Roberta RONCONI- Un ‘innesto’ che funziona (“La scelta”, un film di Michele Placido)

 


Lo spettatore accorto



UN ‘INNESTO’ CHE FUNZIONA

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Michele Placido dirige “La scelta” con Raoul Bova ed Ambra Angiolini

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Tra Cristina Comencini e Michele Placido (confronto suscitatomi l’altro ieri sera dai film in sala vicino casa), io preferisco di gran lunga Michele Placido. Perché la prima, di sottofondo, è sostenuta da un’ideologia e da un’appartenenza che sanno di muffa e privilegio; il secondo predilige la musica all’ideologia, basa la sua visione sui tempi, sul ritmo del cinema. Placido a me piace, sia come regista che come attore, proprio per questo motivo: perché nelle orecchie ha lo stesso battere del tempo – musicale – che ho io, quando guardo un film. “Sento” quando un’inquadratura va tagliata, quando una battuta non va detta, quando una musica si intona. Ovviamente, secondo i miei gusti. Placido ha, insomma, un ritmo che davvero apprezzo e che trovo piuttosto raro nel nostro cinema. Detto che – sempre a mio parere – il ritmo di un film fa il 70 per cento, il resto de “La Scelta” è tutto discutibile.

Tratto, come noto, dalla novella teatrale “L’innesto” di Pirandello (tra i principali autori di riferimento di Placido), nel film si narra di una coppia giovane e innamorata con un forte desiderio di discendenza per l’uno e di maternità per l’altra. Il sogno diventerà possibile solo come frutto di un incubo, la violenza subita dalla donna in un pomeriggio di un giorno qualsiasi. Come combinare il sogno e l’incubo, come amare chi odi, come carezzare quella pancia che il tuo nemico ha profanato? I due personaggi, lui e lei, percorrono in pochi gesti e silenziose parole il loro separato cammino dall’amore all’odio all’amore.

Questa la magica trama, funestata da due interpreti –Ambra Angiolini e Raoul Bova – non adatti alle parti e insufficientemente diretti. Le loro emozioni – la qualità di vibrazione – sono troppo basse per un percorso di questa portata. Sullo sfondo dei loro drammi, una quinta teatrale fatta di familiari di cui non si capisce la natura: una madre un po’ santona un po’ isterica, una sorella con due mariti (uhè!! A Bisceglie??), un barista marocchino saggissimo. L’unico a salvarsi, il personaggio del commissario di polizia che Placido ha tenuto per sé. La regia anche è rigida (nonostante la fotografica di Arnaldo Catinari), a volte scontata e da sola non riesce a coprire i buchi. Bella invece la musica del giovane e promettente Luca D’Alberto. Risultato appena sufficiente, con l’amaro in bocca per ciò che avrebbe potuto essere. (*articolo21)

Autore: admin

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