Cinzia BALDAZZI- “Arianna”, vita e resurrezione (note sull’opera prima di Carlo Lavagna)

 

Il mestiere del critico



“ARIANNA”, VITA E RESURREZIONE

 

Note sul recente film -opera prima- di Carlo Lavagna, interpretato da Ondina Quadri

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A essere sincera, non è mai accaduto (forse dovrei dire: ancora) di chiedermi perché sia nata donna e non uomo. Certo, durante l’infanzia e l’adolescenza avrò lentamente acquistato l’identità legata all’essere un soggetto femminile attraverso dubbi, paure, emozioni, desideri, ritengo abbastanza diffusi. Con il trascorrere degli anni, progressivamente, nello spazio conscio e inconscio, hanno conquistato un posto  abbastanza tranquillo, a volte “appartato”, altre volte manifesto.Piuttosto, guardandomi ora “negli occhi” con Arianna – interpretata in modo convincente e persuasivo da Ondina Quadri – avvicinando strumentalmente i suoi vent’anni ai miei che furono, comprendo una delle ragioni fondamentali per le quali quella domanda non me la sono mai posta : la prima e unica volta nella quale sono nata, a differenza di lei, ero già una piccolissima “bambina”, come si dice in famiglia: una “femminuccia”. Ma per lei – la osservo ancora con maggiore attenzione mentre galleggia in uno specchio d’acqua di fonte termale che ne rende l’immagine quasi slavata – non è stato così.

Nell’inquadratura iniziale di Arianna, è la sua voce fuori campo a parlare: “Sono nata due volte. Anzi tre. Bambino la prima, un giorno stranamente caldo di  gennaio, a Roma. Più tardi sono nata di nuovo. Questa volta bambina, e mia madre mi mise nome Arianna. La terza volta sono nata io, l’estate in cui mio padre riprese la casa sul lago, dov’ero cresciuta. Ma per questo, ci sono voluti vent’anni”.

Una vita abbastanza ordinaria,la ragazza l’ha vissuta anche lei come molte, con qualche problema di salute che, pur essendo gli ormoni oggetto di ricerche farmaceutiche e mediche in tutto il mondo, metterebbe però in pensiero ognuna di noi: ancora nessun segno di ciclo mensile, seni poco sviluppati. Si parte dunque per le vacanze che la famiglia Ferri,ovvero lei con il padre Marcello e la mamma Adele,  decide di trascorrere in un loro casolarepresso il lago di Bolsena. L’avevano lasciato quando la piccola aveva tre anni, per trasferirsi a Roma.

Con lo sguardo disincantato della macchina a mano, a luce naturale e senza illuminazione artificiale, con il sonoro della presa diretta, la protagonista prende possesso delle stanze, attraversa i corridoi, ritrovando confusi ricordi: è come se ci si aprisse il cuore a un sentimento d’emozione sproporzionato all’evento effettivo, e tale stato d’animo rimarrà per lo più immutato sino alla fine.

Dichiarava il regista Carlo Lavagna durante la preparazione della sua opera prima: “Èuna storia che si svolge nel corso di un mese: la cosa più difficile sarà proprio quella di rimanere vicini alla protagonista e cercare di trasmettere le emozioni che Arianna vive nel corso di questo periodo in cui la sua vita cambierà per sempre”.Il regista ha parlato giustamente come “occhio”, fonte di tutto quello che avremmo visto, e come sua profonda ideologia di sostegno sulla tematica dell’ermafroditismo o intersessualità: “Il film è nato da una serie di sogni che feci diverso tempo fa, sogni ricorrenti in cui ero una donna molto più grande di me. La domanda sull’identità mi è rimasta dentro a lungo, perché si nasce in un modo oppure in un altro, e si è trasformata nel desiderio di indagare questo soggetto. Ho vissuto per diversi anni negli USA, e lì ho conosciuto le prime associazioni di persone intersex, gruppi che si stavano formando in quegli anni. Ho anche incontrato molte persone in questa situazione, e Arianna nasce dalla fusione dei racconti di tutti loro”.

Io mi trovo seduta nella sala cinematografica, a vedere il suo film, da una prospettiva opposta: certo sempre legata al suo sguardo, perché solo quello ho nel cinema, non essendo una rappresentazione teatrale dove posso decidere se spostare l”obbiettivo” da una parte o dall’altra. Perché opposta? Perché invece di stare vicino ad Arianna (e lui vi è riuscito perfettamente), io – donna che quell’orizzonte non aveva mai affrontato -ho tentato di oltrepassare il personaggio per renderla verosimile.

Allora ho capito. Rimasta sola nel casolare, con i genitori tornati a Roma, pensando alla domanda dello zio che le chiedeva dove avesse lasciato il fratello, dopo essersi chiesta perché non riuscisse a fare l’amore, perché non desiderasse un uomo come aveva visto la sua amica desiderarlo, ebbene, è lei – non il ginecologo che vuole cambiare, non i il padre e la madre che la rassicurano – a capire di non essere quella che ha sempre creduto di essere.

Arianna è nata maschio, ma con gli organi genitali non completamente formati: un “intersessuale”, ovvero ermafrodita. Ed “essere metà e metà” non sembrava opportuno per i genitori, i quali hanno pensato non sarebbe stata una condizione ottimale neanche per lei adulta. Ma Arianna non ha potuto scegliere, e non avrà mai la possibilità di sapere cosa avrebbe scelto. Eccola immaginare di assistere, alle spalle dei medici, all’intervento chirurgico su un bambino, mentre continua a raccontare fuori campo: gli adulti hanno dovuto prendere una decisione e a tre anni l’hanno sottoposta a un intervento per l’asportazione degli organi maschili e il cambiamento del sesso al femminile.

Ora siamo nel bosco silenzioso. Avanziamo a passi felpati seguendo padre e figlia in una battuta di caccia. Arianna uccide un cinghiale e assiste, la sera stessa, alla luce dei falò, allo squartamento della bestia, lasciata lì appesa a sanguinare prima di essere macellata. Osserva quel sangue come fosse il suo, per celebrare il meccanismo preparatorio di una maternità che per lei sarebbe stata impossibile.La ragazza torna dunque a contatto con la natura, che l’ha tradita: passeggia da sola nel verde, rimane sotto la pioggia a osservare lo spettacolo del temporale sul lago, sale su un albero, si inoltra in una gola ad ammirare le foglie che cadono dall’alto su di lei, poi si specchia nell’acqua. Antiche memorie cominciano a riaffiorare.

Nei lunghi pomeriggi silenziosi, nella pace della campagna, comincia a indagare sul proprio corpo e sul proprio passato: finché, all’ospedale di Viterbo, dove si è recata per essere visitata e sottoporsi ad esami, chiede e ottiene la cartella clinica, potendo così finalmente leggere il referto dell’operazione che, a soli tre anni, l’ha resa – almeno a metà – una donna. Tornati a Bolsena, Marcello e Adele organizzano una grande festa nel prato davanti alla casa: i tavolini, i festoni, la musica, il cibo, gli amici. Arianna finalmente abbandona i pantaloni e indossa l’abito bianco sbracciato che la madre aveva tenuto da parte.Ma non partecipa al raduno: osserva da lontano il padre e la madre ballare stretti, gli amici divertirsi, la cugina e confidente Celeste amoreggiare con il fidanzato. Scappa nel bosco, si immerge di nuovo nella natura.

La sua voce fuori campo spiega il successivo colloquio con i genitori, le loro spiegazioni, la necessità di prendere una decisione sul suo futuro. Arianna non li giudica, tantomeno li condanna.Ma ora che sa, ha deciso di frequentare un gruppo di autocoscienza femminile. Sedute in circolo, le ragazze ascoltano la sua storia: l’operazione, la mancanza del ciclo, l’impossibilità di provare piacere sessuale, la maternità negata. Paragona la sua situazione a una formula dove uno più uno fa tre: “Devo trovare la mia matematica. Adesso sto lavorando per esclusione”.

L’ultima sequenza è quella di apertura: a galla supina in uno specchio d’acqua solitario, nuda, come fosse distesa su un letto, con i grandi occhi verdi spalancati. Sulla sua bocca si va disegnando a mano a mano un sorriso.

Cosa lascia questa “opera prima” di un giovane regista, uomo, su una donna che prima era un uomo? Confusione di ruoli? Propensione allo scambio di sesso? Cancella la superstizione negativa nei confronti dei “diversi”, degli ermafroditi? Non lo definirei lo scopo principale. Uscendo dal buio della sala, riflettevo piuttosto sulla solitudine che scontiamo con noi stessi prima che con gli altri, e la fattura del film, non aiutata da una colonna sonora espressiva, costruito da una sorta di “moviola” accelerata, ci lascia tranquillamente da soli a pensarlo. Come era bello, Arianna, quando Celeste faceva l’amore con il fidanzato. E invece, per te? No, Arianna, non è andata male per i tuoi ormoni a metà: sei una donna come le altre, ormai. È la solitudine che devi sconfiggere, prima di cercare compagnia. Come tutte.

“Ci ho messo quasi venti anni a ricomporre tutti i pezzi”, sembri giustificarti. Ma i vent’anni sono finiti: è ora che tu vada avanti. Sei già tra di noi.

Autore: admin

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