Giuseppe ARDIZZONE- Da Londra. Corbyn e i comuni problemi da affrontare

 

Da Londra



CORBYN E I COMUNI PROBLEME DA AFFRONTARE

Jeremy Corbyn, Leader of the Labour Party

Tra le difficioltà e i dissensi con cui l’Europa sta affrontamdo i cataclismi umani e solciali in corso

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La vittoria di Corbyn in Inghilterra allarga il fronte delle forze populiste in Europa?

E’ un ritorno a vecchie posizioni intransigenti della sinistra?

Forse c’è dell’uno e dell’altro; ma, indubbiamente, alla base di quest’affermazione vi sono i problemi che la crisi del 2008 ha posto all’intero mondo politico di destra e di sinistra ed il senso di lontananza del cittadino nei confronti delle istituzioni politiche che lo rappresentano.

Sono problemi questi di cui non sembra si sia ancora trovata una soluzione che possa offrire uno sbocco teorico politico capace di offrirci una prospettiva per il governo del nostro futuro.

Accanto all’affermazione di Corbyn, proprio in questi giorni abbiamo letto il manifesto contro quest’Europa (firmato fra gli altri dall’ex ministro greco dell’economia Varoufakis, dal tedesco Oskar, ex ministro delle finanze tedesco e fondatore della Linke, dal deputato francesce Mèlenchon, già leader del Front de Gauche e dal nostro Fassina) che tenta di raccogliere il dissenso nei confronti della politica economica e degli stessi trattati che vengono visti come una trappola che impedisce lo sviluppo proprio dei paesi più poveri dell’Unione. Assistiamo ancora ai rivolgimenti del Medio oriente, che insieme alle difficoltà presenti nel continente africano spingono milioni di persone in un esodo epocale verso l’Europa.Vediamo ancora con quali difficoltà e dissensi interni l’Europa stessa sta affrontando quest’emergenza.

Gli equilibri politici ed economici mondiali sono in riassetto e gli stessi paesi del BRICS vivono profonde difficoltà emblematicamente rappresentate dalla crsisi della bolla speculativa cinese e dai timori che, in questi giorni, vengono espressi sulle conseguenze che un rialzo dei tassi del dollaro americano potrebbero avere sulla generale sostenibilità dell’indebitamento complessivo dei paesi emergenti.

Ci portiamo dietro problemi vecchi e nuovi che incidono sulle caratteristiche della vita sociale ed economica delle nostre società e stanno determinando una forte preoccupazione ed insoddisfazione in larghi strati della popolazione.

In particolare, dal mio punto di vista, i più gravi mi sembrano essere:

1) crisi degli strumenti tradizionali della democrazia.E’ un discorso che inizia già negli anni 60 e richiede una diversa partecipazione politica del cittadino che gli consenta di sentirsi partecipe e protagonista della realtà in cui vive. Belle parole, che tuttavia ancora oggi non si sono trasformate in un vero cambiamento delle regole della democrazia capace di soddisfarle. C’è una richiesta potente di partecipazione diretta del cittadino alle scelte politiche, che ha messo in crisi, in molte realtà nazionali, i partiti tradizionali e che si allarga sempre di più.

2) crisi dell’efficacia e validità dell’organizzazione dello Stato che richiede una profonda revisione del suo funzionamento. La destra politica, da oltre trent’anni,  ha fatto di questo problema il suo cavallo di battaglia, arrivando a proporre quasi un totale smantellamento delle funzioni pubbliche, costituenti. a suo dire, un onere economico gravoso per tutti i cittadini .

La sinistra socialdemocratica ne è stata in parte travolta ma grazie alle politiche innovative portate avanti da esponenti come Blair ed altri ha saputo trovare una via di maggiore efficienza e responsabilità del settore pubblico, spesso legata, tuttavia, ad ampie privatizzazioni d’interi settori. Teoricamente tutto questo ha portato ad una crisi di fiducia sulla capacità ed efficacia dell’azione pubblica diretta. Si è continuato a ritenere essenziale l’azione dello Stato come regolatore dell’economia; ma, sempre più spesso, si è negata l’utilità di una sua azione diretta.

Possiamo tuttavia negare il ruolo decisivo dello Stato nello sviluppo strategico di moltissimi settori di primaria importanza proprio nelle economie più aperte e libere come negli USA? Quello che è insopportabile è l’occupazione dell’amministrazione e delle partecipate statali da parte dei potentati politici . L’utilizzo sistematico delle risorse pubbliche per favorire imprese “amiche”   o l’ampliarsi del fenomeno della concussione e corruzione. La gestione delle attività pubbliche e del personale non meritocratica e non legata ad obiettivi trasparenti,verificabili e controllati.

Si può fare altro ? Strategicamente , privatizzare è l’unico modo per rendere efficiente , meritocratica e funzionale la macchina dello Stato?

Ad esempio, Corbyn , di fronte all’insoddisfazione dei cittadini sul funzionamento d’alcuni settori,come quello delle ferrovie, ne propone la rinazionalizzazione .

E’ sbagliato  o c’è da rifletterci?

3) tutti abbiamo visto gli effetti combinati che una nuova liberalizzazione della finanza, a partire dagli anni 80, insieme all’aumento dell’ineguaglianza nella distribuzione delle ricchezze hanno creato nel nostro sistema economico. In particolare, quando l’aumento delle  ricchezze, dovuto non solo a quelle accumulate nel tempo ma anche ad un’abnorme disparità di redditi , si concentra in una parte sempre minore della popolazione , diventa quasi inevitabile l’espandersi del capitalismo finanziario rispetto a quello produttivo .Quando le strutture destinate all’intermediazione fra risparmio ed investimento cominciano a destinare il risparmio raccolto verso il puro investimento finanziario , succede semplicemente che una quota sempre maggiore delle ricchezze prodotte siano destinate alla rendita gravando come onere sulle attività produttive.La concentrazione delle ricchezze  ed il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori  causano una riduzione complessiva della loro capacità di consumo,con conseguenze negative  sulla stessa capacità di crescita del sistema economico ed il senso  dello sviluppo.

4) si sono permesse attività finanziarie eccessivamente rischiose e squilibrate che hanno ulteriormente accresciuto la massa finanziaria del sistema gravando eccessivamente sulle attività produttive ed aumentando la rischiosità del credito ( utilizzo incontrollato  ed eccessivo  delle operazioni su derivati ,  cartolarizzazioni utilizzate per un ripetuto aumento  della capacità di credito, facilità nella concessione di mutui aumentandone sempre più il valore  percentuale rispetto a quello  delle garanzie,dilatazione  del credito al consumo ecc .)

5) ci rendiamo conto che prima ancora di decidere se adottare politiche di bilancio espansive o d’austerità, legate più che altro alle condizioni del mercato ed istituzionali , i problemi a monte riguardano la necessità di rivedere il rapporto fra le attività economiche e le esigenze della comunità cui si riferiscono. Questo è in sostanza  il significato del primato della politica sull’economia.

Tutto questo  riguarda mon solo il senso dello sviluppo ma anche l’equità dello stesso . Bisogna entrare nel merito della qualità del credito e del debito privato e sull’attività delle istituzioni finanziarie, ritornando alla separazione fra banche d’investimento e quelle  di raccolta del risparmio e concessione del credito . Questo perché il rischio di fallimento non venga scaricato sullo Stato o sul risparmiatore ed inoltre  per evitare che masse ingenti di risparmio vengano collocate in investimenti finanziari diretti  che possono alimentare bolle speculative ed una remunerazione gravosa a scapito delle attività produttive. Allo stesso modo non si può evitare una politica fiscale che abbia un effetto redistributivo delle ricchezze e che sia inoltre in grado di scoraggiare retribuzioni eccessive. Questo, a maggior regione, proprio  dove non è adottabile una politica di quantitative easing nazionale ( non disponendo della sovranità monetaria) orientata all’investimento produttivo ed ai consumi sociali che in qualche modo, realizzando una maggiore inflazione, penalizzi la rendita ed indirizzi le ricchezze verso il mondo produttivo : Rimane in questo caso affidato alla capacità organizzativa dei lavoratori il compito di riappropriarsi di parte delle ricchezze realizzate , in ragione dell’aumento della produttività .

Il nostro Paese deve certamente , con un ritardo di oltre vent’anni, rivedere il funzionamento della macchina dello Stato, come comprese Blair; ma, deve anche affrontare i problemi che la crisi finanziaria del 2008 ha reso evidenti in tutte le società occidentali.

Di certo, il dibattito teorico e politico presente all’interno del mondo della sinistra in Italia non può seguire , acriticamente , come un nuovo profeta, le indicazioni di Jeremy Corbyn che, specie in politica estera, sono molto legate alla particolare collocazione britannica .

Allo stesso modo, sarebbe sbagliato sottovalutare le problematiche sottostanti alla sua recente affermazione nelle primarie del Labour . e le tensioni presenti nel panorama europeo.


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Autore: admin

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