Giuseppe ARDIZZONE- Saggistica breve. Il dilemma dell’Eurozona

 

Saggistica breve



IL DILEMMA DELL’EUROZONA

Crescita,competitività, occupazione

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Il dibattito sul modo di affrontare la crisi economica europea, che si ripercuote con maggiore violenza sulle condizioni di vita delle popolazioni degli Stati più deboli, continua a dividere i commentatori ed i gruppi politici fra due posizioni antitetiche:

Rispetto dell’austerità finanziaria o maggiori investimenti pubblici anche peggiorando i parametri finanziari e le regole comunitarie del “ Fiscal Compact”?

Questo trattato, dice esplicitamente:

la necessità di mantenere finanze pubbliche sane e sostenibili e di evitare disavanzi pubblici eccessivi è per i governi di fondamentale importanza al fine di salvaguardare la stabilità di tutta la zona euro e richiede quindi l’introduzione di regole specifiche, tra cui una “regola del pareggio di bilancio” e un meccanismo automatico per l’adozione di misure correttive

Proprio per evitare che le condizioni finanziarie di un paese potessero innescare un processo irreversibile di crisi dell’intera area euro, pone dei vincoli sia all’entità del deficit di bilancio sia al rapporto fra l’ammontare del debito pubblico complessivo ed il PIL.

La prima condizione si muove nella preoccupazione di evitare che in seguito al sommarsi dei deficit dei diversi anni lo stock del debito pubblico raggiunga un peso insostenibile. Il secondo parametro indica proprio il limite che tale stock non dovrebbe superare rispetto al PIL.

I due parametri scelti sono molto prudenziali ed hanno un valore, si può dire arbitrario e convenzionale, utile comunque per fissare una regola condivisa con una sufficiente approssimazione d’efficacia rispetto all’evoluzione storica osservata.

Il limite del deficit è stato definito con un massimo del 3% sul PIL ed il rapporto fra stock del debito e PIL è stato indicato nel 60%. Tali limiti hanno un carattere vincolante e programmatico per cui tutti gli Stati contraenti s’impegnano, nello spazio di vent’anni, a raggiungere sia il pareggio di bilancio strutturale sia un rapporto debito /PIL pari al 60%..

Ad ulteriore precisazione va anche detto che nell’analisi dell’andamento finanziario dei diversi stati membri e nella valutazione di questo cammino verso l’equilibrio finanziario richiesto è stato poi introdotto il concetto d’equilibrio strutturale:

a) per “saldo strutturale annuo della pubblica amministrazione” s’intende il saldo annuo corretto per il ciclo al netto di misure una tantum e temporanee;

b) per “circostanze eccezionali” s’intendono eventi inconsueti non soggetti al controllo della parte contraente interessata che abbiano rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria della pubblica amministrazione oppure periodi di grave recessione economica ai sensi del patto di stabilità e crescita rivisto, purché la deviazione temporanea della parte contraente interessata non comprometta la sostenibilità del bilancio a medio termine.”

Resta il fatto che pur tenendo presente momenti d’allentamento del percorso dovuti alle difficoltà economiche l’obiettivo vincolante è comunque quello di arrivare in un ventennio ad un rapporto debito /PIL pari al 60%.

C’è da chiedersi; perché ?

L’obiettivo è davvero così irrinunciabile ed importante al punto da condizionare la politica economica finanziaria degli stati membri riducendone complessivamente la capacità di stimolo all’economia con un aumento della spesa pubblica, specie nei periodi di recessione economica ?

In questi casi, non si pone solo il problema di un rallentamento del processo di convergenza verso l’obiettivo, concedendo al limite uno sforamento del deficit sino al 3%, ma addirittura la possibilità di un deficit ben superiore che si accompagni ad un ulteriore aumento significativo momentaneo dello stock del debito se il risultato può essere una ripresa significativa della crescita economica del Paese.

Da un punto di vista strettamente finanziario quali ostacoli si oppongono ad un comportamento espansivo di questo tipo oltre al mancato rispetto dei trattati?

Le principali obiezioni possono essere le seguenti:

–          Si effettuano investimenti pubblici non in grado di creare una corrente adeguata d’incremento del PIL capace di ripagare il costo marginale del debito ed assicurarne la sua riduzione in un arco di tempo prefissato

–          Il costo complessivo del debito, pur all’interno di un progetto d’espansione del PIL accettabile, è finanziariamente insostenibile

–          Il mercato finanziario valuta il rischio paese eccessivo ed avvia un processo di peggioramento del costo del debito che diventa insostenibile

–          L’attacco speculativo e l’aumento del costo del debito possono provocare il default dello Stato membro ed il possibile attacco speculativo nei confronti della moneta euro con conseguente rischio di contagio per gli altri paesi ad e per l’intera area.

Se invece questi rischi fossero in alcune fattispecie sostanzialmente remoti, sarebbe meglio utilizzare l’effetto espansivo dell’utilizzo di un forte investimento pubblico in forte deficit per una scossa forte all’economia ed un ritorno importante della crescita del PIL.

In questo caso, pur contravvenendo ai limiti del trattato.

Qualcosa del genere è stato fatto dalla Germania, dalla Francia, Olanda ed altri subito dopo la crisi del 2008 per il sostegno del proprio sistema bancario.

Ritorniamo pertanto alla domanda principale: perché realizzare una convergenza così impegnativa, in tempi così definiti,  su gli obiettivi finanziari del “ Fiscal Compact”?

E’ solo per evitare rischi di crisi della moneta unica?

Certo, questo è il motivo più forte e più evidente; ma, immaginiamo per un attimo di trovarci, più avanti nel tempo, di fronte alla piena armonizzazione dell’area con tutti i paesi in pareggio di bilancio strutturale e con un rapporto debito /PIL del 60%:. Abbiamo raggiunto l’obiettivo e allora?

Allora forse a quel punto i diversi Stati potrebbero anche pensare d’intraprendere, senza eccessivi rischi, un percorso comune per oggi indicato solo sulla carta ma che è già parte programmatica del Fiscal Compact dove dice:

Con il presente trattato le parti contraenti, in qualità di Stati membri dell’Unione europea, convengono di rafforzare il pilastro economico dell’unione economica e monetaria adottando una serie di regole intese a rinsaldare la disciplina di bilancio attraverso un patto di bilancio, a potenziare il coordinamento delle loro politiche economiche e a migliorare la governance della zona euro, sostenendo in tal modo il conseguimento degli obiettivi dell’Unione europea in materia di crescita sostenibile, occupazione, competitività e coesione sociale.”

Il limite di questa progettualità sarebbe tuttavia quello di rendere evidente la presenza di un’Europa a due velocità. Un gruppo di Paesi pronto per un’integrazione politica federale più complessa e più vincolante di quell’attuale. Un altro gruppo interessato al mantenimento dello status quo ed alla propria indipendenza politica e finanziaria.

Ambedue le posizioni potrebbero essere rispettabili e condivisibili se fossero sufficientemente trasparenti e coscienti di quello che vogliono realizzare. La mia impressione è che gli stati sottoscrittori del Fiscal compact siano mossi , invece, più dalla diffidenza e dalla paura reciproca per una moneta comune di cui temono gli effetti negativi sul valore dei propri risparmi, piuttosto che dalla volontà di godere dei frutti espansivi di una forte politica economica comune.

Anche le regole della “governance” dell’area vedono il predominio, all’interno dell’Eurogruppo, dei capi dei governi nazionali, piuttosto che della rappresentanza dei partiti politici dell’area.

Nel trattato si dice:

Come previsto al titolo II del protocollo (n. 1) sul ruolo dei parlamenti nazionali nell’Unione europea allegato ai trattati dell’Unione europea, il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali delle parti contraenti definiranno insieme l’organizzazione e la promozione di una conferenza dei rappresentanti delle pertinenti commissioni del Parlamento europeo e dei rappresentanti delle pertinenti commissioni dei parlamenti nazionali ai fini della discussione delle politiche di bilancio e di altre questioni rientranti nell’ambito di applicazione del presente trattato.”

Ma, non mi sembra che la frequenza od il peso decisionale di questo strumento organizzativo abbia avuto molta rilevanza.

Tornando alla domanda principale, alla distinzione fra le politiche dell’austerità e quelle dell’espansione del debito, come precondizione della crescita, mi sembra che risulti evidente l’intreccio delle decisioni economico/finanziarie dei governi nazionali non solo con la pura convenienza e sostenibilità economica nel mercato, ma anche con i limiti programmatici posti dal “ Fiscal Compact”.

Questo, paradossalmente, vale sia per i paesi che presentano una situazione generale insoddisfacente, sia anche per paesi che avrebbero margini di espansione utilizzando deficit di bilancio e di rapporto debito/pil sostanzialmente sostenibili ( specialmente in un momento caratterizzato da bassi tassi d’interesse reali) pur se in eccesso rispetto ai limiti del Fiscal compact a cui invece si adeguano, rinunciando ad un ruolo oggettivo di locomotiva dell’area.

Quando un’impresa fallisce, a causa di una cattiva gestione finanziaria o di una cattiva presenza sul mercato, si razionalizza in qualche modo la struttura produttiva dell’intero paese eliminando un soggetto inadeguato. Uno Stato, invece, non può essere mai inadeguato ed il suo fallimento, inteso come scomparsa di quel soggetto nel mercato globale è impossibile. Al di la quindi della presa d’atto del crack finanziario, dovranno essere sempre preordinate delle misure utili al recupero di quell’enorme massa di fattori produttivi che esso rappresenta: capitali, intelligenze, conoscenze, persone, ecc ecc.

Bisognerà in qualche modo permettere una sinergia virtuosa di questi fattori che consentano a quel paese di rialzarsi. Vi può tuttavia essere la necessità di ottenere fiducia dagli altri paesi e dal mercato dei capitali. In poche parole, pure un paese fallito ha la necessità di espandere ulteriormente il proprio debito o verso i suoi cittadini o verso l’estero a patto che il ritorno dell’investimento consenta effettivamente una crescita sufficiente del paese.

Questo, presuppone che si abbia la capacità di utilizzare tutte le risorse interne in maniera virtuosa limitando le rendite di posizione e di capitale. Questo, presuppone adeguate riforme strutturali di quel paese.

Quando tuttavia, nonostante questi passi, l’investimento e la fiducia degli investitori privati non ritornano ( quando il cavallo non mangia e non beve) da parte di molti è stato giustificato il ricorso all’emissione monetaria come sottoscrizione del debito pubblico e degli investimenti dello Stato.

E’ possibile questo nell’area euro? Non per il singolo Stato.

E’ questo un altro dei paradossi che portano molti a cercare la proposta dell’uscita dall’euro e dal “ Fiscal Compact” come soluzione.

La stessa azione della BCE che, da questo mese, immetterà liquidità sul mercato per oltre 1.500 MM, preventivati nello spazio di quasi due anni, non assicura l’immediato finanziamento degli investimenti che rimangono soggetti ad altre variabili quali un adeguato funzionamento del settore del Credito, una ripresa degli investimenti privati, riforme strutturali che li favoriscano, la ripresa dei consumi e complessivamente della domanda aggregata. Tutto questo, con un ruolo marginale dell’investimento pubblico.

E’ questo il miglior modo di utilizzare le risorse comuni dell’eurozona per far ripartire la crescita e conseguire gli obiettivi dichiarati di ripresa della competitività e dell’occupazione?

Autore: admin

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