Francesco TOZZA- Ma Cechov non vi abita (“Villa dolorosa” di R. Kricheldorf. Teatro Vascello, Roma)

 

Il mestiere del critico

MA CECHOV NON VI ABITA

“Villa dolorosa-tre compleanni falliti”   testo di Rebekka Kricheldorf

Liberamente tratto da “Tre sorelle” di Čechov  Teatro Vascello, Roma

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Sappiamo poco di Rebekka Kricheldorf, la giovane drammaturga tedesca della quale Roberto Rustioni ha portato in scena al Vascello di Roma per Le Vie dei Festival (dopo un primo studio lo scorso anno e il recente debutto al Festival delle Colline Torinesi) questa Villa dolorosa. Tre compleanni falliti, di cui ci accingiamo a parlare. Ci sembra di capire che l’autrice abbia una particolare propensione per le riscritture, maniera ben nota nella drammaturgia contemporanea per far rivivere classici più o meno recenti, che magari vivrebbero benissimo nella versione originale, e tuttavia acquistano spesso (non sempre!), nella nuova veste, più accattivanti motivi d’interesse, non ultimo quello di rimpinguare forme di teatro che ai testi non dedicano – o non dedicavano fino a qualche anno fa (ma ora tornano a farlo, nel bene e nel male!) – la precedente attenzione o comunque la propria vena creativa.

La riscrittura riguarda, nel caso specifico, le celebri Tre sorelle čechoviane, ma la Kricheldorf si è anche accostata – in questo suo lavoro di traduzione e/o riproposta sui generis – ad altre accattivanti opere di autori come l’elisabettiano John Ford di Peccato che fosse una sgualdrina o lo stupendo (già in sé abbondantemente contemporaneo, per quanto scritto negli anni trenta  dell’Ottocento) Leonzio e Lena di Büchner (con il suo Prinzessin Nicoletta).
Ovviamente la sirena…(se così si può dire) čechoviana ha funzionato, avendo buon gioco su innamorati del grande russo quali anche noi siamo, arrivando a parlare – in occasione delle più recenti e numerose riproposte di suoi testi, nelle più svariate letture, per esempio all’interno dell’ultima edizione del NapoliTeatro Festival – di un Cechov nostro contemporaneo, forse molto più dello Shakespeare cui il noto titolo di Jan Kott fa riferimento. Ma, con altrettanta franchezza, dobbiamo dire che la riscrittura, almeno per noi e per il non numeroso pubblico, è sembrata in questo caso assai poco convincente.

Siamo arrivati al Vascello in un piovosissimo sabato sera (quasi da tregenda!) e la cortesia dei gestori ci ha permesso di entrare, un po’ di soppiatto, a spettacolo già da poco iniziato, fiduciosi comunque nel fatto che il piccolo, comprensibile ritardo non avrebbe certo compromesso la fruizione delle circa due ore di spettacolo, dal momento che una delle caratteristiche del teatro di Čechov è proprio il lento fluire del tempo, la sua non necessità, l’assai modesta percezione che ne hanno i suoi protagonisti, annoiati come sono del loro stesso esistere, con quell’inutile rinvangare un passato evidentemente avvolto nel mito, facilmente offerto da una memoria in fondo sempre ingannevole, la sola tuttavia in grado di giustificare, o quanto meno far  sopportare, un fastidioso presente. I nomi delle tre sorelle (Irina, Olga, Maša) c’erano tutti, anche quello di Andrèj, loro fratello.

Alcuni dei loro problemi, ancora gli stessi: l’interrogarsi sulla felicità, mai effettivamente provata; sul lavoro, in genere assai poco gratificante; sull’amore, difficilmente corrisposto o mai trovato nella direzione presa. Soprattutto il bisogno di un’insistita ritualità (quella dei tre compleanni di Irina, nello specifico) per ingannare il tempo, come ancora si dice, per dare un senso alla vita, per poi magari scoprire che non ce l’ha – il senso – o è solo momentaneo, difficile da trattenere, anche perchè inconsapevolmente e faticosamente costruito, mai generosamente donato (da chi, poi?). Eppure, in quell’inseguire il modello, nel suo (apparentemente) attualizzarlo, nell’invocato (dal regista) gioco degli specchi con l’originale, che comunque deforma e tradisce, qualcosa si è perso, senza peraltro acquistare (come pure sarebbe stato possibile e auspicabile) qualcosa di nuovo.

Il problema non è stato certo la diversa ambientazione: il salotto di un appartamento dei nostri giorni, brutalmente illuminato e ammobiliato, con musica fracassona e tanto alcol e consumo di droga più o meno ostentati; nulla a che fare, di sicuro, con le sale dismesse e decadenti dei testi čechoviani, ma nemmeno con la villa dolorosa di cui incongruamente parla il titolo dell’attuale riscrittura (lo ammettono, fra le righe, le stesse note di regia che accompagnano il comunicato stampa). Quel che è venuto meno è il personaggio principale del teatro čechoviano: l’anima (sia detto senza retorica) che rende unico, inconfondibile e davvero contemporaneo il contenuto di quei testi, sul quale le messe in scena di ieri e di oggi non a caso hanno facile gioco, se lo investono adeguate letture più che inutili riscritture; anima delicata e sottile, spesso confusa, tumultuosa, coperta da un infinito numero di umori e malumori, incapace di sottomettersi ad ogni controllo logico o disciplina formale.

Quando sfogliamo, anche a caso, alcune delle pagine di quei testi o magari apriamo la metaforica porta su qualcuna delle loro messe in scena, ci troviamo di fronte stanze piene di ufficiali russi, accanto alle loro mogli, figlie o figliastre, amanti, amici o parenti, spesso intellettuali, quasi sempre più o meno falliti; ma presto dimentichiamo le divise di quei militari, i vestiti lunghi di quelle dame, la goffaggine di quegli intellettuali, il thé che continuamente bevono dall’onnipresente samovàr, e ci rendiamo conto che infine si tratta di persone come noi: anime torturate e infelici la cui unica vocazione si direbbe quella di parlare, finalmente, tutte ad alta voce, dei loro affari intimi, di confessarsi, rivelare, far esplodere qualunque lacerazione della carne e dei nervi, per estrarne quei peccati indecifrabili che strisciano nel fondo di noi stessi. Veniamo inghiottiti nel vortice di quegli stati d’animo contraddittorî, toccati talvolta dall’ironia che li rende però anche più amari; e allo stesso tempo ci sentiamo riempiti da un’estasi che quasi ci stordisce.

Nessuna estasi, invece, durante lo snodarsi della pièce della Kricheldorf, se mai un po’ di torpore, nel progressivo prendere atto dell’inanità di un confronto, controproducente forse, perché ingenuamente inseguito ed esplicitato. Gli attori (lo stesso Rustioni, anche regista dello spettacolo, e tutti gli altri) hanno fatto del loro meglio nel rendere plausibile un’atmosfera che, nel migliore dei casi, era più pinteriana che čechoviana, anche se certe nevrosi facilmente fatte esplodere e quasi gridate, alcune battute crude ma nondimeno banali, non sarebbero piaciute né al Russo né all’Inglese.
Colpa del testo, dunque, e di un libero adattamento, di cui non si sentiva l’esigenza? Molto probabilmente. Usciti infine dal teatro nell’umida notte romana, con sufficiente sicurezza e senza avvertire l’esigenza di ulteriori ripensamenti, ci è stato facile concludere comunque, sulla scia del titolo dello spettacolo, che Čechov non abitava certo in quella villa!            

Autore: admin

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