Federica PITONI- La mia Palestina. Un mese lontano una vita

Testimonianze*
LA MIA PALESTINA

muro palestina

Un mese lontano una vita

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Ho fatto un lungo viaggio, che desideravo da molto tempo. Ho vissuto in Palestina per un mese e ieri sono rientrata in Italia. Ho mille pensieri nella testa. La Palestina che ho trovato non è diversa da quel che mi aspettavo, ma certe cose viverle, oltre a saperle, te le fa sentire in modo diverso.
Guardo a me anche e a quanto posso essere cambiata. Dai primi giorni a Gerusalemme, con gli occhi del turista curioso e la macchina fotografica sempre a scattare, ai giorni successivi in cui ho vissuto da palestinese, con i palestinesi e la macchina fotografica si è riposata.
Come si vive la quotidianità dell’occupazione?

La prima volta che ho passato un checkpoint, guardando i soldati israeliani (tutti giovanissimi…), con i loro occhi pieni di odio, disprezzo, esaltazione, carichi di armi, mitra col colpo in canna a tracolla, che ti chiedono i documenti sprizzando fastidio da tutti i pori (eppure sei tu, giovane sionista, che stai usurpando…), che guardano anche te, italiana, straniera, con profondo disprezzo e rabbia, con odio, per il solo fatto che sei su un autobus palestinese, con i palestinesi e stai passando il loro checkpoint tornando dalla Cisgiordania, e guardando poi gli occhi dei palestinesi, stanchi, a volte impauriti mentre mostrano i loro documenti al militare di turno, artefice in quel momento del loro prossimo destino, quel militare che può decidere se farli passare o no e non ha bisogno di trovare un motivo per dire no, può decidere tutto. La prima volta che ho passato un checkpoint, dicevo, chiappe strette, timore e paura di venir respinti. Poi, dopo una manciata di giorni, passavo il checkpoint chiedendomi solo quanto avrei impiegato, abituata ormai a ogni forma di sopruso. L’abitudine ai piccoli orrori quotidiani.

I primi giorni se la sera sentivo degli spari mi preoccupavo. Poi pensavo: ci sono degli scontri. E lì finiva il pensiero.
La prima volta che ho visto il muro dell’occupazione, quel mostro gigantesco nei suoi otto metri di altezza e 730 km di lunghezza, quel mostro che divide, la prima volta ho provato dentro di me una rabbia incontrollabile. Poi, vivendo a due passi dal mostro, ci passavo davanti al mattino alzando il dito medio in segno di saluto all’occupante, ma anche questa era solo divenuta un’abitudine.
Ci si abitua anche, e sembra normale, al fatto che ci siano in giro camionette dell’esercito e soldati armati fino ai denti e persino civili (civili?), i coloni sionisti che rubano la terra palestinese con i loro insediamenti illegali, che girano per le città con un mitra a tracolla come se niente fosse e senza che nessuno dica niente.

Ci si abitua a Gerusalemme a vedere i palestinesi a volte interdetti dall’entrata nella moschea di Al Aqsa, giacché tutti gli accessi alla moschea sono perennemente presidiati dall’esercito di occupazione israeliano, e nel contempo gruppi di coloni sionisti accedono rumorosamente e senza rispetto nei cortili della moschea, a volte compiendo riti talmudici in spregio dei fedeli musulmani (immaginate se questo venisse fatto in una sinagoga!).
Ci si abitua all’idea che a Hebron, antichissima e bellissima città palestinese in Cisgiordania, dentro la città, nella città vecchia ci siano dei checkpoint, dei posti di blocco dell’occupazione, che ha cacciato gran parte della popolazione dal centro della città, rendendo il paesaggio della città vecchia un deserto solcato solo dai passi ingiuriosi delle tante truppe di occupazione e di pochi turisti che si addentrano nonostante tutto.
Ci si abitua all’idea che in terra palestinese ci siano palestinesi costretti a vivere in campi profughi perché le loro case non ci sono più o sono state requisite dall’occupazione sionista.

Ci si abitua all’idea che possono toglierti tutto.

Ecco questo è l’orrore dell’occupazione: abituarsi ad essa. Eppure accade. E con stupore è accaduto anche a me.
Quel che però non può accadere è accettarla. Si diviene resistenti in altro modo stando qui. Con molto meno clamore e molta più forza. Perché si sa una cosa, che è dentro ogni palestinese e in chiunque viva qui da palestinese: l’occupazione non vincerà mai. Fino a quando esisterà un palestinese, esisterà resistenza. Solo che si impara a resistere in modo diverso. In modo quotidiano. E già star qui, vivere qui, è la più grande forma di resistenza. Per loro e per noi che li supportiamo.
Provate a fare questa esperienza: vivere da palestinese, con i palestinesi, in Palestina. Vi cambierà dentro. E capirete dalla rabbia negli occhi degli occupanti sionisti quanto proprio questo, questa piccola cosa, li irriti.

Una delle tante cose che mi porterò sempre dentro sono gli occhi dei bambini beduini del villaggio di Khan al Ahmar. I loro occhi pieni di vita e dignità, nel contesto di maggior povertà che si possa immaginare, vessati da coloni ed esercito occupante, che distrugge i loro campi e il niente che hanno, in quel villaggio dove le donne beduine mi hanno offerto il miglior tè della mia vita, dolcissimo e aromatico. Questo è un ricordo che rimarrà in me fortissimo e il sapore aromatico di quel tè lo ricorderò per sempre

*dal blog dell’autrice (e del giornale on line esserecomunisti.it) che ringraziamo

Autore: admin

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