Ansalastampa- Dorme sulla collina. Omar Sharif, attore

 

Dorme sulla collina

 

OMAR SHARIF

Attore

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(F. Ca.) -Quanti sospiri, quante emozioni. Sull’ultima sequenza del «Dottor Zivago», quella in cui l’attore egiziano Omar Sharif , nei panni del protagonista Yuri, scorgeva tra la folla l’immagine di Lara (Julie Christie), ma non riusciva a raggiungerla, eserciti di spettatori del mondo (soprattutto donne) non sono riusciti a trattenere le lacrime. Difficile non identificarsi nell’archetipo dell’amore impossibile, sullo sfondo della rivoluzione russa, tra il medico dall’animo sensibile e la giovane infermiera, difficile non innamorarsi dell’attore con gli occhi color carbone che sfrecciava sulla slitta nella neve sfidando, per passione, il rischio del congelamento.

Eppure Sharif, scomparso a 83 anni in un ospedale del Cairo, non aveva mai fatto i conti con la sua immagine di amante mediterraneo e, negli ultimi 20 anni di esistenza, si era spesso lasciato andare a considerazioni amare: «La mia fama di rubacuori è usurpata. Le donne erano più interessate ai miei personaggi che a me». Malinconie legate, forse, ad altri eventi della vita, i dissesti economici, dell’irresistibile attrazione per il tavolo verde, le violente polemiche legate alla fede religiosa, divenuta cristiana e per questo molto criticata viste le origini arabe: «Mi sto mettendo in una posizione molto pericolosa – aveva dichiarato durante le riprese del film tv in cui interpretava San Pietro -. Quelli mi uccidono. Nel film parlo per tre volte di Gesù come un musulmano non farebbe mai. Tutto questo mi procurerà dei guai».

E dire che l’altro film decisivo nella carriera di Sharif, nato ad Alessandria d’Egitto il 10 aprile del 1932, era stato «Lawrence d’Arabia» dove incarnava, al fianco di Peter O’Toole, il coraggioso sceicco che libera l’avventuriero britannico e ne diventa amico e alleato. A quel ruolo era molto attaccato, mentre aveva spesso ripudiato la prova nel «Dottor Zivago», opera, a suo parere, troppo zuccherosa e romantica. Per la prima, nel 1963, aveva guadagnato un Golden Globe e una nomination all’Oscar, mentre per la seconda aveva vinto un altro Golden Globe.

Riconoscimenti che arrivavano dopo una prima parte di carriera vissuta, negli Anni Cinquanta, sui set dei più importanti registi egiziani. Ma a Hollywood lo stereotipo è più forte di tutto e quindi, da Zivago in poi, il percorso professionale di Sharif seguì sempre la stessa direzione, quella di amante appassionato di bellissime dive del mondo. Basta pensare a «C’era una volta» di Francesco Rosi in cui era un principe invaghito della popolana Sofia Loren e a «Mayerling» di Terence Young in cui era il tormentato Rodolfo d’Asburgo. Parallelo alla filmografia si sviluppava l’elenco degli amori celebri, da Barbra Streisand a Marilù Tolo.

Intanto, con il passare degli anni, mentre baffi e capelli diventavano sempre più candidi, continuavano a piovere ruoli nelle fiction tv, egiziane e non. Nel 2003 un felice momento di rinascita, alla Mostra di Venezia Omar Sharif riceve il Leone alla carriera ed è festeggiato per la prova in «Monsieur Ibrahim et les fleurs du Coran» di François Dupeyron, cronaca delicata del legame che si stabilisce tra un arabo in età e un giovane ebreo. L’ombra dei rimpianti si allungava, però, già lunga, sui ricordi ricostruiti nelle interviste e, sempre più spesso, di Omar Sharif, si parlava nelle pagine di cronaca per via di episodi spiacevoli, come la condanna per aver picchiato il valletto di un ristorante di Los Angeles. Nel 1977 Sharif ha scritto la sua autobiografia «The eternale male. An autobiography»), una scelta che sa di presagio. Molti anni dopo il morbo di Alzheimer lo avrebbe privato per sempre della possibilità di ricordare.

Autore: admin

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