Sauro BORELLI- Yasujiro Ozu, l’intramontabile (ritorna sugli schermi “Viaggio a Tohyo”)

 

 

Il mestiere del critico

 


YASUJIRO   OZU, L ?INTRAMONTABILE

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Ritorna sugli schermi “Viaggio a Tokyo”

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Tra le novità dell’attuale, fervida stagione cinematografica, un posto imprevisto ma indiscutibile si è ritagliato un film giapponese del 1953, Viaggio a Tokyo, dell’inimitabile (ancora oggi) semisconosciuto Yasujiro Ozu (1903-1963), un autore schivo, originale che in poco meno di quarant’anni ha realizzato – con spunti narrativi e strumentazione tutti suoi – cinquantaquattro film, dei quali parecchi toccati dal segno del capolavoro.

In Italia, Ozu non è stato visto che da una sparuta schiera di critici avveduti e aficionados di coltivato gusto. Ora, per conto di una rassegna curata dalla Tucker Film ai cinema Anteo e Apollo di Milano, ci sarà modo di recuperare – per un risarcimento tardivo ma tutto dovuto – cinque dei titoli più significativi della preziosa filmografia di Ozu: a cominciare dal sublime (la definizione è propria dei più grandi cineasti internazionali) Viaggio a Tokyo (1953) e dei restanti Fiori di equinozio, Buon giorno, Tardo autunno, Il gusto del saké.

Cinema tutto compreso in una severa, chiusa dimensione espressiva, quello di Yasujiro Ozu è motivato non da intenti descrittivi o ancora meno declamatori, ma soprattutto da un criterio di dare un conto prosciugato – puramente, refrattariamente – dell’esistente e degli impercettibili scorci di una esistenzialità quasi ghiacciata. E seguendo in effetti le fasi della formazione sia culturale, sia sociale e psicologica di Ozu, non si può che consentire con quanto lo stesso cineasta ormai in età matura ebbe a dire di se stesso e, in ispecie, del suo cinema: “Mi sento vicino alla vecchia generazione. Molti film recenti sembrano negarne i valori e approvare lo stravagante comportamento dei giovani. Ma la generazione passata, infastidita da tale inutile ribellione, ne prende le distanze… Mi rivolgo a quegli spettatori che hanno la mia età. Ad essere veramente onesto, non comprendo i giovani. Desidererei capirli. Tuttavia non posso che guardarli attraverso i miei vecchi occhi”.

Una ammissione, questa, che va oltre l’effettuale, più autentico sguardo di Ozu medesimo sulla realtà a lui coeva, e ancor più sulle illuminanti intuizioni su storie, personaggi, vicende che, per quanto raggelati in una ritualità inerte, danno conto, testimoniano, o addirittura prevengono eventi, situazioni il più delle volte anticipatori di un flusso vitale sorprendente. Ma veniamo al film Viaggio a Tokyo, l’opera più densa, più acutamente incisiva del mondo estatico, abulico e intimamente rivelatore di un cinema univoco, ossessivamente statico.

Dunque, in una desolata Tokyo del tribolato dopoguerra due anziani genitori dalla provincia vanno a trovare i figli accasati nella metropoli e, da manifesti sintomi, avvertono che costoro, aldilà delle apparenze, subiscono con aridità quella visita parentale. Di qui, i genitori, decidono di togliere il disturbo tornando a casa loro. Ed è proprio in questo nuovo scorcio che i figli constatano (anche dopo la morte della madre) la loro sostanziale pochezza umana, mentre tutto sembra acquietarsi in una torpida vita disabitata di ogni passione o residuo desiderio. Non c’è approdo lieto in Viaggio a Tokyo, ma soltanto l’amara consapevolezza del tempo che passa, inerte e vuoto.

Certo, riproporre a tanti anni di distanza un film come Viaggio a Tokyo costituisce una sorta di provocazione positiva. Almeno nel senso che tra il proliferare sconsiderato di reboanti baracconi guerreschi e di cruente saghe tra l’avveniristico e la bassa macelleria, Yasujiro Ozu campeggia come uno di quei fieri, intramontabili samurai già esaltati e resi mitici dal volitivo cineasta e collega Akira Kurosawa. Non a caso, lo stesso Ozu, chiamando lodevolmente in causa gli amici cineasti che più stimava, ebbe a sottolineare prodigamente: “Naruse e io siamo registi dell’ “ottava” bassa, Kurosawa e Shibuya viaggiano in, proporzione, su una ottava più alta. Mizoguchi sembra possederne una bassa, ma in realtà è alta. Ogni regista ha la sua propria ottava”. Detto ciò, Viaggio a Tokyo sopravanza tutto e tutti. Tanto che 358 registi d’oggi, tra cui Allen e Tarantino, Scorsese e Coppola, hanno decretato la palma del migliore in assoluto al defilato, quasi obsoleto, Ozu. Vorrà pur dire qualcosa.

– In alto, la locandina del film e una foto del regista

Autore: admin

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