Luigi LOCATELLI*- La donna che canta (“Marguerite” di X. Giannoli alla Mostra del Cinema di Venezia)


Mostra del Cinema di Venezia

 


UNA DONNA CHE CANTA

Marguerite, un film di Xavier Giannoli. Con Catherine Fort, André Marcon, Michel Fau, Christa Théret.

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Una donna stonata che non sa di esserlo, o che non vuole ammetterlo. E che si ostina a cantare per amici e cortigiani. Perché Marguerite è ricca, è influente, tutti l’applaudono e nessuno osa dirle la verità. Ma il regista Giannoli, che si ispira molto liberamente alla vera storia dell’americana Florence Foster Jenkins, riesce a farne un ritratto sfumato e a farci amare la sua Marguerite delirante e pazza d’amore per la musica. Film che ha lasciato indifferenti i critici italiani, ma che merita qualcosa.

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Strana e straordinaria storia quella dell’americana Florence Foster Jenkins, ricca signora che si dedicò al canto lirico nonostante la sua voce stonatissima, cosa di cui era del tutto inconsapevole o che si ostinava freudianamente a rimuovere. Tra gli anni Dieci e i Quaranta del secolo scorso i suoi recital privati divertirono la cerchia dell’high society della East Coast, che non osò mai fischiarla o deriderla per via del suo potere economico e sociale. La Jenkins incise pure dei dischi e osò perfino esibirsi in un pubblico concerto alla Carnegie Hall. A suo modo, una leggenda, e una leggenda camp, che ancora oggi può contare su uno stuolo di ammiratori travolti dalla sua incoscienza, o dalla sua protervia, o dall sua autentica passione per lamusica. Gli americani ne stanno cavando un biopic con la regia di Stephen Frears e con quel mito di Meryl Streep a fare da protagonista. Intanto un altro regista, il parigino Xavier Giannoli, ha preso la sua storia, però totalmente riscrivendola e ricollocandola con altro nome nella Francia dell’immediato primo dopoguerra, costruendoci il film che abbiamo visto l’altro giorno in concorso qui a Venezia.

Da Giannoli, che proprio alla Mostra tre anni fa aveva portato il mediocre Superstar, non mi aspettavo granché. Invece devo dire che Marguerite non è niente male, anche se qua e là, per via dei costumi e dei castellotti di campagna, rischia un po’ troppo l’effetto Downton Abbey. Regia in apparenza tradizionale e scolastica, e invece, a guardar bene, con u suo progetto e in grado di non farsi subissare dalla chincaglieria d’epoca e di andare dritta al centro della storia e del personaggio. Anche per via di una sceneggiatura, dello stesso Giannoli, assai fine e penetrante, con qualche invenzione non da poco. Un film di solida confezione, e belle scnografie  bei costumi, che potrebbe piacere al pubblico e che però conserva dentro un nucleo per niente convenzionale. Un che di bizzarro e fuori-norma. Marguerite Dumont vive in uno château di camoagna con ampia servitù e con il marito imprenditore che l’ha sposata per soldi, che la tradisce, ma che nonstante tutto amodo suo le vuole sinceramente bene. Marito costretto ad assistere, anche se fa di tutto per non esserci inventando inesistenti incidenti di macchina, quando Marguerite nonostante la sua vice cagnesca si esibisce cantando arie d’opera per la buona società della zona.

Ma ci ha i soldi, è influente, e nessuno osa dirle la verità, tantomeno il marito, che non ha il coraggio di disilluderla. Giannoli disegna con sapienza il personaggio di Marguerite, scansando il facile socilogismo eogni ideologismo d’accatto, evitando di fare di lei un’arrigante signora che, forte della sua ricchezza e del potere, impone agli altri la propria mancanza di talento. No, la Marguerite di Giannoli è sinceramente innamorata della musica “alla quale ho dedicato”, ama dire, “il meglio dela mia vita”. Ed è sincermanete convinta di poter cantare e con umiltà studia, cerca di affinarsi, si impone una ferrea disciplina. Tant’è che, nonostante gli inudibili suoi strilli, si finisce pure noi soettatori con l’affezionarcisi e diventare complici del suo delirio. Perché di delirio si tratta. Ci sono cose bellissime, come l’avanguardista-dadaista che, ascoltandola in un suo concertino privata, perde la testa per quel suo estremismo, per quella sua autentica selvaggeria, per quella voce sregolata e anarchica che sembra aprire varchi su altri mondi. Al punto da invitarla in un evento antibellicista facendole cantare e stonare La marsigliese, e proiettando sul suo corpo un filmato della carneficina della guerra, con gran scandalo della meglio società paigina.

Scatta l’ostracismo per lei, ma Marguerite ha intanto percepito di essere qualcuno, qualcosa, ha iuntuito che la sua voce può essere utile e necessaria. Arriveranno però anche i profittatori, arriveranno illusioni e delusioni. In certi momenti, grazie anche alla bella invenzione del personaggio dello chauffeur-maggiordono a lei devoto e disposto a tutto per coinservarla nella sua bolla illusoria, Marguerite ci ricorda la vita recusa e autoimmaginaria della Gooria Swanson di Viale del tramonto. Fino a un’ultima scena che non può che essere melodramma. Film sottile al di là della sua apparenza mainstream che qui a Venezia agli italiani non è piaciuto, ma che, in una mostra finora non così fitta di opere memorabli la sua dignitosissima figura l’ha fatta. Catherine Fort, vista l’anno scorsa in La cuoca del presidente, è brava assai nel dar vita a una Marguerite a più dimensioni, ingenua e folle. Una santa invasata, una martire della sua passione e dedizione per la musica.

(*dal blog di Luigi Locatelli, critico indipendente, che ringraziamo)

Autore: admin

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