Giuseppe ARDIZZONE- Grexit? Dopo il Referendum. La spoliazione di ‘sovranità ‘dei Paesi

 

Grexit?


DOPO IL  CONTRASTATO REFERENDUM 

Occorre che non conti  la singola sovranità dei Paesi, ma quella della Banca centrale comune

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A distanza di pochi giorni dall’esito del referendum greco, che ha rifiutato le condizioni poste dell’Eurogruppo per nuovi aiuti finanziari, Tsipras si è rivolto al Parlamento europeo richiedendo da un lato una ristrutturazione del debito e dall’altro nuove risorse per superare questo momento di difficoltà finanziaria e avviare la ripresa economica del suo paese.  Quello che continua a sottolineare è che il risultato del referendum rappresenta una definitiva condanna popolare delle politiche d’austerità, fin qui applicate in Europa nei confronti dei paesi più deboli finanziariamente, e la richiesta di ribaltare quest’atteggiamento con l’applicazione di politiche espansive, fondate soprattutto sull’aumento della spesa pubblica.

Queste posizioni sono poi riprese, in diversi paesi, da molti commentatori e da diversi esponenti politici che richiedono un allentamento dei vincoli del Fiscal Compact e l’adozione di politiche espansive.

Tutto questo tuttavia non deve farci dimenticare che, quando un paese si trova all’interno di un’area comunitaria in cui viene adottata una moneta la cui emissione e controllo non è più nella sovranità dei singoli paesi ma della banca centrale comune ( in questo caso la BCE), gli Stati non possono utilizzare lo strumento dell’espansione monetaria a loro discrezione, né possono dare mandato alla propria banca centrale nazionale di comprare, emettendo moneta, i propri titoli di debito pubblico, anche quando il mercato li ritiene non appetibili, calmierandone il prezzo ed i rendimenti. Oltretutto, in un regine di moneta comune,   l’espansione monetaria senza limiti di un paese o il cosiddetto azzardo morale conseguente farebbero pagare indirettamente anche agli altri paesi i propri costi.

Se, pertanto, il paese ,che vuole adottare una politica espansiva della propria spesa pubblica, presenta un bilancio pubblico seriamente sbilanciato finanziariamente è purtroppo facile che subisca il rifiuto dei mercati, pagando quindi un prezzo spropositato ed insostenibile che lo porta al Default. Se poi, come nel caso Greco, questo è, di fatto, già avvenuto ed i detentori del suo debito sono gli altri paesi europei, venuti in soccorso sostituendosi ai creditori del mercato dei capitali. Ogni richiesta finanziaria (qualunque ne sia la motivazione) diventa un appesantimento per il bilancio finanziario degli altri Paesi membri. In una situazione in cui diversi paesi si trovano ad affrontare una situazione d’economia stagnante, potrebbero rispondere che ben volentieri adotterebbero, piuttosto, politiche espansive per far ripartire la crescita del proprio paese. Siamo,pertanto, di fronte ad una situazione di non facile soluzione ed in cui sarebbe forse utile trovare un ragionevole compromesso fra le parti.

La politica espansiva monetaria adottata dalla BCE con la sua operazione di quantitative easing, l’indebolimento relativo del cambio euro- dollaro ed il crollo del prezzo del petrolio dovrebbero in qualche modo aver posto delle basi comuni di miglioramento delle condizioni in tutta l’area, Grecia compresa. L’Europa ha già stanziato per politiche di sviluppo, integrazione e riduzione degli squilibri ca. 20 MM a favore della Grecia nel suo bilancio programmatico 2014/2020 e Tsipras potrebbe benissimo chiedere che questi fondi possano esser utilizzati subito, con un anticipazione tramite BEI o BCE per politiche di crescita ed occupazione. 20 MM sono pur sempre ca. l’8% del PIL greco!

Le occorrenze finanziarie, stimate in ca.. 50MM dal FMI per i prossimi due anni, possono essere prese ulteriormente in carico dall’Europa tramite l’ESM; ma, alla condizione che Tsipras accetti almeno le principali richieste dell’eurogruppo., ottenendo semmai una scadenzatura anche per questi importi a partire dal 2024 (epoca a cui è scadenzato l’inizio del rimborso del grosso del debito ed in cui si spera che il ritrovato equilibrio finanziario e la crescita del paese lo pongano nella condizione d’iniziare il rimborso degli altri paesi europei trasferendo il debito sul mercato dei capitali).

.A partire dal caso greco si pongono tuttavia diverse questioni per l’intera area:

-La prima è che l’Europa è troppo timida nei suoi programmi di sviluppo, destinando risorse troppo modeste e rifiutandosi di farsi finanziare direttamente dai mercati( eurobonds) o monetariamente dalla BCE.Il bilancio comunitario è più orientato ad un’azione d’aiuto nei confronti dei paesi più deboli, con l’obiettivo della riduzione degli squilibri. Non si pone, invece, importanti obiettivi di sviluppo di tutta l’area che vengono lasciati all’iniziativa dei singoli stati nazionali. Questo fa sì che non vi sia una risposta importante e trainante allo sviluppo ed alla crisi a livello comunitario così come stenta ad esservi anche una valida politica internazionale. Non fare questo, riporta l’Unione al ruolo originario di Mercato Comune facendo risultare poco credibile l’architettura della moneta unica che invece ha portato molti vantaggi

-Il secondo limite è che decentra troppo la gestione delle risorse a livello nazionale, con il risultato che molti fondi, com’è accaduto anche all’Italia, sono rimasti inutilizzati ed in ogni caso l’intervento è troppo a pioggia. Bisognerebbe accoppiare almeno una serie di progetti importanti decisi centralmente e gestiti dagli stati nazionali anche in sinergia fra di loro, ma con l’obbligo di una rendicontazione che permetta di seguire centralmente tempi e metodi della realizzazione.

-Vi è poi la questione della gestione di un possibile Default di uno stato membro e della crisi di fiducia rispetto ai mercati.Il caso Grecia dimostra che bisogna avere degli strumenti molto più puntuali e condivisi preventivamente per affrontare queste situazioni. La creazione del fondo salva stati è stato un timido passo in questa direzione ma bisognerebbe scrivere ed approvare con referendum dei diversi paesi componenti un vero e proprio “diritto fallimentare”, se si può usare il termine, comportando l’automatica esclusione dall’euro di chi non lo rispettasse. Bisognerebbe inoltre prevedere la possibilità d’interventi di potenza finanziaria molto superiore.

Se non riusciremo ad evitare il Grexit, se non vogliamo o non crediamo che possa essere utile qualcosa di molto più complesso di un semplice mercato comune, senza arrivare ad uno stato federale ma provando a presentarci e collaborare insieme (sia sul piano della presenza politica internazionale sia sul piano della gestione economica complessiva dell’area con progetti e fondi che superino la dipendenza del loro successo dalle iniziative e dalle singole azioni nazionali), non ci resta che un ritorno organizzato alle monete nazionali.

Seguiremo a quel punto l’esempio inglese? O cominceremo a costruire muri come pensano di fare gli ungheresi?

 

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Autore: admin

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