Caterina BARONE- Napoli Teatro Festival. Dalla parola alla nuda performance

 

Napoli Teatro Festival



DALLA PAROLA ALLA NUDA PERFORMANCE

thomas ostermeier

In assenza di un direttore artistico, si va in porto lo stesso

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Si può ben dire che il teatro sopravvive a tutto. Nonostante le dimissioni in corso d’opera di Luca De Fusco, che ha dovuto scegliere tra la direzione del Mercadante, divenuto Teatro Nazionale, e la direzione del Napoli Teatro Festival quando già era a buon punto la programmazione da lui pensata per l’edizione 2015, la manifestazione è andata in porto anche in assenza di un direttore artistico grazie al lavoro degli uffici organizzativi.

Uno degli spettacoli di punta è andato in scena il 12 e 13 giugno al teatro Politeama: parliamo di Ein Volksfeind di Ibsen (foto di scena, in alto), per la regia di Thomas Ostermeier, un testo presentato nell’adattamento di Florian Borchmeyer che ne ha trasposto nella società contemporanea la denuncia di corruzione, malaffare, avidità e opportunismo.

Ostermeier ha costruito uno spettacolo asciutto, privo di retorica, essenziale nella forma, a partire dalla scenografia di Jan Pappelbaum che chiude gli attori in una sorta di scatola nera, all’interno della quale compaiono solo pochi arredi, il resto è dipinto sulle pareti (da Katharina Ziemke). Le musiche di Malte Beckenbach e Daniel Freitag sono eseguite dal vivo e le canzoni interpretate dagli attori stessi.

Il regista punta a un coinvolgimento diretto del pubblico chiamandolo in causa nella scena dell’assemblea: luci in sala, due traduttrici e la sollecitazione ad esprimere il proprio parere sul ruolo della maggioranza nei regimi democratici. Innovativo e inquietante il finale che lascia intravvedere la possibilità che il dottor Stockmann e la moglie (in questo adattamento, due giovani sposi con un figlio neonato) cedano al ricatto del padre di lei, Morten Kiil,corrotti anch’essi dal miraggio di facili guadagni.

Eccellenti tutti gli attori: Thomas Bading, Christoph Gawenda, Moritz Gottwald, Ingo Hülsmann, Eva Meckbach, David Ruland, Andreas Schröders.

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Di amore parla invece La Réunification des deux Corées, la pièce di Joël Pommerat che Alfonso Postiglione ha presentato al Festival (dal 13 al 16 giugno, Castel Sant’Elmo) a distanza di un paio di anni dalla messa in scena proposta a Napoli dall’autore stesso. Il titolo è misterioso, ma il suo significato metaforico si manifesta con chiarezza nello sviluppo del testo:il bisogno e al tempo stesso la difficoltà per gli esseri umani a incontrarsi e unirsi con la propria anima gemella.

La drammaturgia si sviluppa in 18 quadri per 51 personaggi, qui interpretati da 9 attori (i versatili Sara Alzetta, Giandomenico Cupaiuolo, Biagio Forestieri, Laura Graziosi, Gaia Insenga, Armando Iovino, Aglaia Mora, Paolo Musio, Giulia Weber) e contempla svariati tipi di amore: quello coniugale, fatto di affetto e condivisione, quello sessuale, spesso torbido e malato, quello mercenario, quello proibito, e poi l’amore filiale, o l’amicizia e anche l’odio. Amori finiti o in procinto di nascere, amori reali o solo sognati o desiderati fino a scatenare una sindrome patologica. Le scene sono brevi, i dialoghi scarni e Postiglione ne accentua il carattere surreale e ironico o grottesco, per rendere visibile la tragicommedia che spesso sta alla base della nostra esistenza, ma nel farlo rimane troppo in superficie senza riuscire a penetrare la profondità del tema.

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Teatro di parola al Festival   ma anche performances mute, giocate sul corpo e sull’immagine: stanno a due estremi opposti Hallo (11,12,13 giugno Teatro Mercadante), primo lavoro da solista di Martin Zimmermann della compagnia Zimmermann & de Perrot, una delle più originali di teatro-circo a livello internazionale, e Afrodita y el juicio de Paris de La Fura dels Baus, la compagnia catalana che ha fatto storia con la sua capacità di mescolare codici di spettacolo diversi e creare performances provocatorie e insieme faraoniche.

È un saluto e al tempo stesso un richiamo, Hallo, una richiesta di attenzione a livello umano quella che lancia Zimmermann dalla sua scatola componibile, scomoda e costrittiva, ma anche capace di dare protezione e rifugio a un uomo solo. Poi dal piccolo si passa a una macrostruttura, una cornice pieghevole, instabile, metamorfica, sulla quale e dentro la quale l’attore si muove con disinvoltura cercando un equilibrio che trova con facilità ma che altrettanto facilmente perde denunciando la precarietà dell’esistenza.

Immagini pittoriche, gli uomini di Magritte con la loro bombetta, un manichino componibile, una bandiera tempestata di buchi che denunciano la vuota retorica dell’uomo che la regge avanzando col passo dell’oca, un’aspirapolvere che sembra dotato di una vita propria: è indescrivibile il cumulo di invenzioni di Zimmermann, artista lieve e pregnante al tempo stesso.

A questa essenzialità si contrappone la ricchezza barocca de La Fura dels Baus (13 giugno, Mostra d’Oltremare), con la miriade di performer che mette in campo, il rutilare delle luci, la spettacolarità delle macchine teatrali che avanzano tra il pubblico, stupefacenti e a tratti minacciose, spinte a mano o sollevate dal braccio enorme di una gru. Acrobati sospesi nel vuoto, che disegnano figure magiche con le loro sagome bianche nel buio della notte, pupazzi enormi, semoventi, cavalli volanti, ruote di fuoco, suoni roboanti, fuochi d’artificio e sullo sfondo immagini video.

Al centro un mito, quello di Eris, la dea della discordia, che suscitando la contesa tra tre dee per la palma della bellezza, provocala guerra di Troia. Ciò che interessa la Compagnia è la denuncia dell’avidità degli uomini, irretiti da falsi beni come quelli promessi dalle divinità mitiche, denaro, oro, potere, bellezza, e capaci di qualunque violenza pur di impadronirsene. La professionalità è alta, lo stupore assicurato, la tecnologia elettronica e industriale di tutto rispetto, ma il messaggio che si voleva lanciare è rimasto sullo sfondo.

Autore: admin

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