Francesco NICOLOSI FAZIO- Famiglia modello (Peter Stein dirige “Ritorno a casa” di Pinter. Stabile di Catania)”

 

 

Il  mestiere del critico

 

FAMIGLIA MODELLO

Il ritorno a casa di Peter Stein

“Il ritorno a casa”  Di Harold Pinter.  Regia: Peter Stein   Con: Paolo Graziosi, Alessandro Averone, Elia Schilton, Antonio Tintis, Andrea Nicolini, Arianna Scommegna.   Produzione: Teatro Metastasio Stabile della Toscana – Spoleto Festival dei 2Mondi.   Al teatro Stabile di Catania – Teatro Verga.

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Pinter, come Beckett, stringeva all’angolo i registi con i suoi copioni, meticolose scene e disposizioni pressoché categoriche. Praticamente impossibile, ancor oggi dopo 50 anni, innovare il suo teatro. Questo accade anche per una sorta di doverosa riverenza. Riverenza che incaglia i registi, soprattutto per le opere dell’attualissimo nobel irlandese, che scriveva in francese. Peter Stein produce un teatro europeo ed ha colto l’occasione per rappresentare “il lavoro più cupo di Pinter” come ci informa nel foglio di sala, per rappresentare “la giungla  dove si combatte, che è la famiglia”.

Un vecchio padre-padrone inglese, vedovo con tre figli maschi, domina la vecchia casa con metodi degni del suo passato mestiere di macellaio (professione Beckettiana). Il ritorno a casa (del titolo) del figlio, professore universitario negli USA, sconvolge l’immutabile equilibrio del tempio maschilista. L’elemento scatenante è la giovane moglie che porta con sé il professore. La donna, usando i peggiori strumenti muliebri (è una “stuzzicacazzi”), stabilisce un impensabile matriarcato, dominando la scena “familiare”. Il marito professore torna in America da solo.

Nonostante la visione  intima e familistica che vuole proporre Stein noi, comunque, vediamo nell’opera di Pinter una greve metafora della società occidentale, dove il suo nucleo, la famiglia-cellula, racchiude tutte le violenze e contraddizioni che già all’epoca (1950) caratterizzavano la parte più evoluta del mondo, il tanto osannato occidente capitalistico. Difatti i personaggi rappresentano altrettante variazioni/deviazioni sul tema delle aberrazioni della società: il padre che fonda il suo potere sulla violenza; il figlio maggiore che tenta inutilmente di redimersi con la cultura; il “mezzano” che lo è anche nella vita, esperto sfruttatore di prostitute; il figlio piccolo, alienato, che sogna la rivalsa cercando una improbabile celebrità come boxeur (oggi si sogna di andare in TV); il fratello/zio che con il servilismo umiliante crede che gli venga riconosciuto un ruolo nella società.

Infine Lei, l’eterno femminino, che attraversa indenne decenni di sconfitte femministe, per riproporsi come donna in vetrina, forse sua professione del passato, sostanzialmente  del futuro. Presi anche noi nella vischiosa rete di Arianna  Scommegna non possiamo che riconoscerle ogni supremazia, anche sulla scena: bravissima.

Un’opera che è molto attuale (vedi XXI in Scena) come vivisezione della famiglia, quella famiglia che sta per essere demolita, in grande stile ed in ogni sua forma, dalla crisi economica che non prevede alcun futuro per i nostri figli, che non saranno forse mai genitori. Forse per questo i nostri avveduti potenti governanti (non parlo dei vari Renzi!) fanno il loro meglio per non consentire alcun futuro alla famiglia. Ma se la famiglia è la cellula della società, il corpo non sopravviverà a lungo. Forse i potenti veri non son altro che dei necrofori.

Autore: admin

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