Manuele GIANFRANCESCO- Il fantasma della libertà (un saggio di B.Constant del 1819, ancora attuale)

 

Scaffale



IL FANTASMA DELLA LIBERTA’

Benjamin Constant.

Un saggio del 1819,  ancora attuale, di B. Constant (nel ritratto)  paragona quella degli antichi a  quella dei moderni

 

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La libertà rappresenta uno dei concetti più ampi che esistano. Proprio per questo è anche quello più fastidioso e affascinante, controverso e pronunciato, strumentalizzato e confuso, e ovviamente abusato: in nome della libertà – intesa come flatus vocis, suono senza significato – si pretende di giustificare tutto.

Per restituire dignità e profondità intellettuale a questo concetto e riflettere sulle sue possibili accezioni è molto utile rileggere un discorso pronunciato dal filosofo liberale Benjamin Constant nel 1819: “Discorso sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni” (Einaudi, 19 euro).
È un’opera tanto breve quanto significativa.

Essendo la libertà un concetto ampio, che possiede appunto molteplici accezioni intrinseche, è importante chiarire cosa intende Costant: non una libertà in senso edonistico, intesa come libertà assoluta del piacere personale – vista l’acutezza del filosofo francese è davvero un peccato che non si sia occupato di questo tema, essendo quella edonistica proprio l’accezione più abusata ai giorni nostri.
La libertà di cui si occupa Costant ha una accezione etica poiché riguarda il Bene, il quale è declinato secondo la sua dimensione politica, poiché riguarda il Bene incarnato dallo Stato, dalla morale pubblica: anche la libertà viene intesa in senso politico.

Sono proprio due categorie potenzialmente politiche, quali collettività e individuo, ad essere necessarie per la comprensione dell’opera. Queste due categorie sono scaturigine di altri sistemi di pensiero, da cui proviene lo scarto tra la concezione della libertà degli antichi e quella dei moderni.
È interessante, a duecento anni di distanza, rileggere le definizioni date da Costant alle due rispettive libertà. Secondo il filosofo, gli antichi si sentono liberi nel momento in cui hanno la possibilità di avere il maggiore accesso alla vita pubblica, ovvero quando possono partecipare alle decisioni riguardanti la collettività; al contrario i moderni intendono la libertà all’interno della sfera privata, ovvero del libero godimento dei diritti individuali.

I due enunciati non sembrano apparentemente in contrasto, ma analizzati in profondità diventano difficilmente conciliabili: mentre gli antichi ritenevano che la libertà individuale si potesse esprimere solo nella costruzione del bene comune e che quindi l’individuo doveva sottomettersi alla polis, incarnazione suprema di questo bene, i moderni non sono più disposti a rinunciare alla libertà individuale in nome dello Stato e arrivano a porre la sfera privata come inviolabile rispetto alla possibile invadenza statale. Per usare le parole dell’autore, i moderni ritengono che “l’indipendenza individuale è il primo bisogno dei moderni”. Il primo, appunto.

Cambiano i tempi, cambiano le esigenze. E se il filosofo francese invocava agli inizi dell’Ottocento una possibile sintesi, un punto di equilibrio tra le libertà individuali e la necessità di partecipare alle decisioni riguardanti il bene pubblico, noi oggi dobbiamo capire quali scelte sono prioritarie rispetto alla nostra realtà.
Possiamo considerare ancora significativo e affascinante lo schema antichi-moderni, a patto di una sua reinterpretazione: infatti nella teoria politica sono vive le riflessioni sul rapporto tra Stato e Cittadino, tra pubblico e privato, tra collettività e individuo appunto.
Le riflessioni sulla libertà rimangono fondanti nella teoria politica, ponendo alcuni interrogativi essenziali: fino a che punto può spingersi la cogenza della maggioranza? Fino a che punto l’individuo è libero di agire? Ha più valore la libertà individuale o il bene collettivo? La libertà è un mezzo, un fine o una condizione pre-politica? E ancora: fino a che punto lo Stato può determinare la vita dei cittadini?

Questi problemi rimangono centrali – anche se a volte sono latenti –  per capire come si costruisce un’identità, ed è proprio l’indirizzo politico a determinare le risposte. Ad esempio un democratico riterrà giusto cercare di tendere progressivamente all’uguaglianza delle possibilità attraverso l’intervento – e quindi la possibile invadenza – dello Stato e dei suoi strumenti, ponendo l’uguaglianza delle possibilità come condizione necessaria per arrivare a una libertà reale o non soltanto nominale – ovviamente all’uguaglianza delle possibilità deve seguire la libera espressione dei mezzi intellettuali.

Un marxista riterrà necessaria e giusta la sospensione della libertà in nome di un fine superiore, l’uguaglianza sostanziale dell’umanità; un liberale invece porrà la libertà come punto di partenza e di arrivo, come necessità dell’uomo e come primo diritto: in nessun modo potrà essere alienata dalla forza dello Stato. Dovrebbe poi essere la libertà di azione – per i liberali – a riequilibrare la situazione.
Teorie politiche diverse, dove la libertà è un tema centrale per capirne l’elaborazione successiva.

Nel Discorso è posta un’altra riflessione molto acuta, slegata dal problema della libertà, ma comunque drammaticamente interessante. I temi in questione sono guerra e commercio, sempre analizzati secondo la dicotomia antichi-moderni.
Constant – che è un liberale, come detto, ma è bene precisarlo – definisce il commercio come una evoluzione della guerra: “La guerra è anteriore al commercio; perché la guerra e il commercio non sono che due mezzi differenti per raggiungere lo stesso fine: quello di possedere ciò che si desidera”. Una davvero definizione geniale nella sua sincerità, che molti liberali successivi al filosofo ottocentesco non condividerebbero.
La differenza tra le due attività è nei metodi usati: se da una parte, per compiere il proprio desiderio, la guerra lavora in senso conflittuale e impulsivo, dall’altra il commercio lavora in senso amicale e calcolato, ed è proprio per questo che ne rappresenta un’evoluzione. L’impiego della forza presuppone un rischio – inteso da Costant in senso umano, non economico – a cui non si sottopone chi commercia, e in quanto rischio ha delle notevoli possibilità di fallire.
Insomma, affinato il mezzo, rimane il volere, un desiderio di possesso: un desiderio metastorico che muove l’agire umano e il divenire della storia stessa, tanto radicato negli uomini quanto lo è il desiderio di libertà.

Autore: admin

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