Cinzia BALDAZZI- Saggistica breve. L’anti-eroe cechoviano, dai salotti ai palcoscenici (prima parte)

 

 

Saggistica breve


L’ANTI-EROE CECHOVIANO, DAI SALOTTI AI PALCOSCENICI

Ivan Bunin, A proposito di Čechov

Milano, Adelphi, 2015, pp. 228, € 14,00

Fausto Malcovati, Il medico, la moglie e l’amante. Come Cechov cornificava la moglie-medicina con l’amante-letteratura

Milano, Marcos y Marcos, 2015, pp. 224, € 15,00

Osip Braz: Ritratto di Čechov, 1898

 

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27 agosto

Oggi sono stata al cimitero, verso le sette, era già il

tramonto. C’era pace, silenzio, si sentiva solo il

cinguettio degli uccelli che volavano da un albero

all’altro. E i passi frettolosi delle monache, si

scorgevano i loro profili scuri. Intorno, come tante

lucciole, c’erano le lampade votive. Anche tu ne hai

una, dà una luce calda che fa bene all’anima(…)

Eppure la morte non esiste.

Ol’ga Leonardovna Knipper

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I parte

Anton Čechov, per me il grande autore di Tre sorelle (1901) e dell’ultima opera Il Giardino dei ciliegi (1904), occupa nello sviluppo della drammaturgia una posizione veramente significativa. Sulla struttura propria di questi testi teatrali, Konstantin Stanislavskij approfondì il modello di una diversa metodologia di recitazione per rendere  adeguata l’espressività drammatica rispetto alla complessità degli stati d’animo, vale a dire di persone che spesso non amano, non godono la vita in progress, dal momento che non ne percepiscono completamente la realtà, sfuggente, del viverla.

“Il teatro è la sua più grande passione””, scrive Fausto Malcovati nella vivace e originale biografia Il medico, la moglie e l’amante, ispirata nel sottotitolo a un’affermazione cara al protagonista: “La medicina è mia legittima sposa, mentre la letteratura è la mia amante: quando mi stanco di una, passo la notte con l’altra…”. Ancora Malcovati, sull’amore di Anton Pavlovič nei confronti del teatro, narra un episodio vivacissimo e gioioso pur nella triste infanzia trascorsa nella piccola Taganrog: “A casa si divertono (…) a inventare piccole scenette improvvisate: per esempio il cavadenti. Aleksandr viene steso sul tavolo, Nikolaj lo tiene fermo, Michail gli spalanca la bocca, Anton brandisce con aria minacciosa le molle del camino e gli si avvicina tra le urla generali…”.

Quattro fratelli e una sorella, con una madre tranquilla, garbata, e un padre, Pavel, severo, manesco e inflessibile. Anton è il terzogenito, ma si difende come può: tuttavia, così come andò avanti la storia, fino alla morte, l’impegno di mantenere in piedi l’istituzione della famiglia d’origine, non solo dal punto di vista economico, piuttosto emotivo e sociale, sarà sempre e soprattutto sua. Da una città all’altra, da una casa-villa all’altra, infatti, sino a quando sposerà Ol’ga Knipper, la sorella abiterà ancora con lui. Čechov è dunque, dai primi anni della sua vita, alla ricerca di una verità, di un conforto dell’esistere immediato, composto di fattori concreti, di affetti, di continuità che, quando si interrompono, erano già finite. Malcovati sottolinea come una volta, parlando di sé, l’autore disse: “Oggi uno può scrivere bene, domani male e viceversa. (…) Dobbiamo tutti morire, abbiamo ancora poco da vivere, perciò non dò nessuna importanza né alle mie opere né al mio nome”. L’importante è cogliere il frutto importante de “i nostri rapporti e la nostra vita”.

Anche Ivan Bunin, premio Nobel per la letteratura nel 1933, autore di A proposito di Čechov, concepiva il manifestarsi subitaneo della verità che conta nell’istante fugace, nell’attimo fuggente che ne sfiora appena l’umore, l’espressione del nostro volto, il viso di chi osserviamo.

Nel secondo atto, quadro 6, del Giardino dei ciliegi, parla Iepichodov:

“Io sono un uomo istruito, leggo continuamente libri importanti, ma  ciononostante, non ho ancora capito che indirizzo prendere. Non so se, insomma, voglio vivere o spararmi… e per ogni eventualità, mi porto  sempre addosso una pistola a tamburo. Eccola qua..”

E Charlotta, avviandosi per uscire con il fucile a tracolla, risponde:

“Ho finito, me ne vado…Iepichodov, tu sei troppo intelligente, e sei un uomo terribile. Le donne devono impazzire per te. Questi intelligentoni sono talmente stupidi, non si sa con chi parlare qui…sempre sola, sola, non ho nessuno e chi sono, e cosa faccio al mondo…Non lo so”.

Uno dei primi commenti sull’opera, evidenzia Malcovati, è dell’amico Nemirovič: “È il tuo miglior lavoro, personaggi nuovi, straordinariamente interessanti (…). Nel secondo atto qualche particolare superfluo, forse un eccesso di lacrime”. Čechov reagisce tuttavia abbastanza irritato all’osservazione, comprendendo come “queste lacrime” nascondano la fondamentale estraneità al testo da parte di chi lo aveva messo in scena: “Lacrime? Dove sono le lacrime? Se scrivo ‘con le lacrime agli occhi’, non vuol dire che l’attore deve piangere, è uno stato d’animo che può trasformarsi subito dopo in allegria”. Nella letteratura, il racconto procede in una insostituibile ricerca di senso: con tutto ciò, qualche volta – è il caso del racconto Una storia noiosa – non si trova. Ma si muore lo stesso. Spesso i personaggi di questo mondo poetico vengono seguiti con circospezione nel loro cammino verso la morte. Ma come arriva la fine estrema? Cosa succede quando la sentiamo vicina? Avanzano allora i ricordi dell’infanzia, la nostalgia degli anni trascorsi, racchiusi in un tessuto semantico privo di enfasi, senza forzature, ma intenso, mai concluso nel proprio malessere, nella relativa disperazione.

Ivan Bunin, in realtà, con l’amico, maestro, modello ispiratore e molto di più, condivide soprattutto la passione per la forma breve del racconto. A proposito di Čechov, per la prima volta tradotto in italiano, sotto forma di esposizione frammentaria, a volte epistolare, tal altra diaristica, compone un mosaico versatile di un protagonista certamente ambiguo, amante degli opposti e delle contraddizioni. Descrivendo una festa organizzata nel 1892 da Chudjakov in occasione dei vent’anni del suo giornale, Bunin riporta il ricordo della scrittrice Lidija Avilova, misteriosa amante di Anton Pavlovič, sul loro secondo e definitivo incontro. I due sono seduti uno accanto all’altra in un divano dell’affollato salone delle feste:

“E sapete chi eravamo l’uno per l’altra?”, mi chiese Čechov. “Certo non marito e moglie” risposi pronta. “Però ci amavamo, cosa dite? Eravamo giovani… E giovani siamo morti… In un naufragio, magari?, inventava Čechov. E poi: “Eccoci qua, dunque. Due vecchi amici che si ritrovano”. “Vi fidate ancora di me?”, aggiunge, ed io “Fidarmi di voi?” mi meravigliai. “Ma se invece di salvarmi mi avete fatto affogare…”

È una vita parziale, quella che gli anti-eroi cechoviani vogliono vivere: non perché a loro manchi la voglia o la capacità di conoscerla per intero, ma perché intendono mantenerne una parte, una zona, da scoprire all’improvviso, a dispetto di ogni previsione di comodo. Da medico, scrive Malcovati, una volta Čechov contesta chi si oppone alla visita medica a balie e prostitute affermando: “Se alla polizia sanitaria è lecito, senza offesa al venditore, accertare la qualità delle mele e dei prosciutti, perché non accertare la qualità delle balie delle prostitute? Chi teme di offendere, si astenga dal comprare“.

Esercita la professione di medico presso il villaggio di Voskresensk e ricorda: “Ho curato una signorina che aveva mal di denti, non l’ho guarita e ho ricevuto cinque rubli (…). Un monaco malato (…). Un rublo. Ho curato un’attrice di Mosca (…). Ho ricevuto tre rubli. Simile successo nelle mie nuove funzioni mi ha talmente entusiasmato che ho raccolto il gruzzolo, l’ho portato all’osteria e ho ricevuto vodka, birra e altri simili medicamenti”. L’umorismo, l’ironia, i primi passi nella letteratura sono in gran parte il motore principale della cechoviana, continua ricerca senza risposte che, grazie ad essi, non si inceppa, non si trasforma in messaggio sterile, ma è in grado di proseguire il suo cammino.

La natura della grande Russia che si spalanca dinanzi ai suoi occhi, sconfinata ma accessibile, protettiva, lo invita continuamente a proseguire il viaggio, a oltrepassare, ad andare lontano.“Avanti per dove?” risponde Anton Pavlovič, parlando di Gor’kij: “Non si sa. Se si esorta ad andare avanti, bisogna indicare la mèta, la strada, i mezzi. Con la sola ‘follia dei prodi’ in politica non s’è mai combinato nulla”. Ma, in fondo, per coloro i quali hanno necessità di risposte sicure alla domanda “Cos’è la vita?”, Malcova  ricorda che, secondo Anton, “È come chiedere cos’è una carota, di più non si sa”.

(fine prima parte)

Autore: admin

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