Sauro BORELLI- Sulle tracce di Irène Nemikovky (“Suite francese”, un film di Saul Dibb)


Il mestiere del critico



SULLE TRACCE DI IRENE NEMIROVSKY

 

“Suite francese” -il nuovo film di Saul Dibb

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Suite francese è un film mutuato (con parecchie licenze) dal cineasta Saul Dibb e dallo sceneggiatore Matt Charman dall’omonimo libro di Irène Némirovsky (in origine basato su due parti intitolate Tempesta di giugno e Dolce di un più vasto romanzo rimasto incompiuto). Anzi lo stesso titolo Suite francese, riferito alla composizione musicale evocata nel racconto, fa da traccia esteriore alla vicenda angosciosa dell’invasione tedesca della Francia dopo la sconfitta di questa nel 1940. Il fatto dirimente non è tanto né solo tale medesimo evento, ma il particolare scorcio dentro il quale la scrittrice Irène Némirovsky (1903-1942) visse e patì la sua personale tragedia di scrittrice d’origine ebraica – già fuggiasca da Kiev ed esule in mezza Europa dopo la Rivoluzione d’Ottobre – proprio in Francia, anche dopo un fausto periodo di successi letterari, di prestigiosi riconoscimenti, in conseguenza dell’avvento della repubblica parafascista di Vichy e del generale Pétain.

Il film di Saul Dibb, detto in breve, si rifà sostanzialmente agli scritti della Némirovsky e, di riflesso, al clima di oppressione, di paura di una specifica rievocazione del contesto entro il quale  prendono corpo e senso i fatti, gli episodi di un’esperienza per sé sola eloquente. Questo, in sintesi, il plot: giugno 1940, i tedeschi scardinano ogni residua resistenza francese e irrompono in Francia con una massiccia invasione di uomini e di mezzi. Negli stessi giorni, l’austera vedova Angellier (Kristin Scott Thomas) e la bella inappagata nuora Lucile (Michelle Williams), separata forzatamente dal marito ormai prigioniero in Germania, viaggiano alla volta di Bussy, un villaggio nei dintorni di Parigi, incrociando rischiosamente colonne di profughi disperati e subendo il bombardamento degli aerei tedeschi.

Tutto ciò risulta, peraltro, soltanto il prologo di una tragedia latente che appunto nel villaggio d’origine della facoltosa vedova Angellier, troverà di lì a poco piena e rovinosa evocazione. In simili frangenti mentre i tedeschi, ormai insediatisi in paese fanno il bello e il cattivo tempo, si palesano insidiosamente gli odi, le viltà, i tradimenti che caratterizzano i notabili di Bussy (il visconte-sindaco collaborazionista, poi fucilato dagli stessi nazisti) e le piccole e grandi soperchierie di tutti contro tutti tipiche del gretto clima sociale-politico del regime petainista.

Nella caduta di ogni idealità e sentimento solidale, si verifica, ancora, il sotterraneo, appassionato flirt tra un civile (in apparenza) ufficiale tedesco e l’avvenente Lucile, vanamente tenuta a freno dalla severa suocera. Frattanto anche la convivenza infida tra tedeschi invasori e francesi succubi viene minata da scoppi di violenza insopprimibile fino a culminare in un clima di occupazione cruenta. Anche il furtivo idillio tra Lucile e il suo ufficiale, incline agli abbandoni musicali con la sua Suite francese, si inoltra, data la grave situazione generale, verso il naufragio non senza ulteriori disastri e fallimenti. E, infine, il tutto trova acquietato epilogo nella risolutiva partenza dei tedeschi invasori. Stando così le cose e constatato altresì l’approccio spettacolarmente corretto, formalmente levigato dell’intiera vicenda (con interpreti debitamente adeguati e un décor interni-esterni semplice, misurato), Suite francese si dimostra nell’insieme una realizzazione abbastanza amorfa e tutto sommato scarsamente significativa. Per diverse, importanti ragioni. In primis la complessità del testo originario di Irène Némirovsky, qui riscritto con epidermica verità, non trova sullo schermo quell’intensità drammatica che la sfortunata scrittrice prospettò “in presa diretta” poco avanti la sua deportazione-eliminazione ad Auschwitz. E secondariamente perché, proprio sul tema dell’inevitabile incontro-scontro tra francesi e tedeschi, esistono precedenti, giusto nella storia del miglior cinema d’oltr’Alpe, del tutto magistrali non dimenticabili.

Parliamo dell’epocale Il silenzio del mare dall’omonimo libro del grande partigiano Vercors che l’esordiente cineasta Jean Pierre Melville – ripercorrendo passo passo l’insolubile, inconciliabile raffronto tra il soldato tedesco e i borghesi francesi – espresse in uno psicodramma duro, crudo esemplare e memorabile quale tutt’ora resta. E parliamo anche del capolavoro documentario di Marcel Ophuls (rampollo degno del grande Max) Le chagrin et la pitié ove con efficacia incontrovertibile si staglia sullo schermo tutta l’ipocrisia, la desolante “doppiezza” con cui in Francia, fino a pochi anni fa si guardava e si mistificava la realtà certo abietta del collaborazionismo dell’intiera società di Clermont Ferrand e dintorni.

Autore: admin

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