Chiara CASTELLAZZI- L’equestre liturgia di Bartabas (“Golgota” al Teatro dell’Opera di Roma)

 

Note di critica*

L’EQUESTRE LITURGIA DI BARTABAS

Afflato mistico, rigorosamente iconosclasta in “Golgota”   di  Bartabas  all’Opera di Roma

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Ha lo stesso viso bello del buffone di corte Don Sebastian de Morra ritratto da Velasquez, l’attore nano che introduce e poi punteggia “Golgota”, l’ultima produzione del re dei cavalli danzanti Bartabas che ha iniziato la tournée al Théâtre du Rond-Point di Parigi, poi approdato a Torinodanza, quindi all’Opera di Roma. Qui il padre del teatro equestre Zingaro torna alla forma raccolta, iniziata con “Le centaure et l’animal”. Per compagno d’avventura l’andaluso Andrés Marín che dal flamenco dei padri ha distillato uno stile asciutto, in sintonia con il registro voluto per questa liturgia di uomini e cavalli.

“Il primo evento teatrale cui ho assistito è stata una messa”, confida Bartabas che in “Golgota” propone una Spagna filtrata dalla ritualità delle pratiche religiose e dall’estetica sontuosa dei grandi pittori – a partire da Pantoja de la Cruz. Così, se l’apertura è in tono lieve con il nano-chierichetto che fa la questua fra il pubblico, dal secondo quadro lo spettacolo si inoltra nell’atmosfera iberico controriformista e nei riti penitenziali della Semana santa.

Immersi in un caldo chiaroscuro, Bartabas domatore di cavalli, Marín quasi sempre scalzo – un paradosso per un bailaor flamenco – il nano giullare e tre musici magnifici – un controtenore, un cornettista e un liutista – officiano un loro proprio rito.

Come un “battuto” (o ” El penitente” di Martha Graham), Marín si frusta con la coda del cavallo destreggiato da Bartabas, che nel secondo quadro agita turiboli di incenso come fossero bolas. I musicanti in nero e gorgiera alternano mottetti di de Victoria, allievo di Palestrina, a silenzi pregni di aneliti spirituali. Soltanto in brevi momenti, lo zapateado di Marín – calzato – prende forma e suono su un trono ecclesiastico o su una lastra di metallo posta sulla sabbia nera.

Fra ceri accesi è tutto un incedere processionale, con copricapi a cono come sivigliani capirotes, come “Una processione di flagellanti” di Goya o i suoi disegni scuri di autodafé. Poi è tempo che il destino si compia. Marìn è avvolto in un drappo rosso, trascinato e appeso alla croce issata in cima ad una scala. Non è agnello, però, ma cavallo sacrificale: nei piedi calza zoccoli equini. Il riscatto a questo Dolore non lo rinveniamo nel “Salve regina” cantato poco dopo nel finale, ma nella condivisione e nella fratellanza fra viventi che tutto lo spettacolo mostra e che ha il suo momento più toccante nella scena del cavallo, senza cavaliere in groppa, che si butta a terra ai piedi della croce e del Cristo in zoccoli. (*dal blog dell’autrice e di   ilsole24ore.it)

Autore: admin

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