Francesco TOZZA- Lo sguardo. Per un piacere che non si sa…(una mostra di Costabile Piccirillo)

 

 

Lo   sguardo

 


PER UN PIACERE CHE NON SI SA

Per un piacere che conosce anche…

A proposito di ‘Lloco ‘Indo-  Mostra di Costabile Piccirillo  presso Habitat Studio&Design  viale Corrado Grande, 16  S. Maria di Castellabate (SA)    Sino al  26 settembre

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Privilegiare i problemi della visione e dello sguardo, ampiamente intesi, è stata una delle caratteristiche della tarda modernità, almeno all’interno delle arti visive (e non soltanto in queste). Loro, tuttavia, stanche di puntare – come da antica tradizione – diritto al cuore visibile della realtà, hanno progressivamente teso a superare quello che ormai, sempre più, veniva avvertito come un proprio, quasi intrinseco limite, dirigendosi piuttosto, più o meno direttamente, al suo lato invisibile (alla sua concettualizzazione), onde liberarsi finalmente dalla prigionia dell’immagine (della mimesis, in sostanza): intesa come datità da superare, o comunque da valorizzare altrimenti, non più nella sua intima ritmicità e fluidità, nemmeno nella sua dimensione simbolica o allegorica, ma come risorsa concettuale, appunto, allargando il campo dell’ermeneutica filosofica, con uno strumentario nuovo, diversamente teoretico; in direzione, insomma, di una forma più sofisticata di gnoseologia, di un sapere altro, che continuasse a voler dar ragione del suo conoscere, anzi a pretenderlo, senza tuttavia più goderne.

Con una parziale inversione dei ruoli, infatti, ma soprattutto ripristinando in certo modo un’antica frattura (fra verità e bellezza, attività conoscitiva e fruizione artistica, teoresi e godimento estetico), lasciata in eredità alla cultura occidentale da un platonismo riduttivamente inteso, si estendeva il territorio della conoscenza logica rispetto alla cognitio sensitiva, del concetto rispetto all’intuizione, togliendo spazio all’enigma della bellezza, attingibile grazie a quella particolare facoltà che va sotto il nome, forse un po’ equivoco, di gusto (gratificato, comunque, del diritto di cittadinanza nelle alte sfere della speculazione filosofica sin dal Settecento).

Dopo la relativa disfatta, in sede artistica, del concettuale (che nulla ha tolto, comunque, ai suoi meriti, in un mondo che, se non altro, avrebbe dovuto finalmente far giustizia, in ogni campo, degli assoluti, purtroppo di frequente ancora ritornanti), molte domande continuano a porsi. La pervasività, per esempio, di un onnivoro sapere, anche all’interno di un territorio tradizionalmente basato su un dare – il darsi della bellezza – su cui non sembra potersi fondare un sapere, tanto meno se scientificamente argomentato, e che comunque non riesce, e non è mai completamente riuscito, a dar ragione di sé, affidandosi sostanzialmente ad un giudizio di gusto, ha conquistato il resistente, pur sempre enigmatico, mondo dell’arte, o l’ha semplicemente lambito?

E il fantomatico gusto non è forse figlio, a sua volta, di un’antinomia? Sappiamo che qualcosa ci piace, ma non sappiamo perché; esperiamo spesso un seducente non so che, del quale tuttavia non riusciamo a offrire  efficaci o pertinenti (?) spiegazioni (il vagare di visitatori per le sale di tante gallerie d’arte, non solo d’arte contemporanea, in preda a qualche emozione o ad alcuni interrogativi, giustamente irrisolti, ne é una conferma). Si tratta, allora, di un sapere che non sa, ma nello stesso tempo di un piacere che conosce, certo a suo modo; tanto è vero che il gusto, storicamente, è stato quasi sempre considerato inferiore rispetto alla conoscenza vera e propria, quella teoretica, offerta da altre categorie. Ma la conoscenza razionale, o conoscenza tout court, non ha forse – anch’essa – i suoi limiti? La gnoseologia, almeno quella tradizionale, la lega indissolubilmente alla conoscenza sensibile, alle cose e alle sue rappresentazioni o immagini, anche se per superarle. D’altra parte, se la bellezza non può essere conosciuta a fondo, conosciuta davvero, la verità  (per tornare all’antica dicotomia) non può essere vista; anche se l’idea, il suo più alto risultato, con il suo ben noto rimando etimologico all’ideîn greco, cioè ad una superiore visione, a stento nasconde la sottile parentela della duplice impossibilità.

Ma ancora: il sapere, anche nel campo che sembra essergli più proprio, cioè nella sfera teoretica, non è forse men che sophia, sapere assoluto, ma piuttosto philo-sohia, desiderio (l’eros di cui parlava Platone) di sapere, continua presa d’atto di un significante eccedente, che nessuna significazione riesce a riempire, per cui finisce col piacerci quasi soltanto, o sempre più, ciò che non conosciamo? L’ignoranza terribile, senza scampo, è infatti solo quella di chi crede d’aver tutto a sufficienza e, nello specifico, crede di sapere già, quindi non aspira né può aspirare a ciò di cui non crede affatto d’aver bisogno. Il piacere della conoscenza, invece, è tutto nella finitezza del sapere, in quell’eccedenza della significazione cui accennavamo prima e che linguisti, etnologi, psicanalisti, gli esponenti, insomma, delle scienze tutte, quelle umane in particolare, continuamente sperimentano con il loro sapĕre: un saggiare, quasi un assaporare (perenne potenza esplicativa delle etimologie!) nel mare magnum di quella permanente inadeguatezza che solo un intelletto divino potrebbe colmare, mentre la forzata “servitù di ogni pensiero finito (ma anche la garanzia di ogni arte, di ogni poesia, di ogni invenzione mitica o estetica)” può solo “se non proprio arrestarlo, disciplinarlo parzialmente” (Lévi- Srauss).

In definitiva, se la conoscenza perfetta o esaustiva del mondo è impossibile, è anche impossibile la comprensione perfetta della sua bellezza. Diventa quanto mai legittima, da parte della cultura contemporanea, l’esigenza di un altro sapere: un modo di conoscere differente, intermedio fra la scienza e il senso, in cui l’immaginazione sia libera di intuire e interagire con la realtà, ridefinendo continuamente i confini di ciò che è conoscibile, senza rinunciare al piacere ricreativo della conoscenza, perché se i sensi sembrano dire troppo poco, l’intelligenza rischia di dire troppo. Sicché, nella duplice, reciproca salvazione di verità e bellezza (l’antica e ormai superata dicotomia), in direzione di un sapere che gode e di un piacere che conosce, in omaggio ad un ideale “sapienziale, cioè gustativo” (Agamben), nel senso appena esposto, si auspica potersi o doversi muovere il complesso mondo dell’arte contemporanea, dopo la grande abbuffata del concettuale.

Una testimonianza in tal senso, certo con le sue intriganti contraddizioni e le comprensibili, salutari incertezze, sembra offrirla, in questi giorni e ancora per un mese circa, a Santa Maria di Castellabate, la mostra di Costabile Piccirillo, un giovane di indubbio talento, schivo e riservato quanto basta, forte soltanto dei suoi studi a Brera e di un continuo, intelligente aggiornamento sulle problematiche dell’arte (ma non solo dell’arte) oggi.

Camminavamo e più volte ritornavamo sulle sue opere, la sera del vernisage, nelle luminose e assai confortevoli sale dell’Habitat Studio&Design (piccolo fiore in un deserto, quale sempre più appare gran parte del Cilento, cui ci si avvicina, ormai, soltanto per il suo bel mare, che certo non è più un segreto…, e per quei “Segreti d’autore” che da qualche anno costituiscono, con appuntamenti d’arte e incontri culturali di livello, l’unica occasione per non rendere, in loco, il meritato riposo estivo un eterno riposo!). E’ già un caso non da poco che riflessioni come quelle che abbiamo cercato di sintetizzare in questo nostro articolo siano state ispirate dal ripetuto sguardo su quelle opere, ma anche sui suoi visitatori e i loro insistiti colloqui con l’autore (un’antropologia dello sguardo, unita a una sociologia della ricezione, non guasta in questi casi, anche se non usa molto!).

Entrando nei dettagli, risultava chiaro, per esempio, che la presenza di una serie di paesaggi a pennarello di Monet e Van Gogh, in copia ovviamente, e realizzate tramite lo schermo del computer, non celebrava affatto il funerale dell’immagine; comunicava anzi – in una temporalità dilatata e in una più ridotta spazialità – il perdurante legame al visibile, pur nel territorio di una implicita concettualità, mirante a sottolinearne il lento, progressivo sfaldamento, già presente del resto nella lettura originariamente impressionista dei luoghi; lo si rintracciava ancora, pur nel suo continuo spegnersi, nella riproduzione su nuovi fogli, capaci di accogliere ormai vaghe tracce di segni, sempre più labili, infine sempre meno in grado – pur con la lente d’ingrandimento – di testimoniare una qualsiasi sia presenza.

L’implicito diveniva, forse, esplicito (sempre fino ad un certo punto) nei colloqui con l’autore (residuale concessione al concettuale), ma la volontà di capire poco aggiungeva, e qualcosa toglieva, all’enigma dell’opera, che vive – lo si é visto – nella interferenza continua di sapere e piacere: un sapere che riesce anche a godere, un piacere che conosce anche, ma non soltanto. Più efficace, forse, l’atteggiamento di chi, magari più umilmente, là dentro, cioé ‘lloco ‘indo (l’autore, anche nell’intitolazione della mostra, non ha voluto tagliare il cordone ombellicale che lo lega ancora alle sue origini), non ha preteso di colmare l’eccedenza del significante (le varie articolazioni dell’opera, presenti nello spazio) con il proprio o l’altrui significato, pago del suo sapere, del suo assaporare, della sua cognitio sensitiva confusa, che è alla base di ogni giudizio estetico.

Personalmente ci é piaciuta, in particolare, la proposta di quell’immagine (Svista, il sintomatico titolo) che formula un’ipotesi di paesaggio, costituito da apparenti canne sottili, che sono ormai solo strisce di carta lasciate intatte: uno sguardo strabico su una realtà polverizzata, un ponte lanciato verso i cieli dell’astrattismo puro, o una traccia resistente di pensiero simbolico, per un recupero, comunque, dell’immagine, non più inghiottita dalle esasperazioni del logos, dalle trappole del concettuale? Chissà: probabilmente solo una sublime metafora, nel segno di una dolce melanconia, per un sapere che non si sa, per un piacere che conosce, ancora una volta, a suo modo.

Autore: admin

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