Sauro BORELLI- L’insostenibile intolleranza del potere (“La regola del gioco”, un film di Michael Cuesta)

 

Il mestiere del critico



L’INSOSTENIBILE INTOLLERANZA DEL POTERE

 

“La regola del gioco”, un film  di Michael Cuesta

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Michael Cuesta si è fatto le ossa, nel cinema, con le realizzazioni seriali intitolate Six feet under e Homeland. Ora, individuata una vicenda tutta reale basata sulla rovinosa impresa del giornalista californiano Gary Webb (1955-2004), già insignito del Premio Pulitzer e – a causa di inestricabili maneggi da parte di dispotici gerarchi della CIA – isolato e oltraggiato da un trattamento insultante finito suicida, ha imbastito un serrato racconto di impianto spionistico ove tutti gli stereotipi, le avventure tipici del racconto a suspense si mischiano, si sciolgono in un sovreccitato tono drammatico. E’ nato così Kill the messenger (in italiano trasformato La regola del gioco, come il capolavoro di Jean Renoir, pur senza nessun nesso logico tra l’uno e l’altro film).

Viene quasi automatico, trattando La regola del gioco di Cuesta di uno scorcio di vita giornalistica, rifarsi al classico d’antan di Richard Brooks l’ Ultima minaccia ove la frase – clou di un ghignante Humphrey Boghart, cronista granitico suona derisoria: “E’ la stampa, bellezza, la stampa. E tu non ci puoi fare niente”. Ma poi ogni richiamo, anche in questo caso, finisce lì, poiché il nuovo Lla regola del gioco si inoltra verso tutt’altre storie e una piccola folla di personaggi che ruotano ambiguamente tra giornalismo, politica, gesta criminali, traffico di droga, di armi, e, massimamente, del grande apparato spionistico statunitense intento a imbastire complotti, scatenare vendette, ordire sopercherie tra servizi deviati e narcotrafficanti al soldo dei satrapi “anticomunisti”: tutto sotto tutela della CIA.

Un mondo segreto, già biasimato fieramente allo scoperto dai Presidenti americani (da Nixon a Reagan, da Carter a Clinton) ma in effetti tollerato, foraggiato, strumentalizzato cinicamente per ribadire, potenziare, esaltare il predominio di funzionari determinati a praticare attraverso micidiali importazioni di droga una politica di instaurazione reazionaria tanto in USA quanto in tutta l’area del cosiddetto “cortile di casa” l’intiero Sud America. L’innesco dell’ingarbugliata avventura prende le mosse da una casuale constatazione dello zelante cronista di un foglio di provincia californiano, San Josè Mercury News, che di sguincio tocca la materia incandescente di un traffico di droga imponente tra personaggi della malavita e funzionari di vari enti federali, tanto che questi ultimi si fanno garanti delle formazioni paramilitari sul campo contro il legittimo governo del Nicaragua.

Sulle prime, il nostro intrepido e un po’ sventato cronista, il menzionato Gary Webb (interprete un vigoroso, irruento Jeremy Renner), deve fronteggiare la contrarietà della sua redattrice- capo per proseguire le indagini sempre più difficili della torbida vicenda in cui è incappato, ma col procedere delle cose la sua pur energica azione di ricerca trova sempre più ardui ostacoli. Specie da parte del direttore del suo giornale e ancor più da mestatori di vario tipo che, ben sorretti dalla strapotente CIA, lo inducono a una vita tribolata anche dalla conseguente crisi familiare.

Tra una caduta e l’altra l’irriducibile Webb riesce a conseguire un successo, pur se parziale, aggiudicandosi il premio Pulittzer per il brillante esito delle sue ricerche tutt’ora in corso. Ma sarà, questo, il principio della fine di tutta l’affannosa (e rischiosa) fatica del bravo cronista, poiché di lì a poco il suo lavoro verrà via via declassato fino a indurlo, in un momento di grave sconforto a scegliere il suicidio. Film amarissimo, non solo per la desolata catastrofe personale di Gary Webb, ma altresì per la programmatica impossibilità di un fatto reale preso a pretesto di un racconto a tesi di andare oltre la drammatizzazione convenzionale, giostrando l’intiero racconto sul parossistico prodigarsi di un attore, certo bravo, ma incline piuttosto all’enfasi tutta esteriore che non a un’espressività più sottile, più convincente.

C’è da aggiungere, peraltro, che La regola del gioco può vantare dalla sua un cast di collaudati attori – da Oliver Platt a Michael Sheen da Ray Liotta ad Andy Garcia – che, nel pur imperfetto gioco stilistico, danno consistenza e verità allo spietato scontro tra persone oneste e mascalzoni.  Fosse solo in parte plausibile, questo gioco al massacro verrebbe da dire, parafrasando il buon Bogart: “E’ la CIA, bellezza, la CIA”.

Autore: admin

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