Alberto BURGIO*- Berlino-Atene, uno scontro asimmetrico

 

Europa felix*


BERLINO- ATENE, UNO SCONTRO ASIMMETRICO

Grecia_Bandiera_VecchiaR400

Simile a quello tra Nord e Sud (del mondo)

****

Il deso­lante spet­ta­colo del brac­cio di ferro tra la Gre­cia di Syriza e l’Europa a tra­zione tede­sca ha inco­rag­giato diversi com­men­ta­tori a rin­ver­dire clas­sici ana­temi. La ricetta è parsa troppo ghiotta (e sem­plice). Riec­cola, resu­sci­tata dalle pro­prie ceneri, la perenne Ger­ma­nia asse­tata di domi­nio. Che con­ce­pi­sce se stessa come cen­tro del mondo e gli altri popoli come pro­pri sud­diti. Riec­coli, sotto men­tite spo­glie, i magnati dell’imperialismo teu­to­mane, nostal­gici dell’egemonia ger­ma­nica, bar­ri­cati in una pro­ver­biale superbia.

Il pas­sato ritorna, almeno nei com­menti. La Ger­ma­nia, si dice, ha vizi anti­chi – e si pensa ori­gi­nari e con­ge­niti. È inca­pace di inten­dere la poli­tica come dia­logo nel rispetto delle ragioni altrui. La con­ce­pi­sce come un’arma al ser­vi­zio di un’insaziabile volontà di potenza. Si ria­prono i dos­sier. La fero­cia dell’occupazione tede­sca, il pro­get­tato nuovo ordine euro­peo fon­dato sulla gerar­chia «raz­ziale», i debiti di guerra dimez­zati con l’accordo di Lon­dra del 1953. Il carico delle pas­sioni sca­te­nate in que­ste set­ti­mane è tale che non si resi­ste alla ten­ta­zione di arditi paral­leli. E il falco Schäu­ble, con quel suo muso duro, ha anche il fisico del ruolo. Quanti lo hanno imma­gi­nato in divisa, sotto le inse­gne dell’aquila, con il brac­cio steso nel saluto nazista?

Anche in Ger­ma­nia, del resto, si ha paura che i fan­ta­smi ritor­nino. Ben­ché il mini­stro delle finanze goda di un robu­sto con­senso (lui sì che ci tutela, che difende i nostri soldi, i frutti del nostro duro lavoro), il Bun­de­stag venerdì scorso si è spac­cato sull’accordo con la Gre­cia e la coa­li­zione al governo ha regi­strato un’emorragia di voti. Alcuni gior­nali hanno aper­ta­mente accu­sato Schäu­ble e la Mer­kel di avere distrutto la buona imma­gine della Ger­ma­nia paci­fica e demo­cra­tica, riat­ti­vando il ricordo di un pas­sato orri­bile. Insomma non se ne esce. Come in un gioco di ruolo i pro­ta­go­ni­sti del con­flitto sem­brano risuc­chiati dalla cupa sto­ria del Nove­cento e dal suo eterno ritorno. Al cospetto del quale il con­creto pro­dursi degli eventi appare irri­le­vante, una sem­plice varia­zione sul tema.

Ma è pro­prio così? O non dovremmo piut­to­sto guar­darci da una coa­zione a ripe­tere che sem­pli­fica il qua­dro fino a defor­marlo impe­dendo di indi­vi­duare le vere cause dei con­flitti? E non dovremmo altresì – senza nulla togliere delle respon­sa­bi­lità tede­sche – chie­derci se il nostro rap­porto con la Ger­ma­nia non sia con­di­zio­nato dalle pas­sioni, da un’antipatia non sce­vra da invi­dia, forse anche dalla rab­bia nei con­fronti di un popolo capace di risol­le­varsi dalle pro­prie mace­rie e di ricon­qui­stare sem­pre di nuovo posi­zioni dominanti?

Sta di fatto che lo sce­na­rio rac­co­manda di evi­tare giu­dizi uni­la­te­rali. Sarebbe per un verso assurdo negare che l’intera lea­der­ship tede­sca – com­presa la social­de­mo­cra­zia – mani­fe­sta pul­sioni auto­ri­ta­rie. Ha ragione chi rin­fac­cia a Schäu­ble di voler ripe­tere con la Gre­cia il copione dell’annessione dei Län­der orien­tali. Per­vade il grande capi­tale tede­sco una voca­zione impe­ria­li­stica e colo­niale che si è fatta valere nella costru­zione dell’unione mone­ta­ria e che si riaf­ferma nella pra­tica mer­can­ti­li­stica, in spre­gio di ogni limite al sur­plus com­mer­ciale. In que­sta costi­tu­zione mate­riale dello spi­rito tede­sco la vicenda greca trova una per­fetta chiave di lettura.

La Gre­cia – sim­bolo di tutti i paesi supe­rin­de­bi­tati – è colo­nia e colo­nia, den­tro o fuori dall’eurozona, deve rima­nere. Deve met­tere da parte non sol­tanto ogni vel­leità sim­me­trica, quasi che l’Unione euro­pea fosse un’unità tra pari, ma anche (e la lezione valga anche per gli altri, a comin­ciare dall’inquieta Spa­gna) qual­siasi illu­sione cri­tica. Non c’è alter­na­tiva, spiegò una grande mae­stra del pen­siero unico. Sic­ché la si smetta una volta per tutte con quelle pagliac­ciate dei refe­ren­dum, come se com­pe­tesse ai cit­ta­dini deci­dere il da farsi a Bru­xel­les o a Francoforte.

Pare che Schäu­ble abbia ripe­tuto in que­sti mesi che le ele­zioni in un paese euro­peo non cam­biano niente, quale che sia l’esito, rispetto agli accordi in sede comu­ni­ta­ria. E che (in un arti­colo sulla Faz del giu­gno 2000) abbia defi­nito «una que­relle acca­de­mica» la que­stione se l’Europa debba essere uno Stato fede­rale o una fede­ra­zione di Stati. Ecco, que­sta insof­fe­renza per la demo­cra­zia e que­sto con­cla­mato disprezzo per i paesi paria sono indi­scu­ti­bil­mente una fac­cia della meda­glia, di cui sarebbe sciocco non tenere conto. Ma poi c’è l’altra fac­cia, non meno importante.

Biso­gne­rebbe chie­dersi se altri paesi euro­pei si com­por­te­reb­bero diver­sa­mente: se, da una posi­zione domi­nante, si dispor­reb­bero altri­menti nei con­fronti degli anelli deboli della catena. È lecito dubi­tarne. La Fran­cia per esem­pio ha sem­pre ragio­nato su un’Europa a due velo­cità, ha spe­cu­lato sulla mise­ria greca e ha sem­pre lavo­rato – tra alti e bassi – a man­te­nere un rap­porto pri­vi­le­giato con Ber­lino, con cui ha con­di­viso ecce­zioni e dero­ghe alle «regole fer­ree» dell’Unione.

L’altra que­stione che ci si deve porre riguarda allora il com­pli­cato intrec­cio che tiene insieme la logica comu­ni­ta­ria e la dimen­sione nazio­nale dei pro­cessi. E che, su que­sta base con­trad­dit­to­ria, ripro­duce dina­mi­che gerar­chi­che e il para­dosso strut­tu­rale di un accen­tra­mento della sovra­nità di fatto (in capo ai paesi domi­nanti e alle tecno-burocrazie) che esalta (nei forti) la boria nazio­na­li­stica e al tempo stesso ali­menta (nei deboli) ran­cori e sogni di révanche.

C’è insomma il pro­blema tede­sco, ma esso va posto den­tro il più ampio e com­plesso pro­blema euro­peo. Che a sua volta non si può inten­dere enu­clean­dolo dalla que­stione delle que­stioni, siste­ma­ti­ca­mente rimossa: il nesso costi­tu­tivo di domi­na­zione tra Nord e Sud (tra cen­tro e peri­fe­rie) che il rap­porto capi­ta­li­stico di pro­du­zione instaura e riproduce.

L’Europa unita avrebbe potuto con­tra­stare la ripro­du­zione di rap­porti ine­guali se avesse man­te­nuto nel pro­prio codice fun­zio­nale le istanze soli­da­ri­sti­che, poten­zial­mente anti­si­ste­mi­che, che ne ave­vano in parte infor­mato la costi­tu­zione. Sap­piamo invece com’è andata la sto­ria, e ora siamo al dun­que. La resa dei conti con la Gre­cia ha messo in scena il grande tema dei rap­porti di forza sociali, poli­tici e inter­na­zio­nali che arti­co­lano, sullo sfondo della glo­ba­liz­za­zione finan­zia­ria e della crisi, il sistema di potere capi­ta­li­stico in Europa. È que­sto il campo su cui occorre stare e lavo­rare cri­ti­ca­mente. Lasciando sullo sfondo futili ana­lo­gie sto­ri­che che rischiano di bana­liz­zare il quadro (*ilmanifesto.it)

Autore: admin

Condividi