Francesco NICOLOSI FAZIO- Disoccupazione giovanile e…rioccupazione senile

 

A che punto è la notte

 

 

LARGO AI VECCHI!

Istituto nazionale di statistica, Roma

 

La disoccupazione giovanile e la rioccupazione senile

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L’ISTAT comunica il dato “ex abrupto”: i giovani perdono il lavoro mentre gli ultra cinquantacinquenni lo riconquistano. Il dato più impressionante è nelle quantità pressoché equivalenti, tanti giovani in uscita dal mondo del lavoro, tanti vecchi, o poco più, in entrata. Come se i figli lasciassero il lavoro ai padri. Invertendo l’ordine della logica e della tradizione.

Oltre al dato politico essenziale, determinato dalla evidenza dell’inadeguatezza dei provvedimenti del governo Renzi, che non sta certo favorendo l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro (raggiungendo il tristissimo record della disoccupazione giovanile al 50%) bisogna analizzare il motivo sociologico che potrebbe essere all’origine del trend segnalato dall’Istituto nazionale di Statistica. Prima però è doverosa una considerazione economica e previdenziale.

Forse le aziende assumono più volentieri i meno giovani per il semplice motivo che, stante l’età, possono sfruttare, senza lunghissimo impegno, le grandi agevolazioni che il Governo ha dato alle aziende che assumono a “tempo indeterminato”. In sostanza assumono sì a “tempo indeterminato” ma, stante l’età, possono intravedere “in nuce” facilmente una sorta di “tempo determinato”, determinato appunto dall’età dei “nuovi” assunti che, per motivi anagrafici, tra qualche anno potranno andare in pensione, concordando con l’azienda una fuoriuscita “soft” dal mondo del lavoro, senza i conflitti ed i costi di un qualunque licenziamento, più o meno motivato.

Ma a questa considerazione, che comunque andrebbe dimostrata, inerente benefici economici ed operativi determinati per le aziende dall’assunzione dei “vecchi”, bisogna individuare una motivazione più preoccupante, che motivi il grandissimo divario tra assunzioni di giovani e vecchi. La motivazione è forse un sospetto e andrebbe ancor più necessariamente dimostrata. Ma il semplice sospetto implica un consequenzialità di vero allarme sociale, per cui non va sottaciuto, ma anzi dovrebbe essere argomento di ampio dibattito.

Il dubbio è questo: Le aziende preferiscono i più vecchi ai giovani solo perché sono più bravi?

Certo, appartenendo il sottoscritto alla categoria “over 55”, questa domanda comporta una sorta di auto-celebrazione, ma il sospetto è molto fondato. Oggi “non si trovano più” gli operai ed artigiani di un tempo. E l’economia italiana è sempre più fondata sulle abilità manuali di operai ed artigiani, per le piccole aziende, stante l’assoluta scomparsa delle grandi industrie, che licenziano tutti, giovani e vecchi.

Se il sospetto è, come ritengo, fondato, il dato ISTAT del “lavoro ai vecchi” è il peggior sintomo del declino della nazione, declino che nasce dalla scuola sempre più allo sfascio, dalla voragine plurimiliardaria dei cosiddetti “corsi di formazione”, che non creano posti di lavoro, se non per  formatori e faccendieri, e  soprattutto da una classe politica che non ha alcun contatto con la realtà della nazione.

Con lo sfondo di una sirena d’allarme che preannuncia la catastrofe, ecco che possiamo proclamare forte il titolo: “Largo ai vecchi”.

E nulla ai giovani.

Autore: admin

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