Franco LA MAGNA- La memoria. Daniela Rocca (a 20 anni dalla morte)

 

La memoria


DANIELA ROCCA, METAFORA FILMICA

Daniela Rocca

A ven’anni dalla morte, in solitudine

****

Divenuta nel 1953 appena sedicenne “Miss Catania”, l’esuberante e prosperosa Daniela Rocca (Acireale 1937 – Milo, Catania, 1995) non impiega molto ad essere catturata dal cinema, negli anni in cui nel paese furoreggiano le “maggiorate” fisiche e il cinema italiano si avvia a riscoprire il genere “peplo” (i film storico-mitologici) con cui nei primi anni ’10 aveva conquistato il mondo intero, diffondendo attraverso lo schermo la gloria di Roma “caput mundi” e godendo d’una popolarità tanto esaltante quanto, purtroppo, fuggevole. Nel 1955, dopo aver partecipato al concorso di “Miss Italia”, trasferitasi a Roma, Daniela Rocca comincia ad apparire in ruoli minori, iniziando la sua breve escalation cinematografica proprio con un film il cui titolo sembra profeticamente anticipare la sua meteora cinematografica: Addio sogni di gloria (1955) di Giuseppe Vari, seguito dall’altrettanto modesto Il nostro campione (1955) di Vittorio Duse. Si fa notare di più nel peplo americano Elena di Troia (1955) di Robert Wise, quindi gira Il padrone sono me (1955) di Franco Brusati, il bellico Il cielo brucia (1957) di Giuseppe Masini e il farsesco Non perdiamo la testa (1959) di Mario Mattoli.

Nello stesso anno arriva finalmente il primo ruolo di rilievo, affidatole dal regista Fernando Cerchio nel biblico Giuditta e Oloferne (1959), che per poco la consacra attrice di film in costume. A questo seguono, infatti: La battaglia di Maratona (1959) di Bruno Vailati, con Steeve Reeves, allora campione di forza dai bicipiti possenti e dalla forza scadente; Le legioni di Cleopatra (1959) di Vittorio Cottafavi; quindi La vendetta dei barbari di Giuseppe Vari, in un ruolo più impegnativo; La regina delle Amazzoni di Vittorio Sala, La battaglia di Austerlitz; Esther e il re (altro biblico) di Raoul Walsh tutti del 1960. L’anno dopo la svolta decisiva della carriera, che però avrà sulla sua vita effetti devastanti. Dopo I masnadieri (1960) di Mario Bonnard, anche qui in un ruolo di primo piano, Pietro Germi la sceglie per interpretare un ruolo di protagonista nel celeberrimo Divorzio all’italiana (1961), dove veste i panni della moglie imbruttita e petulante dell’aberrante barone Fefè Cefalù (Marcello Maistroianni), il quale – strumentalizzando un articolo del codice fascista sul delitto d’onore – dopo aver spinto la consorte all’adulterio, la uccide, scontando pochi anni di galera, per godere delle grazie della bella e giovane cuginetta (Stefania Sandrelli), a sua volta pronta a tradirlo.

L’interpretazione del grottesco Divorzio all’italiana la elegge fuggevolmente star internazionale (nomination come migliore attrice straniera alla British Academy of Film and Television Arts Awards), ma paradossalmente segna l’inizio della fine. Il film, sul set del quale incomincia la fugace e burrascosa love-story con Pietro Germi, vince anche l’Oscar per la migliore sceneggiatura e per il miglior soggetto a Cannes. Ma quel che per lei si rivela un amore travolgente, per il sanguigno regista-attore genovese è solo infatuazione. Sconvolta dall’abbandono tenta il suicidio, poi reagisce scompostamente e decide di produrre, dirigere e interpretare un film, Il peso del corpo, rivelatasi impresa dispendiosa e del tutto fallimentare. Ispirandosi alla sua storia Gianni Puccini la chiama ad interpretare L’attico (1962), amara commedia di costume sugli sbandamenti sentimentali di una giovane donna giunta nella capitale.

Appare nell’esistenziale La noia (1963) di Damiano Damiani, tratto dal romanzo di Moravia e sempre, in parti più o meno secondarie, nel bellico La città prigioniera (1962) di Joseph Anthony, con David Niven, Lea Massari e Ben Gazzara; nelle commedie vacanziere Peccati d’estate (1962) di Giorgio Bianchi e I dongiovanni della Costa Azzurra (1963) di Vittorio Sala; quindi nei francesi Sinfonia per un massacro (1963) di Jaques Deray, Colpo grosso ma non troppo (1963) di Gérad Oury, con Louis De Funés; ancora nell’americano Behold a Pale Horse (1964) di Fred Zinnemman e nell’ultimo Assicurasi vergine (1967) di Giorgio Bianchi, stucchevole storiellina siciliana con pretese di commedia sociale e d’emancipazione femminile.

Ma ormai la progressione dei disturbi mentali la rendono del tutto inabile a proseguire l’attività artistica. Marco Bellocchio, seguace delle teorie dello psichiatra Franco Basaglia (uno dei maggiori riformatori della disciplina psichiatrica in senso democratico), la intervista nel film-documentario La macchina cinema (1979) da lui diretto con Silvano Agosti, Sandro Petraglia e Stefano Rulli. E’ questa l’ultima, penosa e straziante apparizione dell’attrice etnea, che morirà in una casa di riposo di Milo (Catania) nel 1995, pressoché dimenticata da tutti. E’ autrice di alcuni romanzi e di una silloge.

Autore: admin

Condividi