Dorme sulla collina- Remo Remotti, attore, poeta, scultore

 

Dorme sulla collina*
REMO REMOTTI
remotti

Attore, poeta, scultore
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Poeta, attore, umorista, nonché pittore, scrittore, scultore, cantante e drammaturgo, Remo Remotti era tutto, ma soltanto a modo suo. Scomparso l’altro ieri al Policlinico Gemelli, dove era ricoverato dal 18 giugno scorso a causa di una grave malattia ematologica che ne ha determinato la morte, avrebbe compiuto 91 anni il prossimo 16 novembre. Orfano di padre dall’età di 12 anni, dopo infanzia e giovinezza consumate tra Fascismo e Chiesa Cattolica, si è laureato in Legge, per poi scappare in Sudamerica nel 1951 dove ha vissuto per sette anni. «Ho lasciato la Roma di allora puttanona, borghese e fascistoide», amava raccontare.

Ha lavorato nei cimiteri americani di guerra nel 1948, per fare poi il tassista in Perù, l’operaio in Germania, il funzionario di una ditta farmaceutica a Milano, il pittore, l’attore, il poeta e lo scrittore umoristico.

A Milano e nel 1960 si sposa con Maria Luisa Loy, sorella del regista Nanni. Frequenta l’ambiente artistico milanese ed espone i suoi quadri in gallerie private. Nel 1968 si trasferisce in Germania, dove era già stato per qualche tempo nel 1964 come assistente di Emilio Vedova, e vi rimane fino al 1971. Per tre volte è stato ricoverato in clinica psichiatrica e per due volte è stato sposato, con due donne che si chiamavano Luisa. Lascia una figlia nata quando aveva 64 anni.

«Gesù Cristo era tornato tra gli uomini e non c’erano dubbi Gesù Cristo ero io», ha dichiarato nel suo libro «Diventiamo angeli» in cui è descritta la sua seconda volta in manicomio, nel terribile ospedale per malattie nervose di Spandau.

Il suo complesso rapporto con la madre ha segnato la sua esistenza nel bene e nel male: «La situazione edipica con questa giovane e bella madre poteva fare di me quello che si chiama un frocio perso, o peggio ancora “un frocio da pisciatoio”. Mi sono salvato grazie alla mia passione per le donne e sono diventato invece un Casanova. Secondo gli psicoanalisti è la stessa cosa, secondo me invece sono due cose ben diverse», ha scritto nel suo libro «Diario segreto di un sopravvissuto».

Per liberarsi catarticamente di un affetto così asfissiante si era anche confessato nella storia autobiografica «La madre di Freud» che propose con «grande faccia tosta» a Nanni Moretti, il quale lo ingaggiò per interpretare il padre della psicoanalisi in piena crisi edipica nel suo terzo film «Sogni d’oro». Il sodalizio artistico proseguì con «Bianca» nel 1984, in cui era Siro Siri, amante attempato e instancabile di giovani fanciulle e poi ancora con «Palombella rossa», in cui vestiva i panni di un consigliere spirituale di Silvio Orlando.

Ha poi lavorato, tra gli altri, con Francis Ford Coppola, Marco Bellocchio, Ettore Scola, i fratelli Taviani, Peter Ustinov, Maurizio Nichetti, Carlo Mazzacurati, Carlo Verdone. Ha scritto e messo in scena quattro suoi testi teatrali. Nel 2001 è tra gli interpreti della serie televisiva «Casa famiglia». Inoltre, ha recitato in «Stiamo bene insieme», «Quei due sopra il Varano», «I Cesaroni», «Il Papa buono», «Un medico in famiglia» ed è apparso nella trasmissione «Chi ha incastrato Peter Pan?».

Si è cimentato in spettacoli dal vivo accompagnato da amici artisti come Paolo Zanardi, gli Elettrofandango, Andrea Evangelisti e il presentatore Vladimiro. Nel 2010 ha partecipato a tre canzoni dell’album «Ancora Noi…Ancora Oi!» di un gruppo romano di genere. Ha festeggiato i novant’anni esponendo i suoi quadri e le sue sculture nella mostra «Ho rubato la marmellata» presso la galleria De Crescenzo & Viesti di Roma e sue opere sono presenti alla Galleria nazionale d’arte moderna.

Cantore di una romanità sparita, spirito libero e controcorrente, deve al suo amore per la Capitale il tratto distintivo di una carriera lunghissima e dalle mille sfaccettature. Tra i componimenti poetici più apprezzati, «Addio Mamma Roma», nel quale spiegava il rapporto con la sua città, sottolineandone pregi e difetti, meraviglie e miserie. Ha saputo gestire fino all’ultimo un rapporto intenso con le nuove generazioni, soprattutto con gli ambienti alternativi e della controcultura romana.

Il suo umorismo, spesso tagliente o politicamente scorretto, ricorreva anche a parolacce o locuzioni volgari per rappresentare al meglio il suo approccio comico e artistico alla realtà. Nei suoi reading nei locali si esibiva come un ultimo cantastorie della cultura romana e romanesca.  (*t.de matteis\iltempo)

Autore: admin

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