Cinzia BALDAZZI- “Anna Cappelli” o delle Metamorfosi (note sul dramma di Ruccello. Cometa Off di Roma)

 

Lo spettatore accorto



“ANNA CAPPELLI” O DELLA METAMORFOSI

Note critiche sul drmma di Ruccello, in scena alla Cometa Off di Roma

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Entrando nella sala del teatro Cometa Off, a Roma, nel cuore di Testaccio, cercando un posto sulla piccola scalinata, si intravede il palcoscenico, profondo, semi-illuminato, quasi diviso a metà da una fila ordinata di sagome di legno, dipinte come fossero dame ottocentesche. ”Indossano” tutte il  medesimo, ampio abito lungo, ma di colore diverso. Sono dame senza testa, il cui collo, però, è ornato da collane,di foggia unica ma disegnate con colori disparati. Aspettando l’inizio di Anna Cappelli, pièce articolata e progressiva del grande Annibale Ruccello, dovremmo, veramente, anche avvertire “odore di fritto”: lo apprendiamo appena pochi minuti dopo, quando, all’inizio dello spettacolo, avanza verso di noi, scalza, vestita solo di una corta sottana, l’attrice Claudia Pellegrini, protagonista di questo monologo veramente articolato e progressivo con la regia di Rinaldo Felli.

“È sicura di non volerne assaggiare nemmeno un po’, Signora?”, chiede Anna alla padrona di casa, presso la quale occupa una stanza in affitto. “È buona, sa, c’è pure la pancetta! Ah, per via dell’odore di fritto che ha sentito entrando? Le dà fastidio? Mmm, a me piace tanto, secondo me non c’è un odore più buono della pancetta fritta! E va bene Signora, che problema c’è? Una volta tanto apriamo una finestra, qua dentro fa sempre caldo, certe volte c’è pure un tanfo…”.

Le dame decapitate vengono sistemate qua e là sulla scena, e appare uno specchio, nel centro, coperto da un telo. Su un lato, viene proiettato un filmato: sembra lei bambina, impegnata a rievocare, con figurine di cartone, un modo di prìncipi e principesse, re e regine, dei quali non si conosce il nome. Cominciamo, lentamente, ad avvertire un certo disagio mentre Anna – mangiando in un piatto sfondato, del quale esiste solo il bordo, con l’interno tagliato e vuoto – spostandosi qua e là, forse in direzione dei suoi (presunti) interlocutori, comincia a raccontare delle sorelle Teresa e Giuliana (che “è fidanzata, siiii!”)rimaste a Orvieto in casa con i genitori, e del proprio lavoro alienante: “Cosa crede, che a me fa piacere stare in questo paese a sputare il sangue dalla mattina alla sera tutti i santissimi giorni dalle otto e trenta alle quattordici e trenta, e il lunedì, il mercoledì e il venerdì con lo straordinario dalle sedici alle diciannove, che poi sono sempre le diciannove e trenta, tra i timbri, le scartoffie, le carte, la polvere che… oh, tutta la polvere di Latina sembra andata a finire in quello schifo di Municipio. Oltre a tutto,quando arrivo qui da lei me la trovo dappertutto, nelle mani, nei capelli, nel naso… Si figuri se mi può far dispiacere un po’ di profumo di pancetta fritta…”.

Poi afferma, creando una precisa differenziazione: “Lo sa che la puzza del pesce… oh, non c’è una puzza più della puzza del pesce bollito che mi manda via l’appetito eh?! Se poi l’accoppio con i suoi gatti… Io già gli animali non li posso sopportare… Secondo me puzzano! No, ah no non puzzano? Ah no non puzzano?! Ah, i suoi no! Ah no, i gatti della Signora Tavernini non puzzano no… mangiano saponette! Fanno petuzze all’acqua di colonia, fanno!”.

A ogni cambio di scena, davanti a uno specchio che non rimanda alcuna immagine, Anna pettina i lunghi capelli fulvi e muta ogni volta acconciatura, indossando una nuova collana presa in prestito dalle dame senza testa. E già dal primo di questi passaggi scenici è chiaro come siamo diventati spettatori di una metamorfosi. In che cosa? Entrando a far parte del mondo animale, come accade a Gregorio Samsa che si risveglia scarafaggio? Il protagonista della Metamorfosi di Franz Kafka diventa un insetto perché ne invidia  la vita appartata, lontana da godimenti e sofferenze della vita quotidiana, assillata, angosciata però da un’insostenibile rinuncia a se stessi, senza alcuna responsabilità. Chi, del resto, si avvicinerebbe a un mostruoso insetto? Fosse stato un cane, avrebbe dovuto sopportare la responsabilità di essere fedele al padrone, e un gatto si sarebbe rassegnato ad accettare le attenzioni di una vecchia signora che in cambio gli prepara il pesce bollito. Dentro la corazza di uno scarafaggio, Gregorio non subirà tutto ciò: ma almeno, o forse soprattutto, importunerà, disturberà la società che lo ha costretto a una tale immonda trasformazione, con la sua presenza sgradevole e minacciosa, anche se negli angoli, tra gli escrementi e la polvere.

Ma Anna Cappelli non ama gli animali: e poi, in genere, le metamorfosi si proiettano in qualcosa di desiderabile, non di avverso.

In ufficio parla con il ragionier Tonino Scarpa, che la corteggia. La donna inizialmente si ritrae, ma quando viene a sapere che è scapolo e ha una grande casa di proprietà di dodici stanze, prende avvìo il primo stadio delle metamorfosi. Tante camere, tanti oggetti dei quali appropriarsi, nei quali riconoscersi: oggettualizzandosi senza negarsi – come richiede l’alienante lavoro quotidiano – ma potenziandosi in forza e in immortalità. Gli oggetti non vivono, quindi non possono neanche morire.

Lei, che a Latina non ha niente, costretta a vivere in una stanza ammobiliata in affitto (quando l’unica di proprietà è lontana, e ormai assegnata alla sorella),confessa: “Io sono attaccatissima alle mie cose, proprio non posso sopportare che me le prendano, me le rubino, me le spostino, no, devo avere delle cose proprio mie miemiemie”. Accetta così il suo invito a cena per la sera del sabato.

Mi rendo conto come, per la giovane single, si apra la possibilità di oltrepassare la soglia della modesta camera in affitto, con odori disdicevoli e finestre sempre chiuse, e approdare nella casa-labirinto dove sarà possibile entrare, sostare di nascosto in un angolo o nell’altro, senza essere importunata, e adorare i propri oggetti, le proprie apparenze. La casa di Tonino è subito un dedalo: entrare e inoltrarsi in essa sarà possibile, uscirne no. Non c’è la neve, né il freddo, né il ghiaccio del labirinto di siepi che nel film Shining di Stanley Kubrick fa da prolungamento all’Overlook Hotel, e che finirà per uccidere il protagonista Jack Torrance: colui che, trasformatosi in assassino, nel romanzo originale di Stephen King si fracassa la faccia diventando irriconoscibile e inumano, “inghiottendo” il cuoco e, con lui, tutte le entità maligne lì alloggiate, fallendo solo con la moglie e il figlioletto: ma lì c’è “l’oro in bocca”, e sia il film che il romanzo descrivono solamente un piano per attuarlo.

Per Anna è diverso: in scena, si sente quanto lei sia sola e, con l’unico interlocutore che le rimane (la vecchia serva della grande casa sarà da lei cacciata, quindi in qualche modo abbandonata alla morte), non esiste lo spazio utopico e strategico per articolare piani di attacchi e difesa. Bisogna che la donna, trasformandosi lentamente, acquisti la possibilità di riempirsi la bocca con l’oro che, freudianamente, è considerato la “sazietà” in grado di provvedere all’assolvimento della prima libido infantile: il piacere orale. Ma Anna – e lo lascia intuire già da ora – vorrà mangiare molto di più, perché la pulsione è rimasta traumaticamente spezzata nell’infanzia, così come vediamo simboleggiata negli spezzoni video degli inizi.

Scrive Kafka, quando Gregorio è ormai uno scarafaggio, descrivendo le operazioni di pulizia della stanza affidate all’unica sorella Grete: “La pulizia della camera ora la faceva sempre di sera e non avrebbe potuto essere più rapida. Strisce di sudiciume rigavano i muri, qua e là si formavano gomitoli di polvere e di immondizie. Nei primi tempi Gregorio al giungere della sorella andava mettersi negli angoli più trascurati, per rivolgerle un muto rimprovero”. Anna ha lasciato la sua stanza dagli odori sgradevoli e sta percorrendo il labirinto della casa di Tonino.

Ora, in camera da letto, davanti allo specchio, ha appena ascoltato da lui parole a cui non vuole credere: “Forse non ho capito bene quello che hai detto, anzi secondo me non hai detto niente, me lo sono solo immaginato! Non è possibile, eh Tonino, non è possibile che dopo due anni di vita insieme mi dài il benservito così, come si dà a una cameriera?! Tu stai andando via, ma mi stai mandando via, mi stai mandando via da questa casa, Tonino! Dove vai?!… Vai in Sicilia, eh, e allora perché, perché, perché, perché io non ci posso venire con te?”. L’uomo vuole trasferirsi da solo e Anna, colpita, risponde: “ Mio, mio, mio, mio… No non voglio Tonino che tu venda questa casa, ti prego Tonino, tu sei mio, mio, mio… Tonino non mi lasciare, non mi lasciare, non mi lasciare…”.

Dopo il cambio di scena, Anna è di nuovo sola. Raccolte tutte le collane e radunatele a terra, al centro della scena, vi si accovaccia davanti e confessa l’assassinio: “Tu non mi abbandonerai mai più mai più, non mi lascerai mai più… E lo sai perché Tonino? Perché io adesso ti mangio! Ti mangio tutto”. Spiega che ci vorranno due tre settimane per mangiarlo, pezzo dopo pezzo, dopo averlo cucinato e insaporito con le spezie (“le più aromatiche, le più profumate, le più strane”).

Rimane solo il problema delle ossa. Cosa farne? si chiede Anna:”Candele! Ci possiamo fare le candele per illuminare le nostre cenette… e poi con l’ultima sai che ci facciamo? Ci diamo fuoco alla casa. Eh no, scusa, no, a me non va di lasciarla a nessun altro, ma neanche dopo morta!”. Non diversamente dal Jack Torrance del romanzo, il quale, ormai trasformato in entità mostruosa, girando al massimo la pressione della caldaia la fa esplodere, avvolgendo tra le fiamme l’intero hotel.

Ed ecco che l’identificazione, e la metamorfosi di Anna, dapprima proiettata verso le cose, raggiunge ora il corpo stesso dell’amante, i suoi resti mortali: “Io non posso sopravviverti, se no ti perderei di nuovo! Eh, ho letto tanto, mi sono informata in questi giorni, ho letto che non so ogni quanti anni noi ricambiamo tutte le cellule del nostro corpo. Pensa che non farò neanche la cacca per non perderti neanche un poco… certo sarà difficile, sarà duro, pure doloroso! Guarda, è un sacrificio che devo impormi, devo impormi!…”. Al contrario del povero Samsa, che espressamente sporcava dei propri escrementi non solo la stanza in cui era confinato bensì l’intera società maligna che lo aveva costretto a tale trasformazione, e nello stesso tempo, liberandosi di parti del suo orribile corpo, ne avvicinava la morte.

Sono uscita dal teatro non pensando a cosa avrei mangiato una volta giunta a casa, ma quanto la vita quotidiana, la vita sociale, alienata, di noi tutti, avesse già a lungo divorato di me.

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Anna Cappelli

Regia di Rinaldo Felli Con Claudia Pellegrini Aiuto regia Filippo Bocci
Scenotecnico Alberto Panciocco
Disegno luci Piero Pignotta
Video/Voce fuori campo Sabrina Paravicini
Collaboratori Marta Fallani, Leonardo Sordi
In  video Eleonora Gemma

Autore: admin

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