Agata MOTTA- Per Teatri e Camposanti (“Zombitudine” di Frosini e Timpano. Teatro Libero di Palermo)

 

Il mestiere del critico


PER TEATRI E CAMPOSANTI

altIl poster dello spettacolo

“Zombitudine” di Frosini e Timpano al Teatro Libero di Palermo

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Il quotidiano insopportabile, intriso di fobie, esibizionismo, centri commerciali, facebook, selfie, video da postare, fashion, scelte politiche effettuate con il naso turato, sorveglianza occulta, narcisismo elevato ad idolatria, irrompe sulla scena del Teatro Libero attraverso Zombitudine, spettacolo scritto, diretto e interpretato da Elvira Frosini e Daniele Timpano per la produzione  della Compagnia Frosini / Timpano e di Kataklisma Teatro. In questa nostra Italia che tenta ancora di sorridere con sano istinto di sopravvivenza la morte serpeggia, si insinua nei vivi, ammorba di puzzo, terrorizza con le sue inquietanti visioni di decomposizione, si ripropone attraverso la condizione di zombitudine, quella vissuta dai tanti (tutti?) che non si accorgono di essere finiti da un pezzo, di essere stati eternamente morti.

L’Occidente è tramontato, le ideologie sono naufragate, ma non sono state sostituite da altro pensiero forte, il relativismo culturale assolve tutti, nessuno sa più prendere posizione. Collocarsi a destra o a sinistra è irrilevante. Con un flusso torrenziale di parole, talvolta taglienti come lame altre semanticamente svuotate, gli eccellenti interpreti sostengono l’intelligente e corrosivo testo creando una regia fantasma – affetta da zombitudine anche quella – davanti ad un sipario rosso chiuso fino all’epilogo – che nulla aggiunge però al già detto – in cui la trasformazione paventata/desiderata è avvenuta. Dove rifugiarsi dall’assalto dei nuovi colonizzatori, dei mostri orribili o bellissimi a seconda del punto di osservazione?

Teatri e cimiteri sono i luoghi più sicuri perché vuoti e pieni di morti, ma fuori dal teatro non c’è nessuna salvezza, tenerezza e sarcasmo si fondono in chi del teatro ha fatto la propria ragione di vita o forse di morte. Isolati, disadattati, oscillanti tra noia e dolore alla maniera di Schopenhauer o tendenti alla felicità, e quindi frustrati per via dell’assenza del sommo bene cercato, alla maniera di Leopardi, gli uomini oggi sono tutti uguali, omologati, globalizzati, centrifugati e il continuo ricorso all’uso in coppia dei pronomi noi/voi (attori/pubblico) rafforza un’identificazione che annulla il valore della diversità. Inneggiare allo sterminio di massa (con precisi riferimenti ai totalitarismi del secolo breve) proporre palingenetiche apocatarsi, cioè spurghi liberatori di rinnovamento, odiare il nostro piccolo mondicino sono gli eccessi di una rabbia addomesticata che continuerà a roderci

E’ forse superfluo il tentativo di scuotere e coinvolgere il pubblico fisicamente e verbalmente, gli “aspettatori” (termine doppiamente arguto per l’uso dell’alfa privativo e del significato propriamente suo) non hanno più bisogno di espedienti triti: o continuano ad aspettare – Beckett insegna – o continuano a morire.

Autore: admin

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