Francesco TOZZA- L’indicibile voce del corpo (Marie Chouinard ì, Teatro Argentina, a Roma Europa Fest)

 

 

Il mestiere del crritico

 


L’INDICIBILE VOCE DEL CORPO

foto di James Kirsten Coulfoto di Marie Chouinard

Marie Chouinard all’Argentina per RomaEuropa 2015

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Se non è vero (ma per noi lo è, e lo andiamo sostenendo da tempo nelle nostre recensioni, sulla scorta, ovviamente, di quanto si vede in giro nei più accorsati teatri della penisola) che nella danza – quella che va sotto il nome di danza contemporanea, per la mancanza di legami, ormai quasi inesistenti, con il balletto classico – sia il futuro del teatro (di un teatro sempre più in crisi di credibilità), è comunque fuori discussione che in essa almeno – e forse quasi in essa soltanto – si nasconde la rivalsa di quel teatro – grande teatro! – che del linguaggio del corpo, dopo secoli di parole stancamente ripetute fino a renderle quasi insignificanti, ha fatto (fece!) il suo credo: strumento di sopravvivenza fra le macerie del senso, se ancora ce ne fosse uno, non più veicolabile dal lògos, ma da quelle forme più complesse e raffinate di comunicazione che solo gesti, sguardi, movimenti, tensioni muscolari, ecc. (i linguaggi del corpo, appunto) sembrano poter offrire. Vi ha creduto, fermamente, una parte del teatro del secondo Novecento, la migliore forse, dal Living a Kantor (per citare due soltanto di quei ormai lontani maestri); poi più niente, o quasi. E a nulla è servita l’ironia, la forza demistificatrice nei confronti del logoro lògos, da parte del teatro di Carmelo Bene: l’indicibile voce del corpo (come ci piace chiamarla) ha finito col soccombere, magari prostituendosi agli ingannevoli richiami e alle fin troppo facili ostentazioni dei media più diffusi; la parola, in precedenza sbugiardata, ha finito col prevalere di nuovo, più subdola e mistificatrice di prima, con o senza vecchi e nuovi surrogati (la seduzione e la virtualità dell’immagine, per esempio). I risultati non si sono fatti attendere, ormai sotto gli occhi di tutti; e non a teatro soltanto, come si sa.

Si rifletteva su questo, uscendo dallo spettacolo di Marie Chouinard, all’Argentina di Roma: e sembra quasi una bestemmia chiamarlo così, con un termine ormai brutto e inflazionato, rivolto peraltro a chi guarda alla danza quasi come ad un’arte sacrale; a meno che non si risalga alle origini del termine, alla visione – forse alla visionarietà! – che il teatro, certo teatro almeno, offriva. Ma chi fa archeologia dei linguaggi o, ancor meno, archeologia del sapere, oggi?!?! La grande coreografa canadese (che dopo Milano, e ora Roma, sarà a Ferrara, quindi a Venezia, nella sua pur sempre breve tournée, che ovviamente…. non toccherà alcun centro meridionale della penisola, dove comunque sarebbe bello inseguirla; ma ci sono dei limiti anche per i sopravvissuti corridori…. della critica!) ha presentato nella capitale, dinanzi ad un pubblico non numerosissimo, come pure avrebbe meritato, due soltanto dei suoi  affascinanti frammenti di un discorso amoroso sul linguaggio del corpo. Nel primo (Gymnopédies), sullo sfondo – quasi si direbbe sull’eco (per la carezzevole sinergia di musica e movimento) – delle tre note composizioni per pianoforte di Erik Satie, peraltro eseguite a turno dagli stessi danzatori, c’è stato il progressivo disvelamento di una misteriosa, statuaria monumentalità: figure accartocciate, quasi oppresse da un’iperbolico abbigliamento, liberavano lentamente la loro inquietante, fascinosa nudità, fra semplici camminate, non prive di inciampi, nuovi nascondimenti e disvelamenti del volto, non senza qualche disarmonia o improvviso stacco nell’offerta dei suoni alla tastiera; quasi a testimoniare, insomma, i sobbalzi energetici, ma anche le ambiguità, gli esiti a volte anche ironici, comunque mai definiti e definitivi, di ogni rivelazione dell’io a se stesso e agli altri.

Più astratto, quasi disincarnato – se è lecito dir così – il linguaggio del corpo espresso nel secondo frammento (Henri Michaux: Mouvements): un piccolo gioiello di appena 35 minuti, forse meno inquietante e seducente del primo, ma per alcuni versi più attuale, nell’idea guida di riunire in un solo evento coreografia, arti visive, musica pop, recitazione. I disegni a inchiostro di Michaux, poeta e disegnatore belga, naturalizzato francese, assai vicino ai surrealisti, mentre apparivano sulla tela bianca di sfondo, diventavano segni grafici in movimento, proprio grazie ai portentosi corpi degli abilissimi danzatori, con effetti spesso sorprendenti. Veniva da pensare, nel vederli, alle silhouette di Kentridge (da questi giorni in esposizione permanente, nell’ambito della Collezione allestita al Maxxi, sempre qui a Roma): narrazione – questa – fatta di ombre in movimento, con il vantaggio però (ma è ancora un vantaggio? Per i teatranti certamente), nel caso della Chouinard, di utilizzare la semantica del corpo (sempre lui!), meno fredda di quei geroglifici su carta, comunque più viva e drammatica. Non a caso il poema, che nel libro di Michaux intervalla le immagini, viene qui recitato, a metà del lavoro, da una delle danzatrici, Carol Prieur (per la quale, in forma di assolo, era stato originariamente concepito); lei lo recita, microfono in mano, dapprima dolcemente, poi quasi con rabbia, infilandosi infine sotto il tappeto bianco, steso sul palcoscenico, mentre una danza stroboscopica e una lettura, fuori campo, di quella che dovrebbe essere la postfazione di Michaux al suo libro, chiudono la brevità del tutto, fra gli applausi, certo, insistiti ma anche esterefatti. Insistiti, quasi per l’attesa di una conclusione che non è di fatto venuta e forse non poteva venire (chi può dire la parola definitiva sullo stato dell’arte?); esterefatti, dinanzi ad una probabile, complessa, forse non del tutto spiegabile e spiegata metafora: quella dell’unione, ancor oggi conclamata, dei linguaggi, con il seppellimento della parola (purtroppo quella vera, veicolata dalla poesia), fra l’irrompere di una musica frastornante e il ridursi dei corpi a meri segni grafici di un libro ancora tutto da scrivere o comunque, non si sa come, completare. Geniale trovata! Magari non del tutto consapevole. Il mistero e gli inciampi che accompagnavano le precedenti Gymnopedies, più inquietanti nell’ancor caldo ricordo, sono forse l’unica, possibile risposta?

Autore: admin

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