spesso il contenuto, con ostentazione, quasi si trattasse di acqua d’annata…, come per il vino di una preziosa enoteca!); importante diventa, sempre più, l’uso delle luci (dovuto alla sempre vigile Nadia Baldi), che assumono infine tonalità spettrali;  coerente la recitazione degli altri attori, di quelli che completano il quartetto dei familiari convenuti nella vecchia loro abitazione (Giovanni Esposito, Gea Martire, Marina Sorrenti), ma anche del ritrovato Ciro Damiano (già insostituibile interprete dei primi lavori di Cappuccio), qui nei panni del dottore che con la sua visita finale svela la vera ragione di quel convegno di famiglia, nonché l’occulta regia del più lucido e crudele dei suoi esponenti, coscienza infelice di uno squilibrio con cui ci si vuol trastullare, per poi segregarlo una volta per tutte.

E’ dunque, nonostante le comiche premesse (che assieme alle risate, avevano suscitato gli immancabili applausi a scena aperta del vecchio teatro all’italiana), una Napoli diversa quella che la vicenda – e la sua rappresentazione – mettono alfine in luce: non più la Napoli di Petito, Scarpetta, Eduardo (prima apparsa, anche se nei limiti e con le diverse caratteristiche più sopra sottolineate); né tanto meno la Napoli dei posteduardiani, avvolta in un manierismo ormai esausto, o quella cinetelevisiva di un ‘gomorrismo’ troppo realistico, geograficamente e storicamente circoscritto, assai poco metaforizzato, e quindi inconcludente sul piano più propriamente artistico. Probabilmente, non siamo più ai tempi della vecchia, anche se persistente, Spaccanapoli: a questo, forse, allude il testo nel suo titolo.

Napoli è anche Pinter, Beckett, con il loro mettere il dito su una crisi che ha confini certamente non solo territoriali; è quindi ansia, ma anche denuncia del nuovo, soprattutto quando questo diventa semplice, modaiolo nuovismo, per esempio esasperato attaccamento alla tecnologia (esilaranti e al tempo stesso drammatiche le battute in proposito), perdita delle radici, ma anche uso retorico, ormai postumo delle stesse. E’ anche voglia di un teatro diverso, a respiro più ampio, magari di provenienza e a carattere internazionale, e non solo in ambito strettamente drammaturgico.    Ma qui il discorso si fa più complesso; va oltre lo stesso lavoro di Cappuccio, e lui lo sa bene! Certamente, non sono più tempi di Spaccanapoli, e dintorni! Appunto

Autore: admin

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