Cinzia BALDAZZI- Saggistica breve. L’anti-eroe cechoviano, dai salotti ai palcoscenici (seconda parte)

 

Saggistica breve



L’ANTIEROE CECHOVIANO, DAI SALOTTI AI PALCOSCENICI

I Čechov nel 1874: Anton è il secondo in piedi a sinistra. A destra, uno zio con la moglie e il figli

Una ricognizione, mille sfaccettature

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(seconda parte)

Proseguendo sulle pagine di Bunin, ecco, all’improvviso, l’immagine poetica, letteraria, del mare: un mare non verosimile, non riconducibile all’ambiente natale, perché è un “mare che rideva”. “Vi sarà piaciuto tanto”, continua Čechov, “ci potrei scommettere!… Vi sarete perfino fermato quando l’avete letto. Voi pensate che sia successo perché è una bella espressione, azzeccata. E invece no! Se vi siete fermato è perché non avete capito subito come poteva essere che il mare ridesse… Il mare non ride né piange, il mare può rombare, sciabordare o scintillare al sole… Prendete Tolstoj: il sole si leva, il sole tramonta… Gli uccelli cinguettano… Non singhiozzano né ridono. Perché è la semplicità che conta”.

No, in realtà non sempre, anzi. Nell’ottavo quadro del Giardino dei ciliegi, l’avvìo, sì, compone un quadro realistico: “Per carità! Anche i giganti adesso! Staremmo freschi! Li lasci stare nelle favole, che lì vanno benissimo. Nella vita, sa che paura!”. Poi, però, nasce e prende corpo un canto irreale. Cechov prepara l’atmosfera, prima di lasciare la parola ai presenti, lasciando percepire “un suono remoto, come dal cielo, un suono di corda di violino, che si spezzi, un suono triste, morente”:

Liubov – Cos’è?

Lopachin – Chi sa…qualche secchio in un pozzo… ma lontano di qui.

Gaiev – O forse qualche uccello… un airone… un fenicottero…

Trofimov – O un gufo.

Rapidamente scompare l’aspetto della “semplicità che conta”:

Liubov – Oh, Dio che impressione…

Firs – Prima del disastro ci fu una cosa simile.. La civetta strideva, e il samovar fischiava dalla mattina alla sera…

Gaiev – Prima di quale disastro?

Firs – La liberazione degli schiavi.

Ma Anton non accetta etichette di alcun tipo. Oltrepassa qualsiasi sistema, costruzione dogmatica o dispotismo, prendendo le distanze da ogni tendenza: “Temo coloro che cercando di leggere tra le righe dei miei lavori vogliono caparbiamente vedere in me un liberale conservatore. Non sono né un liberale né un conservatore, né un evoluzionista né un monaco né un indifferente. Vorrei essere un artista libero e basta, ma mi dispiace che Dio non me ne abbia dato la forza”.

Personalmente, sin da ragazza, preferivo Čechov ad altri autori non solo russi: tuttora condivido la certezza che l’artista non debba essere giudice dei propri personaggi e di quanto essi affermano, bensì soltanto un loro testimone imparziale. Anticipando di quasi di un secolo le conclusioni di tanta semiotica contemporanea, al destinatario dei suoi messaggi poetici, e non a se stesso, il drammaturgo russo affidava la facoltà di giudizio sulla vicenda narrata: “Ai giurati, ossia ai lettori, la valutazione”. Come se Anton Pavlovič volesse collocarsi a metà strada tra una scelta compiuta di realismo tradizionale e quella opposta di simbolismo sui generis. La prosa, le novelle, si mostrano attraversate da un ritorno musicale fondato su tre pause (o parti) chiudendosi, senza preavviso, nell’atto di suggerire un accordo di opinioni e soluzioni il quale, anziché terminarlo, intende “inaugurare” ancora una volta il racconto, lasciando un’impressione sfuggente, ambigua, legata all’attimo fugace della vita che però, lo sappiamo, si è ormai già concluso.

Parallelamente, un’atmosfera così concepita si diffonde nell’opera di drammaturgo: “Dobbiamo lottare con tutte le nostre forze affinché il teatro passi dalle mani dei bottegai a quelle dei letterati, altrimenti è condannato”. Tra dialoghi articolati,  scambi di opinioni apparentemente banali, interrotti, disturbati da silenzi prolungati, da frammenti di parole dirette o appena pronunciate, irrompono così slittamenti, brani di canzoni o citazioni: tutt’altro che casuali, sono frutto di una calcolata costruzione dove, per noi e per lui, l’unica “capacità di credere a qualcosa è una facoltà dello spirito”. In sintonia con suggestive riflessioni kantiane, nelle Tre sorelle l’autore pare  quasi precisarle. Così Ol’ga, nell’ultima scena, abbracciando Maša e Irina, afferma: “La banda suona così allegra, viva! (…) Oh, Dio mio! Il tempo passerà e noi scompariremo per sempre (…), dimenticheranno i nostri volti, le nostre voci e quante eravamo, ma le nostre sofferenze si trasformeranno in gioia per quelli che verranno dopo di noi. La felicità e la pace scenderanno sulla Terra e ci sarà una buona parola e riconoscenza per quelli che vivono ora”.

Ma com’è possibile scomparire tra il presente e il passato, insieme alle nostre sofferenze che in seguito, di colpo, torneranno trasformate in gioia nel futuro? Nell’universo cechoviano, l’uomo libero impegnato a tagliare i ponti con l’epoca della schiavitù (la servitù della gleba è stata abolita soltanto nel 1861), a prendere le distanze dalle false illusioni insite in risposte già confezionate, contro ogni ascetismo, ignoranza e oscurantismo, trova facilmente la propria strada, la necessità di un’elaborazione poetica attendibile di tutto ciò, dell’immenso materiale di vita, biologia, psicologia, arte, gusto, che non ricade esattamente sotto i princìpi precostituiti dell’intelletto e della ragione.

Il drammaturgo amante delle contraddizioni – le quali, però, non si annullano tra loro – manifesta l’intenzione di riproporre i fattori poetici, il vecchio “problema teoretico” della terza Critica kantiana (Critica del giudizio, 1790). Čechov conosceva la lingua tedesca, leggeva  e apprezzava Kant, soprattutto quando si immergeva nel mondo quotidiano, in quello che il filosofo tedesco chiamava “terzo molteplice”, formato, come suggerisce un suo grande interprete a noi contemporaneo, Luigi Scaravelli, da una “rapsodia di percezioni”, da una “baraonda di fenomeni”: tale “aggregato rozzo e caotico non contiene traccia di un sistema, l’intelletto non ne può rendere conto perché non sa ricondurlo ad unità sotto un principio”. Gli antieroi cechoviani vivono infatti l’”attesa”, stato sensibile di molteplici eventi: non aspirano, né credono, nell’esistenza o utilità di questo principio.

Nelle Tre sorelle, Ol’ga è ben conscia di come la sua sofferenza, oggi reale, fondata sulla separazione dolorosa e sull’esplosione dei legami esistenti tra persone, esseri umani votati alla solitudine, un giorno, lontano da ogni spiegazione razionale, si tradurrà lungo il ciclo naturale delle stagioni, in un passato e in un futuro lontano, in una fonte di luce ironica in grado di neutralizzarne il sapore tragico, facendo posto alla gioia della vita, della sopravvivenza vittoriosa di sé.

 

*Ringraziamo la collega Cinzia Baldazzi, saggista, ricercatrice, co-autrice televisiva

 

Autore: admin

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