Caterina BARONE- Wilson, un’altra lezione di teatro (“Odissey”, Teatro Strehler, Milano)

 

Il mestiere del critico



WILSON, UN’ALTRA LEZIONE DI TEATRO

L'Odyssey di Bob Wilson

“Odissey”, sino a fine ottobre, al Teatro Strehler di Milano

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Sono passate tre stagioni dal debutto dell’Odyssey di Robert Wilson, coproduzione del Piccolo Teatro di     Milano e del Teatro Nazionale di Grecia, e quello spettacolo, già carico di senso, torna ora sulla scena ad  Atene e a Milano (repliche fino al 31 ottobre al Teatro Strehler) portando con sé un bagaglio di domande e di riflessioni scaturite da questi anni di crisi. Come opportunamente segnala Antonio Ferrari nel programma di sala, “non è difficile trasformare le insidie affrontate da Ulisse in quelle che ogni greco vive da quasi sei anni” e quello sforzo produttivo congiunto che fu compiuto allora e che oggi si rinnova testimonia la capacità di coesione e condivisione che può avere la cultura.

Bellezza estetica, profondità di pensiero, magia di immagini, suoni, luci: tutto concorre a fare dello spettacolo un unicum davvero imperdibile. Le vicende del poema omerico si susseguono in scene che suscitano incanto e stupore. Dall’apparizione iniziale degli dei, bizzarre figurine di un olimpico carillon, si passa alle seduzioni dell’innamorata Calipso, per poi percorrere il periglioso viaggio verso Itaca attraverso la terra dei mangiatori di loto, il cannibalismo del Ciclope, gli incantesimi della maga Circe, la dolorosa discesa nel regno dei morti, l’incontro con Tiresia, e ancora, le lusinghe delle Sirene, i gorghi di Scilla e Cariddi, che inghiottono gli uomini, fino all’approdo nell’isola dei Feacie il ritorno a Itaca dell’eroe, da Penelope e Telemaco, per sterminare i Proci e riprendere il proprio ruolo di re, marito e padre.

Il testo, tratto dalla riscrittura del poeta inglese Simon Armitage, è in greco moderno (con sovratitoli in inglese e in italiano) e offre una narrazione sintetica del poema omerico,trasformando le parole dell’antico aedo in un linguaggio moderno, ma non banale, nel quale confluiscono anche riflessioni e spunti critici sul presente.

Sullo schermo di fondo e sulla scena le luci disegnano ora figure in controluce, ora le scolpiscono con fasci luminosi; lampi di un chiarore abbagliante si alternano con le cupe tinte dell’angoscia e della nostalgia, con il rosso del sangue, col giallo livido del terrore. Tragico e comico si legano strettamente senza soluzione di continuità e attraversano i vari personaggi con garbo e leggerezza. Non c’è il ridicolo, mai ronia lieve e però non meno efficace e tagliente.

L’osmosi tra scena e platea è pervasiva: merito anche delle musiche eseguite dal vivo al pianoforte dall’autore, il musicista Thodoris Economou, pianista e arrangiatore, tra gli altri, per compositori come Mikis Theodorakis e registi come Theo Anghelopoulos. Non è una colonna sonora giustapposta a commento dell’azione, ma fa parte integrante della drammaturgia creando suggestioni, talvolta in sintonia con quanto avviene in scena, talvolta in efficace contrappunto.

Gli stessi oggetti di scena, pochi ma significanti, come nell’antica tragedia greca, hanno forme peculiari, fuori del comune; bicchieri, sedie, tavoli creano ambienti surreali e – come dichiara Wilson – sono vere e proprie “sculture, importanti quanto un attore”. E agli attori va riconosciuto il merito di aver aderito anima e corpo al disegno del regista, impeccabili nei movimenti stilizzati e nella recitazione antirealistica, e capaci di trasmettere sentimenti ed emozioni al di fuori degli schemi consueti.

Autore: admin

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