Gianni OLLA- La memoria. Per Piero Livi, decano del cinema di Sardegna

La memoria*


PER PIERO LIVI

Il regista Piero Livi in uno scatto...

Decano del cinema di Sardegna

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Due mesi fa, dopo una breve malattia, si è spento a Roma Piero Livi, attivo come regista fino a dieci anni fa e soprattutto, con i suoi novant’anni, compiuti in aprile, indiscusso decano del cinema sardo. Livi diventò regista attraverso due strade parallele. La prima fu la passione per la fotografia e per il cinema a “passo ridotto” che, anticipando l’attuale  e dirompente fenomeno dei film-makers, gli consenti di produrre e dirigere, dal 1956 al 1962, ben cinque corto e mediometraggi a soggetto (La riva, Marco del mare, Visitazione, Il faro, Una storia sarda) che s’imposero nei maggiori festival del cinema non professionale.

La seconda fu l’esperienza di promotore, organizzatore e direttore della rassegna amatoriale di Olbia. Nata nel 1957, già nel 1966, sulla spinta del “glamour” della Costa Smeralda, si trasformò in Festival del Cinema Indipendente. Vantava un comitato artistico comprendente Antonioni, Moravia, Dessì, Monicelli. Zavattini, Pasolini, e s’impose nell’ambito delle manifestazioni, ancora poco numerose, che presentavano opere d’autore, anche d’avanguardia, provenienti da ogni parte del mondo. Non a caso, tra gli ospiti della rassegna ci furono Agnes Varda, Miklos Jancso, Istvan Gal, Edgar Reitz, Martha Meszaros, Alexander Kluge, Jean Marie Straub e altri esponenti delle “vagues” europee.

I legami di amicizia e di stima reciproca con registi e produttori furono appunto il viatico per il suo passaggio al professionismo che ebbe inizio con alcune collaborazioni televisive e quindi con due interessanti documentari sulla Sardegna: Il cerchio del silenzio (1966), che rileggeva, con un linguaggio abbastanza vicino al documentario-inchiesta, l’attualissima cronaca criminale sarda; e I 600 di Berchideddu (1967), girato in un paesino  a pochi chilometri da Olbia in cui era ancora vivissima la tradizione dei “barraccelli”, guardie campestri anti abigeato che Livi racconta con un linguaggio quasi western.

Il tema della criminalità isolana, di cui fa parte anche Una storia sarda, incentrato sull’eroina della faida di Orgosolo, Paska Devaddis,  occupa dunque un bel pezzo della filmografia di Livi che, nel 1969, nel suo primo lungometraggio a soggetto, Pelle di bandito, affrontò la storia, vera o verosimile, di Graziano Mesina. Nel 1977, otto anni dopo il suo esordio professionale, lo stesso tema apparirà in Dove volano i corvi d’argento, noir melodramma ambientato  in un paese devastato da una faida infinita. Al di là del valore dei singoli titoli era un obbligo, se non una moda, soprattutto dopo il successo di Banditi a Orgosolo (1962), occuparsi di un’emergenza che, purtroppo, aveva aumentato la distanza tra Sardegna e resto d’Italia. Quando la tendenza “banditesca” ebbe termine, Livi non rimase però disoccupato: fu direttore del doppiaggio, regista e autore televisivo, anche per la sede regionale Rai della Sardegna.

Poi, nel 2001, portò sullo schermo I Dimenticati-Sos Laribiancos, ispirato al racconto-oratorio di Francesco Masala, Quegli dalle labbra bianche. In quell’occasione dichiarò di avere sempre avuto in mente, fin dalla prima edizione del volume, nel 1962, la trasposizione filmica del testo del poeta e scrittore di Nugheddu San Nicolò. Forse il film, onestissimo e sincero, nonché giustamente impostato sulle  note tragiche negli episodi bellici (paradossalmente girati nella Serbia che si avviava verso l’ultima guerra, quella del Kossovo), arrivò troppo tardi, sommerso, nella parte che raccontava la vita di un paese sardo durante il fascismo, da troppi abbellimenti scenografici che si scontravano con il “realismo” del documentario storico isolano di un Serra o di un De Seta. L’ultimo suo film, Maria si (2004), che accettò di girare con l’entusiasmo di un esordiente, finalmente libero da ogni debito verso le tematiche sarde – benché fosse ambientato a Poltu Quatu, in Costa Smeralda – non fu mai proiettato nelle sale. Era una storia d’amore tra adolescenti, che vantava, tra i coprotagonisti, Jacques Perrin e Anna Galliena. Livi non fu soddisfatto della post produzione e non si curò del destino di un film che, pur realizzato su commissione, aveva inizialmente amato.

Forse il miglior omaggio alla sua figura sarebbe il recupero e la circolazione, magari nei circuiti d’essai, di quella pellicola. E giusto per concludere con un ricordo personale, Livi mi sembrò sempre, fin dalla mia partecipazione, nel 1974, come “inviato” della Cineteca sarda, all’ultima edizione del Festival di Olbia, una persona d’altri tempi: signorile, intellettualmente onesto, senza alcuna spocchia tipica dei presunti artisti, pronto a mostrare le sue pellicole ad un giovane critico senza alcuna referenza, che stava catalogando i film sulla Sardegna. Quando uscì I dimenticati-Sos Laribiancos, accettò  serenamente le obiezioni e volle discutere in pubblico il suo film accanto all’ex giovane critico.

* Ringraziamo Gianni Olla e Diari di Cineclub, giornale diretto da Angelo Tantaro (con cui siamo in sinergia)

Autore: admin

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