Sauro BORELLI- Il dolore quotidiano (“Mia madre”, un film di Nanni Moretti)

 

Il mestiere del critico

 

IL DOLORE QUOTIDIANO

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“Mia madre”, il nuovo film di Nanni Moretti

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Nanni Moretti, si sa, ha un modo tutto suo di fare cinema. E proprio per questo i suoi film (specie quelli più recenti: dalla Stanza del figlio in poi) destano riacutizzato interesse, anche extracinematografico, più sociologico, psicologico che puramente narrativo. Col suo nuovo lungometraggio  Mia madre, in particolare, tale tendenza, diremmo, si è precisata puntando risolutamente su vicende, personaggi di definita consistenza e intensità drammatica. La cosa, del resto, è spiegabile poiché da sempre l’ispirazione, l’attitudine creativa di Moretti si rifà a convinzioni costantemente praticate nel cinema in generale. Tanto che, in passato, Moretti stesso ha così spiegato l’opzione stilistica dei suoi film: “Mi piace raccontare a incastro, seguendo un personaggio, poi lasciandolo, poi riprendendolo e approfondendo il suo carattere e le situazioni in cui si muove. Sono i miei ‘tempi’, quelli che sento di più”.

E’, questa, una sorta di griglia drammaturgica che impronta di sé, quasi letteralmente, Mia madre ove appunto le figure-cardine della anziana signora morente, della figlia devota ma tormentosamente irresoluta (negli affetti come nel suo lavoro di regista), il figlio-fratello saldo, soccorrevole (ma presto impotente a tutto) e l’estranea, turbativa intrusione di un inurbano, ottuso americano, attore mediocre e uomo da poco si incrociano, si scontrano, mossi tutti quanti da ambigui sentimenti e da contingenti difficoltà in una giostra di colpi e contraccolpi destinati a precipitare sempre più in un incubo senza uscita.

Detta così la traccia narrativa sembra un racconto “a tesi” che  in Mia madre si addensa, di volta in volta, attorno all’uno o all’altro personaggio. In effetti, non è questo l’intrico. Anzi, è giusto quello che Moretti teorizza da tempo a proposito delle sue scelte: un procedere nelle sue storie con una strategia a “incastro”. Basandosi preliminarmente su una sceneggiatura plurima (lo stesso Moretti, Francesco Piccolo, Valia Santella) e facendo ricorso ai suoi più intimi sentimenti dell’esperienza dolorosa della morte della madre, il cineasta mette in campo un ben armonico insieme di attori di collaudata sensibilità quali la grande attrice drammatica Giulia Lazzarini (già complice assidua di Strehler, Ronconi, ecc.), Margherita Buy (la compagna fidata di molteplici realizzazioni) e John Turturro, attore di eclettico talento espressivo).

Una volta approntata la gabbia entro la quale dipanare la storia intrecciata del disfacimento di una famiglia e altresì dei fallimenti esistenziali delle singole figure drammatiche, Moretti procede dunque nel solco di vicende, situazioni ai margini, di quando in quando, della realtà, dei ricordi, delle riaffioranti suggestioni scaturiti dalla sconvolgente agonia dell’anziana madre. In ispecie la trasognata perdita di coscienza della dolente Ada induce la figlia Margherita e il figlio Giovanni ad una sollecitudine affettuosa, costante verso la loro genitrice. Ma i fatti, le incombenze quotidiane – Margherita sta realizzando da regista titubante un film sull’occupazione di una fabbrica acquistata da un cinico “pescecane” americano – mentre il fratello disorientato e disarmato abdica dal lavoro e da qualsiasi altro compito per stare accanto alla madre.

La dinamica del racconto assume in tal modo quel che si diceva più sopra: un movimento insieme concomitante e in contrasto con la logica consequenzialità della vicenda globale. Si procede per accelerazioni e indugi sui rispettivi rovelli che agitano, turbano nel profondo ogni singola presenza – Margherita separata dal marito e dal temporaneo compagno, prova profondo disagio nel rapporto con l’indocile figlia adolescente – mentre la madre vaneggia ormai perduta nel ricordo del suo ruolo di insegnante, e Giovanni si chiude in un mesto desolato disincanto. Tutto si guasta. Persino il film in lavorazione, sabotato dall’inetto attore americano, si scioglie in una sconfortata “allegria di naufraghi”. E il congedo severo, del tutto sobrio della morte di Ada suggella esemplarmente un film duro e puro degno del più appassionato consenso. Tanto per la superlativa prova di tutti gli interpreti, quanto per l’elegia del dolore che Mia madre davvero incarna con strenuo rigore.

Autore: admin

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