Od. Ri. -Le verità ‘maltrattate’ (note su “Viaggio nei tuoi occhi” di Agata Motta. Palermo, Teatro Libero)

 

Lo spettatore accorto


LE   VERITA’   ‘MALTRATTATE’

Note su “Viaggio nei tuoi occhi” di Agata Motta, di scena al Teatro Libero di Palermo

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Al teatro “Libero” di Palermo è andato in scena per tre affollate serate  l’atto unico di Agata Motta “Viaggio nei tuoi occhi”, per l’originale e sofisticata regia di Clara Gebbia,

Il tema della rappresentazione è quello –  tanto attuale nelle nostre famiglie  quanto ricco di inquietanti implicazioni – della ricerca di sé da parte di una donna quarantenne attraverso la contraddizione di una maternità ostinatamente e dolorosamente ricercata e la relazione  con una madre che ne ha perso invece la memoria e vive in un ospizio. La voglia  spasmodica di proiezione nel futuro tramite un figlio e  di continuità con il passato nella comunicazione con la madre diventa  l’unica ragione di vita. Ogni dialogo si fa difficile, ogni comunicazione impossibile tra due sofferenze impenetrabili.

E quando, alla fine, l’evento lungamente atteso arriva, appaiono imprevedibili le banalità quotidiane connesse alla vita nascente: la penosità di una gravidanza morbosa, il pensiero della perdita della propria libertà nel legame davvero indissolubile con il bimbo, E’ il ritmo della vita che  sembra nascondersi, una verità che quando si rivela appare in tutta la sua precarietà: non ne esiste una sola, ma tante, ciascuna con un proprio spessore insondabile.

Ma  si fa così luce anche la consapevolezza che nel rapporto tra madre e figlio soffia il “respiro del mondo”, la luce di  ogni giorno: proprio quando l’anziana signora scompare dall’ospizio, la matura neo-madre la riscopre in sé e per la prima volta riesce a rivivere le sue esperienze.

Come si vede, una tematica difficilissima da tradurre in spettacolo, ma autrice e regista sono riuscite a trovare alcune suggestive chiavi drammaturgiche e registiche capaci di coinvolgere ed emozionare il pubblico.

I tre personaggi sulla scena ( madre, figlia e “amica informatica” che “chatta” con la seconda facendo talora da contrappunto realistico alle sue angosce; altre volte disegnandone un modo diverso di viverle)  si trasformano periodicamente nelle “Moire” del mito classico.  Lachesi che tesse, Cloto che fila e Atropo che recide il filo della vita sottolineano armonicamente con il loro canto greco classico, i nuclei forti dei dialoghi e celebrano il desiderio spasmodico di riannodare il filo interrotto tra le generazioni. Una scelta davvero felice ed efficace, sorretta dal fascino della lingua antica e da una modalità sonora originalissima, nella raffinatissima ricerca musicale di Antonella Talamonti, giocata su  sottili differenze di toni  nelle diverse voci.

Il secondo elemento forte è la capacità delle attrici (Nenè Barini, Germana Mastropasqua e Alessandra Roca) di modellare in maniera espressionistica le movenze corporeee, con effetti davvero sorprendenti quando, ad esempio, la madre ritorna sulla scena liberata dalla sua smemoratezza proprio perché la  figlia finalmente è capace di  rivivere  la sua esperienza di maternità.

La compattezza della messa  in scena, senza momenti di pausa o sbavature retoriche, è un altro degli elementi di forza.

Qualche elemento di debolezza sta forse nella fragilità della figura dell’”alter ego” al computer, certo utile a suggerire la diversità dei modi di vivere le medesime situazioni, ma forse troppo didascalicamente finalizzate a questo scopo.

Davvero meritati gli applausi forti e convinti del pubblico palermitano con la convinzione che il cammino di questo piccolo gioiello non finirà tanto presto.

Autore: admin

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