Mino ARGENTIERI- Lettere da “Cinemasessanta”. La crisi dei talk show (in aria di disarmo)

 

Lettere da Cinemasessanta*

LA CRISI DEI TALK SHOW

Chi più, chi meno in aria di disarmo

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E’ una voce corrente: i talk show che trattano temi politici sarebbero in crisi, perderebbero progressivamente spettatori. La causa identificata sarebbe la stanchezza di una formula spremuta come un limone, la monotonia dei programmi, la mancanza di veri motivi di conflitto che non siano le risse, i confronti finti, gli interlocutori arruolati in una noiosa compagnia di giro, insomma i difetti e i vizi di una Tv di regime, gestita dai giornalisti ammanigliati ai partiti (più del novanta per cento) ossequienti e servili.

Basta accendere il video per essere catapultati in uno spettacolo che assomiglia a un incubo onirico: i telegiornali sono versioni aggiornate del Cinegiornale Luce e al posto dell’ex Duce sbuca in ogni inquadratura, dalla mattina alla sera, il Presidente del Consiglio con i suoi corifei, battutista ineguagliabile nella sfrontatezza oratoria e nella aggressività  dei contenuti controriformisti, arringatore sprezzante, maghetto che seduce un’Italia conservatrice, trasformista e antisindacale, aliena da ogni idea di rinnovamento, fautrice di un liberismo che ha già procurato nel mondo danni incalcolabili, favorevole a modifiche costituzionali che eliminino ogni opposizione in Parlamento ed escludano o sottomettano i piccoli partiti. In termini di ascolti, si preferisce il premier a una interessante puntata di Servizio pubblico in cui si discuteva di economia con uno studioso francese, Thomas Piketty – ignorato dalla Rai – autore di un voluminoso saggio, Il capitale del XXI secolo, accolto con successo e attenzione in vari paesi, dagli Stati Uniti alla Francia, dall’Inghilterra alla Germania. Un premio Nobel,Piketty, magistrale nell’adozione di un metodo che congiunge l’analisi economica alla Storia sociale, il presente al passato, le statistiche alle intuizioni letterarie dei grandi scrittori che hanno raccontato la società.

Qui lo spettacolo difettava, si parlava di economia in modo semplice e chiaro, non ci si azzannava pensandola altrimenti, si comparavano le asserzioni e l’argomento avvinceva, pacatamente esposto. Era la dimostrazione che se il talk si spettacolarizza è non per sua natura, ma per degenerazione e aride meningi, anche se l’anemia si volge a beneficio della visceralità giornalistica e del riduttivismo politico.

Così soffia il vento ed è triste che un recensore del Corriere della Sera non riesca a nascondere il suo compiacimentoper il premio assegnato all’ignoranza, pronubo un conduttore proveniente dal Giornalee in prestito a Rai 2. Sono questi particolari che squalificano il presuntuoso aristocraticismo di un organodi stampa che nei suoi trascorsi (raramente luminosi) si è speso per le peggiori cause e i peggiori interessi.

C’è una specularità tra le inadempienze e le ruffianerie del giornalismo televisivo, l’invadenza e le pretese totalitarie dei governanti, l’incultura (anche politica) di milioni di italiani spogliati di un’attitudine critica e di spirito civile, ineducati al ragionamento complesso e avvezzi alla elementarità degli slogan pubblicitari.

La conclusione è nostra, dal momento che i più assidui rilievi mossi ai talk show concernono tecniche di comunicazione, oscurità e banalità verbali, avvizzimento. Non che questi rimproveri siano del tutto fuori luogo. Ma, secondo la nostra opinione, lo stato di salute dei talk show non può essere disgiunto dal decadimento complessivo della Tv pubblica e privata e dal degrado di una vita politica in cui sovraneggia la propaganda, la riflessione approfondita e rigorosa è proibita, le iscrizioni ai partiti crollano, circa metà del paese non vota, l’umoralità è largamente diffusa, si leggono sempre meno i giornali e i new mass media non sono adatti a colmare vuoti e lacune, anzi vi contribuiscono spacciando per informazione messaggi telegrafici.

Il problema centrale non è quello dei talk show: non tutti sono assimilabili a una categoria screditata e a una insufficienza di fondo. Da mettere sotto accusa è l’alleanza stretta tra apparati televisivi, spesso addomesticati, e un governo della politica, illiberale nella misura in cui non ammette vera libertà, fantasia, indipendenza dalle schiavitù commerciali, un effettivo pluralismo, avendo perso di vista il fine che dovrebbe perseguire, per prima, la Rai: quello di agevolare la formazione di un pubblico intellettualmente maturo. Un famoso filosofo rivoluzionario, nella seconda metà dell’Ottocento, lo aveva capito: la qualità della fruizione dell’opera artistica e di qualsiasi altra forma di conoscenza è  determinata dalla qualità dell’offerta e dell’”insegnamento” ( c’è immancabilmente, anche se ci si trincera dietro la maschera e il culto dell’intrattenimento. Ogni favola ha una sua morale, è infallibile). Se non si va in questa direzione, non ci sarà una sola riforma del sistema televisivo che abbia senso, benchè il tempo delle riconsiderazioni pulite e radicali ci sembra lontano, lontanissimo.

Autore: admin

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