Sauro BORELLI- Il sogno-realtà di Ceryl (“Wild”, un film di Jean-Marc Vallée)

 

 

Il mestiere del critico

 

IL SOGNO-REALTA’ DI CHERYL

Locandina Wild

 

“Wild”, il nuovo film Jean-Marc Vallée

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“Viaggiare non è veramente piacevole, si va in contro all’ignoto e l’ignoto è qualche volta sgradevole e sempre traumatico; però fa bene”. Così Alberto Moravia, notoriamente viaggiatore instancabile, sosteneva paradossalmente. Cogliendo, al contempo, una qualche verità. Jean-Marc Vallée, regista e sceneggiatore canadese (suo il ruvido, anticonformista Dallas, Buyers Club) presumibilmente non ha mai letto Moravia e in compenso ha accentrato la sua attenzione sul libro autobiografico Wild di Cheryl Strayed, autentico, sofferto “giornale dell’anima” cadenzato sulle desolanti vicende di una esistenza giocata allo sbando, finché la protagonista si lancia in un viaggio di redenzione attraverso le rischiose contrade di un’America ancor oggi selvaggia, temibile.

Quindi, lo stesso Vallée ben coadiuvato dallo sceneggiatore Nick Hornby ha strutturato informalmente il suo nuovo film, appunto Wild, seguendo passo passo – è proprio il caso di dire così – la citata eroina Cheryl Strayed (impersonata con esemplare bravura da Reese Witherspoon) che, dopo esperienze infantili, adolescenziali e più mature tribolate situazioni, si trova davanti la scelta di un radicale cambiamento di rotta della propria vita. Pena, altrimenti, una dissipazione totale di ogni superstite convinzione o idealità esistenziali.

Prende avvio, in tali frangenti, il proposito prima soltanto programmato, poi intrapreso anche con timorosa titubanza di un viaggio estremo seguendo – a piedi – il Pacific Crest Trail (poco meno di duemila chilometri attraverso luoghi impervi dell’Ovest degli Stati Uniti). Non si tratta soltanto di un’avventura fisica di una sprovveduta donna, sbalestrata senza preparazione di sorta verso rischi e eventualità ai margini dell’assurdo; ma, in parallelo con le tappe del faticoso trekking, affiorano di quando in quando – sia nell’evocazione di balenanti flash back, sia nell’inserto di ricorrenti ricordi di una voce fuori campo – episodi, esperienze, vicende ora strazianti, ora esasperatamente vitalistiche di un passato ormai consunto in stravizi, amori e disamori, slanci volitivi e cadute irrimediabili. In definitiva, un disastro forse fatale, forse, in un sussulto strenuo, ancora superabile.

E’, appunto, ciò che si dice, cercare ogni momento di far proprio il rischioso intento di esorcizzare col viaggio nel Selvaggio Ovest, tutti i dubbi, le paure di una vita precaria esposta a infiniti contraccolpi drammatici. Su questi spunti narrativi si articola la progressione che Wild prospetta, disegnando, frattanto, la fisionomia psicologica dell’avventurosa Cheryl di volta in volta alle prese con la fatica fisica, i demoralizzanti incidenti, le imprevedibili difficoltà di una esistenza quotidianamente messa in pericolo. C’è, in questa realtà insospettata, insospettabile, un processo di maturazione che di giorno in giorno la protagonista vive, soffre con partecipe passione e fiduciosa speranza. In ciò corretta e confortata dalla fantasmatica presenza della pur disgraziatissima madre – vessata brutalmente dal marito violento, stroncata da un male inesorabile e, nonostante tutto, indomitamente radiosa, stoicamente ottimista (un ruolo arduo, questo, sapientemente reso da una grandissima Laura Dern) – Cheryl affronta tra incidenti e sfasature malaugurati quel faticato destino che in un barlume di razionale consapevolezza, si è scelta di portare a compimento.

Già frequentata da Sean Penn nel suo pregevole Into to Wild-Nelle terre selvagge e da John Curran in Tracks-Attraverso il deserto, la materia tipica del road movie è caratterizzata in Wild più dalla personale redenzione della volitiva Cheryl che non da alcuna prospettiva di rigenerazione ideologica o, ancor meno, sociale.

L’obiettivo puro e semplice in Wild resta, a conti fatti, un superstite tentativo di dare più senso al vivere che non al sopravvivere. Non a caso, Maupassant che di queste cose sapeva molto ebbe a dire con acuta saggezza: “Il viaggio è una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà come per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno”.

Autore: admin

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