Mario SAMMARONE- L’incontro. Gianni Vattimo ed il “comunismo ermeneutico”

 

 

L’incontro

 

GIANNI VATTIMO ED IL “COMUNISMO ERMENEUTICO”

Gianteresio

Il filosofo torinese attinge di nuovo al  pensiero marxista

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Gianni Vattimo (Torino, 1936) è una delle figure di spicco della filosofia contemporanea. Allievo di Luigi Pareyson e di Hans Georg Gadamer, il filosofo ermeneuta di cui ha divulgato l’opera in Italia, Vattimo si è laureato all’Università di Torino dove ha insegnato poi filosofia teoretica ed estetica sin dagli anni ’60. Il suo contributo alla ricerca è molto importante per la formulazione del “pensiero debole”, debole non perché sia contrario di forte, e cioè incapace di restituire una visione del mondo o un senso della vita esaustivi, ma perché appartiene ai deboli, agli sconfitti – a chi partecipa della dimenticanza dell’essere per dirla con Heidegger. Il pensiero debole rigetta i valori assoluti della vecchia filosofia storicista e metafisica e rappresenta l’atteggiamento critico dell’individuo post-moderno, il solo che può assicurare alle nostre società democrazia, tolleranza e libertà.

Il modo di filosofare di Vattimo è anche il tipico atteggiamento engagè, e cioè del pensatore impegnato nel sociale o talvolta nella politica, come avevano fatto Sartre, Bataille o lo stesso Heidegger prima di lui. Questo atteggiamento porterà Vattimo nel Parlamento Europeo, dove fu eletto per i Democratici di Sinistra nel 1999.

Ma negli ultimi anni, il filosofo torinese ha segnato una “svolta” e il ritorno verso il pensiero puro marxista, con l’abbandono della sinistra riformista e l’auspicio un comunismo epurato dagli errori storici della nomenklatura sovietica. Vattimo offre così una visione del mondo capace di interpretare il sociale in ogni momento e che possa opporre all’ideologia neoliberista oggi dominante. In “Comunismo ermeneutico” (Garzanti) – scritto insieme al filosofo dell’università di Barcellona Santiago Zabala – Vattimo segna una nuova tappa dello sviluppo del pensiero debole, arricchito da una prospettiva pratica che guarda alle esperienze politiche del Sudamerica e dei modelli di sviluppo che tengano conto anche delle rivendicazioni dei poveri e degli sconfitti.

Di fatto, in “Comunismo ermeneutico” (Garzanti ed.), libro dal titolo ostentatamente provocatorio – come è noto comunismo ed ermeneutica sono due forme del pensiero assai lontane –, Vattimo offre spunti e importanti riflessioni riguardo i modelli di sviluppo globale. Modelli che per il filosofo torinese non tengono conto delle rivendicazioni e delle aspirazioni dei più deboli, in quanto la filosofia piegherebbe perfino i valori più alti come verità o conoscenza a strumenti di potere delle classi superiori. La verità, che è (storicamente) determinata dai forti, eserciterebbe infatti un’azione dialettica al fine di reprime le rivendicazioni dei deboli, permettendo così ai forti di mantenere il potere ad nutum in nome della verità stessa che essi possiedono o che sostengono di possedere.

Vattimo, perché rispolverare un’ideologia – quella comunista – sconfitta dalla storia, e conciliarla con l’ermeneutica, un atteggiamento teoretico che ha tutt’altre aspirazioni?

Parlando di comunismo ermeneutico, abbiamo voluto aprire un dibattito sulla situazione geo-politica e rispolverare una parola che in Occidente era diventata tabù in senso negativo. Nello stesso tempo, chiamarlo  ermeneutico significa togliere al comunismo quell’elemento che aveva caratterizzato il vecchio materialismo scientifico, che voleva regolare la società secondo norme rigide dettate dai tecnici e dagli scienziati, cosa non auspicabile visto che – per dirla con una battuta – gli scienziati economici sono quelli che hanno regalato il governo tecnico all’Italia.

Lei sembra critico verso l’impostazione globalizzante del pensiero neo-liberale.

La globalizzazione dell’economia richiede oggi sempre più controlli e dipendenze, con tutti questi supremi comitati centrali, specialmente in Europa, che ci impongono e determinano le nostre scelte politiche. Non voglio diventare un leghista, ma bisognerebbe recuperare un po’ più di molteplicità dei poteri. Gli stati nazionali, ad esempio, che dio li conservi! Quelli che dicono che non siamo ancora abbastanza europei o unificati sono gli emissari di Wall Street, che ci vogliono tenere il più uniti possibili per comandare meglio. Un’Italia un po’ più insicura forse sarebbe più libera; un’Italia più sicura al contrario sarebbe sempre più sicuritaria e controllativa. Lo so che è un rischio, ma preferisco un po’ di disordine al rischio di diventare un automa.

“In nascita della biopolitica” (Feltrinelli), Michel Foucault spiega come le strutture politiche dei paesi occidentali siano costruite al fine di permettere alle attività capitalistiche di inverarsi, per cui non è la politica che determina l’economia, ma l’economia che determina la politica. Non pensa che gli stati occidentali dovrebbero fare qualcosa di più che essere i contabili del capitale, mettendo al centro della loro attività il benessere e la felicità dei propri cittadini?

Credo di sì. Se non è la politica che da voce ai più deboli, chi dovrebbe farlo? Nella situazione di puro liberismo in cui viviamo, lo stato non controlla – e detto prosaicamente, chi ha i soldi comanda. Il neo-liberismo è un regime di libero sfruttamento che può essere limitato solo dalla politica democratica. Ma nel nostro sistema la politica democratica dipende molto dai fondi di cui i candidati dispongono… è per questo che uno può essere anche un po’ pessimista riguardo al futuro.

Cosa dovrebbe cambiare nel sistema politico-economico oggi dominante?

Si dovrebbe innanzi tutto cambiare la nostra cultura di governo, che è sempre stata una cultura di difesa degli interessi locali. Qualche tempo fa c’era una strana intervista sulla Stampa di Alain Elkann a un tale (Simon Anholt, consulente politico n.d.r.) che diceva che ci vuole un governo mondiale e democratico. D’accordo, questo è quello che vogliamo tutti, ma il governo mondiale che abbiamo adesso è semplicemente un impero. La polizia globale esiste ed è la Nato, comandata dagli Stati Uniti. Credo che bisogni sostituire questo tipo di mondialità con un’apertura economica diversa. Lo se che se io fossi al governo italiano non saprei cosa fare, però comincerei per liberare alcune frontiere. Se noi collaborassimo allo sviluppo dei paesi sub-sahariani, invece di pensare a bombardare dei barconi in Libia, si potrebbe migliorare il problema dell’immigrazione. E poi non dimentichiamo che oggi molta gente in Europa non lavora.

Cosa pensa del processo di integrazione europeo?

Dico sempre che adesso che non mi pagano più come parlamentare, posso parlare male del progetto europeo. In realtà, c’è stata una grande involuzione del progetto europeo avvenuta a partire dopo l’11 settembre, a causa del crescente irrigidimento della disciplina sociale. È anche vero che il progetto dell’Unione ha un’ispirazione direi quasi colonialista. Molti anni fa, a proposito dell’unificazione italiana, Gramsci diceva che era una colonizzazione del sud da parte del nord. Temo che questo sia vero anche per quanto riguarda l’Europa. Siamo ridotti, per ragioni finanziarie e di austerity, a diventare delle colonie da sfruttare senza però avere in cambio autonomia.

Qual è il rischio per l’Italia?

Non voglio esagerare, ma avendo visitato diversi paesi dell’America latina, temo che si voglia fare dell’Italia un paese come la Colombia da cui si estrae reddito, ma la cui la società è lasciata in uno stato di sottosviluppo e in cui i sindacati servono solo a mantenere la disciplina del lavoro al fine di proteggere gli interessi padronali. Naturalmente questo è una semplificazione estrema, l’Italia non è la Colombia , ma fondamentalmente il progetto del capitale internazionale è questo. E poi tutto questo insistere affinché ci siano investimenti esteri: via via che si riducono gli investimenti, via via che non si fa più sviluppo tecnologico e si riduce la produzione, le nostre industrie diventano facili prede di acquisto da parte di stranieri. Cosa che è avvenuto con qualche nostra grande marca acquistata dai cinesi.

Non è d’accordo con la vendita delle nostre grandi imprese da parte di stranieri?

Ma quando i cinesi acquistano in Italia lo fanno con lo stesso spirito con cui vanno in Amazzonia per acquistare prodotti come legno o essenze, cose che i colonialisti hanno sempre fatto. Sono veramente preoccupato di questa situazione, a cui si accompagna un’intensificazione della disciplina sociale per sfruttare meglio il lavoro, per cui oggi bisogna essere politicamente più conservatori e controllori, come è avvenuto in Italia dal governo Monti in poi con politiche tese ad estrarre più facilmente plus-valore al lavoro.

Come uscirne?

Occorre rischiare un po’ di più. E poi dovremmo pensare un po’ di più ad aiutare il nostro paese, che è in una situazione storica di immergenza: oggi abbiamo salari così bassi che si deprime anche il consumo interno. Il modello a cui pensa l’austerità europea è invece di produrre, magari in maniera anche un po’ schiavistica, al fine di esportare, senza pensare tuttavia a consumare. Ma consumare un po’ di più farebbe bene al nostro mercato e a quello di tutto l’Europa.

Nel suo libro, Comunismo ermeneutico, scrive che scienza e democrazia liberale sono due alleati formidabili e indissolubili. La democrazia attuale offre le migliori opportunità di attuazione del mercato economico…

Sembra paradossale, ma il liberismo che viene teorizzato oggi dai modelli nei-liberisti è un liberismo fasullo. Nessun grande liberista, nessun grande industriale si preoccuperebbe oggi che la sua società stia diventando più monopolista – anzi più è monopolista, meglio è. Per fare una battuta, si immagini un dirigente della Wolkswagen che si suicidi perché la Fiat è fallita, è una cosa che non avrebbe senso. Evidentemente il sistema neoliberista è un sistema tendenzialmente monopolistico, destinato a intensificare il dominio, perché? Tanto più è liberista tanto meno c’è il controllo politico.

Lo sviluppo tecnologico invece assicura alle nazioni occidentali l’indiscusso primato dal punto di vista militare.

La questione militare del mondo, o meglio dei poteri politici che sono sempre i monopolisti della violenza, è molto importante. Oggi si sta andando verso una intensificazione della sorveglianza. Vi è una situazione in cui la stessa tecnologia, quali che siano le intenzioni dei governanti – e non sono mai tanto buone –, pone il rischio di un mondo sempre più grande-fratellico, sempre più controllato, sempre più disciplinato, ma anche sempre meno amichevole. Basti pensare soltanto a un paese che ha le centrali atomiche, e che quindi ha bisogno di essere militarizzato per difendersi dal pericolo che qualche terrorista venga a prendersi il suo potere nucleare, o magari le scorie radioattive per buttarle negli acquedotti avvelenandoci tutti.

Secondo lei quali sono i valori che definiscono l’Occidente?

Quello che definisce l’Occidente sono le conquiste progressive di libertà che si sono avute durante la modernità. Lo statuto dei lavoratori, ad esempio, è un valore dell’Occidente. Il sindacalismo, è un valore dell’Occidente. Sono tutte cose che adesso, sulla spinta del modello neoliberista anglosassone e americani, stiamo perdendo. Bisogna avere memoria di tutto ciò che abbiamo perso per sapere quali sono in nostri valori.

Cosa ne pensa della fine della storia teorizzata da Francis Fukuyama e altri dopo la caduta dell’Unione sovietica? Quei teorici sostenevano che dopo la caduta del comunismo la democrazia liberale avesse trionfato sulla storia.

Questa è l’ideologia portante  di un mondo che mira principalmente alla stabilità dell’esistente così com’è. Prenda ad esempio la crisi delle banche nel 2008, cosa hanno fatto i governi democratici dell’Occidente? Hanno restaurato i capitali delle banche purché poi le cose andassero avanti come prima. Al tempo c’era stata una dichiarazione della Marcegaglia che mi aveva molto colpito, secondo cui era giusto che lo stato intervenisse per ripianare i debiti, ma una volta finita la situazione d’emergenza gli imprenditori avrebbero ripreso l’assoluta libertà sulle aziende. Voi ci pagate i debiti, noi continuiamo per la prossima crisi. Sto parlando da pessimista, ma non saprei da che parte attaccarmi se volessi essere ottimista.

Nell’introduzione del libro, riportate una citazione di Heidegger secondo cui la trasformazione della società e del mondo avviene parallelamente alla trasformazione del pensiero. Questa è una dichiarazione di intenti di un modo di filosofare impegnato – engagè come si dice in Francia?

Certamente. Ma mi lasci spezzare una lancia anche in favore di Heidegger, che come è noto nel 1933 espresse la sua adesione al progetto nazista. L’impegno politico di Heidegger  – che io non condivido assolutamente – testimonia però il tentativo di un filosofo che a un certo punto della storia della Germania e dell’Europa decise che si doveva impegnare politicamente, per cosa? Per combattere la cappa capitalisto-tecnologica che stava per soffocare l’Europa, tranne che la Germania che lui sognava non era più quella –  era diventata anch’essa un paese tecnocratico e super controllato. L’errore di Heidegger non è stato di impegnarsi in politica, ma di scegliere il campo nazista piuttosto che quello marxista.

Molti intellettuali però hanno criticato il marxismo per il suo spirito calcolante assai simile a quello capitalista, che cerca la crescita e il more and more a ogni costo. Del resto, Jungher scrisse che i sovietici potevano “passare al bosco” in quanto russi, non in quanto bolscevichi.

Proprio questo è stato l’errore di Stalin. Ed infatti per quale ragione Stalin è diventato così sanguinario? Perché ha voluto fare una rivoluzione industriale comparabile a quella del mondo anglosassone, che però l’aveva realizzata in due secoli, in soltanto vent’anni. Questo ha prodotto da una parte l’Armata Rossa che ci ha salvati dal nazismo, ma naturalmente per farlo Stalin ha dovuto sterminare un sacco di gente, ha dovuto farne di tutti i colori.

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Nelle ultime battute del libro, Vattimo e Santiago Zabala parlano della necessità di interpretare il mondo. Occorre tenere conto delle diversità locali e delle condizioni socio-economiche di ciascuna realtà per pianificare o rendere possibile lo sviluppo. Ermeneutica è interpretazione, e quindi – nella sfera politico-sociale – capacità critica per saper discernere in ogni momento quello che può essere utile da quello che è nocivo per la collettività.

 

Autore: admin

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