V. Vec.- Locarno, piazza grande del Cinema (Il Festival reca omaggio a Sam Peckinpah)

Festival estivi
Festival del cinema di Locarno: Sam Peckinpah controverso cineasta di frontiera

LOCARNO, PIAZZA GRANDE DEL CINEMA

Proiezioni e retrospettive sino a Ferragosto- Omaggio a Sam Peckinpah

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(jobnews)-Magari qualcuno storce la bocca. Ma come, un festival del cinema come quello di Locarno, da sempre impegnato, tendenzialmente di «sinistra», che poco o nulla concede a mode e «spettacolo» del tipo in cui ci si imbatte a Cannes e a Venezia, ti combina questo scherzo?

Lo «scherzo» è la retrospettiva, quest’anno dedicata a un regista americano duro e spigoloso come Sam Peckinpah. Sì, proprio lui: il regista del «Mucchio Selvaggio», e di «Cane di paglia»; il regista in odore destrorso, perchè firma la sceneggiatura de «L’invasione degli ultracorpi» di Don Siegel, 1956: gli Stati Uniti d’America in piena guerra fredda, preda del furore anticomunista, e infatti molti vedono in quel film la metafora degli incubi americani di allora. Vero è che molti mettono in discussione il ruolo di Peckinpah nella riscrittura della sceneggiatura di Daniel Mainwaring; fatto è che quell’etichetta «destrorsa» Peckinpah se l’è portata dietro fin dentro la tomba.

Sapete cosa vi risponde a questa obiezione, il direttore artistico del Festival, Carlo Chatrian? Che per come lo intende lui, il cinema «deve suscitare domande, e rifuggire da risposte rassicuranti e automatiche; e dunque esser pronto a mettere in discussione canoni e certezze».

Roberto Turigliatto, che ha curato il catalogo, di suo aggiunge che in realtà Peckinpah è stato «un outsider radicale, la sua ‘lonesome road’ finisce con l’essere anche la sua perdizione. La fantasmagorica saga dei perdenti, con la sua formidabile galleria di attori in veste di alter ego, che ha eletto a propria poetica, è diventata anche la mitologia di se stesso, in tutta la sua carica autodistruttiva».

Vale la pena di conoscerlo un po’ meglio, questo bizzarro personaggio; e facciamolo, sia pure ripercorrendo a volo d’uccello, alcuni suoi film. Cominciamo con «Cane di paglia», uno dei più controversi? È la storia di un matematico americano, pacifista convinto, che si ritira in un cottage della Cornovaglia con la bella moglie inglese: un Dustin Hofman al meglio delle sue interpretazioni, e son state tante; il professore è vittima delle sevizie di una banda di delinquenti. Sopporta, ma alla fine reagisce, e di brutto. Perchè tutto si può sopportare, ma non l’oltraggio alla moglie. «È una storia», racconta Peckinpah, «di un uomo che scopre qualche segreto spiacevole su se stesso, sul matrimonio e sul mondo che gli sta intorno. Una persona a cui cadono i paraocchi e che non può tornare a essere quello che era».

Passiamo ora a «La croce di ferro», uno dei pochi film che «vede» la seconda guerra mondiale dalla parte dei soldati tedeschi, interpretato da uno strepitoso James Coburn. È la storia del sergente Steiner, soldato d’elite della Wehrmacht sul fronte russo, e del suo scontro con il capitano Stransky, che le ha tutte: è nazista, è vigliacco, ha sete di gloria, vuole a tutti i costi conquistare la Croce di ferro. Per queste sue bramosie, porta il reggimento al disastro. Un film sull’orrore della guerra, l’agonia, lo scacco inevitabile di un combattere senza senso. Orson Welles lo ha definito il miglior film di guerra dopo «All’Ovest niente di nuovo». Infine, forse il più celebre: «Il mucchio selvaggio», una gara senza vincitori a chi è più bravo: William Holden, Ernest Borgnine, Warren Oates, Robert Ryan… La ricordate tutti, la storia, vero? La banda di Pike Bishop rapina una banca, comincia la caccia ai rapinatori, i banditi si rifugiano in Messico, si scontrano con l’esercito del sanguinario e corrotto generale Mapache, un’«avventura» che si conclude in una vera e propria orgia di sangue che è resa straordinaria da un montaggio sapiente e da un uso unico del ralenti, lo ritroveremo solo in Sergio Leone. Un film violentissimo, ma non è la violenza il tema dominante, piuttosto l’onore.

Ma se si parla di Peckinpah non si possono dimenticare due altri film: «La ballata di Cable Hogue», per cominciare. Jason Robards interpreta con rara intensità il ruolo di un cercatore d’oro abbandonato nel deserto, dove trova l’acqua per sopravvivere, l’amore di una prostituta, l’amicizia di un bizzarro predicatore. A guastar tutto arriva il progresso, che segna la morte definitiva del West e di quello che, di vero o di mitico, rappresenta. Film malinconico e poetico. Uno dei film preferiti di Peckinpah, e più segreti, che rivela la vena picaresca e malinconica del regista. Film forse sottovalutato, come quello che forse è il suo capolavoro: «Voglio la testa di Garcia»: racconta di un ricco proprietario terriero, prepotente e arrogante, che offre una taglia a chi porterà la testa dell’uomo che gli ha sedotto la figlia. Alla caccia si metteranno un pianista fallito insieme all’immancabile prostituta in cerca di riscatto. Peckinpah lo considerava il film più suo.

Evidentemente le categorie tradizionali con questo regista, non funzionano. Si prendon cantonate. Cerchiamo allora di capirlo attraverso le sue parole. Intervistato da Robert Benayoun, dice tra l’altro: «I miei eroi sono degli sconfitti fin dall’inizio, e questo è uno degli elementi fondamentali della vera tragedia. Sono da tempo scesi a patto con la morte e la disfatta, per cui non hanno più nulla da perdere. Non hanno nessuna facciata, non resta loro che un’illusione, pertanto rappresentano l’avventura disinteressata, quella da cui non si trae alcun profitto, se non la pura soddisfazione di continuare a vivere».

Il West di Peckinpah è ancora selvaggio, ma decisamente crepuscolare; consapevole dell’inevitabile sconfitta del mondo della prateria. Consapevolezza di essere dei «perdenti», amore per il Messico, violenza realistica, uso del ralenti; ecco la cifra di questo regista morto relativamente giovane: 59 anni. Mi rimproverate una poetica fatta di sparatorie, sangue, orrore, sporcizia (altro che i western anni ’40-’50 con gli immancabili Stetson immacolati e la barba appena fatta)? Ecco la risposta: «Quando la gente impreca contro il mio modo di trattare la violenza, in pratica dice: non mostrarmela, non voglio sapere, e prendetemi un’altra birra dal frigorifero…».

Ecco, Peckinpah la birra non te la va a prendere; e ti costringe a guardare in faccia realtà che non si vorrebbero conoscere, vedere. È di destra, uno cosi’? A chi gli avesse fatto una domanda simile, non avrebbe certamente degnato uno sguardo. Registi come Scorsese, Bigelow, John Woo e Tarantino non nascondono il loro debito di riconoscenza con Peckinpah, e certamente sotto quei suoi folti baffi, nascosto dalle lenti affumicate, ne sorriderebbe compiaciuto. È stato il regista di un’America “altra” da quella cantata dai John Ford, dagli Howard Hawks, dai Raoul Walsh, Anthony Mann e Robert Aldrich; cantore di saghe dure, scorbutiche, ma al tempo stesso «colorate», ricche di vitalità. Un classico, a suo modo. La retrospettiva che gli dedica il Festival di Locarno è un giusto, meritato riconoscimento.

Autore: admin

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