Sauro BORELLI- Cronache dell’infanzia (“I bambini sanno”, un film di Walter Veltroni)

 

Il mestiere del critico

 

CRONACHE DELL’INFANZIA

“I bambini sanno”, nuovo film di Walter Veltroni

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“Sinite parvulos venire ad me” (Lasciate che i bambini vengano a me): così è detto nel Vangelo di Marco. E, benché di senso apodittico, l’espressione ha innegabilmente una sua efficace suggestione, oltre tutto perpetuata nel tempo antico e in quello contemporaneo. Walter Veltroni, che non è un evangelista, ma uno scrittore, un cineasta e, massimamente, un leader politico di successo, accentrando il proprio interesse – dopo l’appassionata testimonianza del film su Enrico Berlinguer – sull’infanzia in generale e sui bambini in ispecie, non ha preteso tanto (ovvero che i bambini andassero da lui) ma si è orientato, per così dire, a constatare che i bambini, ancorché bambini, nutrono, coltivano parecchie cognizioni sugli adulti, sul mondo: cioè, I bambini sanno come suona appunto il titolo della nuova fatica di Walter Veltroni.

Come è noto, non è la prima volta che cineasti dai nomi prestigiosi si occupano di bambini. Tra i maggiori, certamente memorabili Vittorio De Sica (I bambini ci guardano) e specialmente Luigi Comencini, vero e proprio cultore di un cinema intriso di vicende, personaggi mutuati dalla realtà infantile (Bambini in città, Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano, I bambini e noi, oltre i favolistici, Pinocchio e Cuore). Si tratta, in effetti, di un’opzione narrativa per tanti versi ben caratterizzata dalle rispettive indoli dei cineasti in questione: e se per De Sica l’orientamento espressivo si manifesta in toccanti scorci d’una realtà drammaticamente vibrante; per Comencini la presenza dei bambini si fa campeggiante anche a confronto con gli adulti.

Stando così le cose per il passato, Walter Veltroni ha scelto una via assolutamente originale per prospettare questa sua incursione – poiché tale è davvero I bambini sanno – nel folto della particolare psicologia infantile e, ancor più, nelle variabili, rispettive esperienze esistenziali di un frammisto gruppo di bambini (da dieci ai tredici anni) reperito, indagato perlustrando l’Italia intiera e le diverse tipologie sociologiche degli stessi bambini. Ne è uscito un complesso patchwork ove le singole voci – sollecitate di volta in volta dal regista Veltroni – contrassegnano un cammino elementare di conoscenza, di illuminanti quanto native scoperte del reale proprio per il tramite di un rapporto del tutto franco, incondizionato destinato (spesso) a sublimarsi in smaglianti verità.

L’avvio di simile tragitto è subito marcato, da un lato, dalle folgoranti vignette del caustico Altan e, dall’altro, dall’icastico senso immediato dalle risposte ora acutamente pungenti, ora riflessivamente sensate dei bambini intervistati senza alcun filtro mediatico ma proprio nella loro scarna essenzialità espressiva. Prende così risalto, figurativamente, un collage introduttivo di immagini (fulminanti spezzoni dei capolavori di Truffaut, dei Taviani, di De Sica, di Comencini) e di inserti musicali-canori raffinati, che costituisce il tessuto connettivo di un racconto a più voci (poco meno di una ventina) di bambini ora intenti a descrivere il loro vissuto quotidiano, ora indugianti sui pensieri, le emozioni, i sentimenti provati a diretto confronto con gli omologhi toni e modi di sentire degli adulti.

Su questo specifico, insidioso terreno il piccolo Marius, rom da sempre vissuto in un campo alla periferia di Torino, prima intravede, poi vive con travolgente tumulto la scoperta del mare (e, indirettamente, di un altro mondo); mentre le sorelle gemelle Luna e Gaia (la prima affetta dal morbo di Down) campano a Verona la loro solidale esistenza nonostante tutto appagante; e, ancora, la decenne Martina, nella pur tribolata vita sociale di Piombino, che alla precisa domanda su quanto e quando si senta felice, risponde con un radioso sorriso “Ma io sono sempre felice”. Poi ci sono i bambini toccati da convinzioni e slanci particolari: il ragazzino geniale “malato” di matematica, l’aspirante, lucido musicista in erba, la giovanissima aspirante veterinaria e tant’altri protesi verso un futuro – i più puntano giusto sul futuro – di prospettive forse ancor vaghe, ma personalissime, inconfondibili.

Contrariamente a quanto da qualcuno detto, I bambini sanno, non ambisce, né allo scoperto né  in modo ambiguo a prospettare l’elemento narrativo come una insidiosa strategia tesa, al più, a raccontare l’abusata favola tanto sulla presunta innocenza infantile, quanto sulla volonterosa (ma posticcia) apologia dei buoni sentimenti vincitori sempre e comunque sul male. Su simile questione, già l’esperto, sensibile Luigi Comencini, sincero amico dei bambini, ebbe a sostenere con sottile intelligenza: interrogato sull’idea con cui gli occhi di un bambino possa guardare ambiente e presenze circostanti rispose nettissimo: “Forse una certa apprensione. E’ lo sguardo di un uomo in divenire. Uno sguardo oggettivo, non contaminato. La sfera emotiva del bambino, per quanto colpita dalle novità, resta vigile. Sensazioni penose o gioiose lo incuriosiscono, senza travolgerlo… E’ un individuo assolutamente libero, anticonformista”.  E’ giusto ciò che di meglio scaturisce proprio da I bambini sanno, poiché pur sollecitati a ribattere su questioni dei massimi sistemi – Dio, l’omosessualità, la guerra – restano solo ed esclusivamente se stessi, un mistero ancora intangibile, prezioso.

Autore: admin

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