Sauro BORELLI- Kevin Costner, antirazzista (“Black or White”, un film di Mike Binder)

 

Il mestiere del critico


 

KEVIN COSTNER ANTIRAZZISTA

“Black or White”, un film di Mike Binder

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Che Kevin Kostner abbia un carattere resoluto, specie per le cause che gli stanno a cuore, si sapeva da tempo. I suoi inizi come attore – la frequentazione di Lawrence Kasdan (per Il grande freddo e Silverado; e, ancora, di Kevin Reynolds per Fandango) – sono lì a dimostrare un piglio volitivo delle sue interpretazioni, il più delle volte contraddistinte da dettagli psicologici e vicende esistenziali di marcata impronta progressiva-trasgressiva destinata ad approdare ad esiti quantomeno inusuali, sostanzialmente nuovi.

Il prosieguo della sua carriera, in effetti, Kostner lo spende utilmente con caratterizzazioni (seppure di convenzionali prove come negli Intoccabili di Brian De Palma, Robin Hood di Kevin Reynolds, G.F.K. di Oliver Stone, Un mondo perfetto di Clint Eastwood) di forte impatto drammatico temperato da una sensibilità espressiva sempre duttile, efficace. Poi, la svolta risolutiva col debutto tutto arrischiato quale autore (produttore, regista, interprete) in Balla coi lupi sorprendentemente colmato da una pioggia di Oscar e da un vistoso successo globale.

Più tardi, l’azzardo col fantastico Water World (benché decisamente riuscito sul piano esteriormente spettacolare) segnerà una battuta d’arresto pregiudizievole per le restanti ambizioni di Kevin Kostner, anche se la sua carriera si orienterà di necessità, per il futuro, verso performance attoriali comunque di significativo spessore. Ora, dopo un curriculum di tale e tanto prestigio, il Nostro si ripresenta sullo schermo in una prestazione di attore apparentemente di routine, ma a guardar bene preziosa per sottigliezza ed efficacia drammatica. Parliamo di Black or White di Mike Binder. Qui Kostner si direbbe, dà fondo tanto alla sua lunga esperienza in ruoli chiaroscurali quanto alla misura proverbiale di caratterizzazioni vigorose, fitte di risvolti sempre trascinanti.

In estrema sintesi. In Black or White Kevin Kostner incarna la figura di Elliot, vedovo, avvocato importante incline all’abuso di alcol, incastrato suo malgrado nell’intrico di una battaglia legale per mantenere l’affidamento della nipotina di colore, frutto della scomparsa figlia poco più che adolescente con un malriuscito matrimonio con un cosiddetto “negro di strada” (cioè un giovanotto pregiudicato dedito alla droga e al malaffare). Suoi avvelenati avversari risultano, nel caso particolare, l’aggressiva suocera nera e tutta la folta tribù afroamericana intenta a occupazioni di lucro ora rumorose, ora di tutta fantasia quali, si suppone, indulgano i rappresentanti della facoltosa borghesia, appunto, nera.

Il garbuglio dei fatti, dei misfatti che si snoda tra liti e complicati maneggi dell’una e dell’altra fazione per prevalere sulla vexata quaestio dell’affidamento della bambina Eloisa punta inizialmente sui dispetti reciproci dei contrastanti contendenti, quindi l’intiero problema viene debitamente traslocato in un’aula di tribunale. Cosa che, per sé sola, non risolve alcunché dal momento che tanto il pur volonteroso Elliot, quanto la colorita congrega degli afroamericani fanno di tutto per aggravare, anziché sbrogliare positivamente la situazione. A peggiorare le cose, viene tirata in campo la questione radicale del contrasto razziale tuttora divampante in America. Fino a quando il nobile Elliot con un discorso improntato a razionale buon senso apre la via ad un compromesso forse un po’ ipocrita ma risolutivo.

Certo, questo epilogo sa tanto di posticcio lieto fine. Tuttavia da come è strutturata e dipanata con decontratta linearità la pur intricata vicenda, Black or White si prospetta nell’insieme come una dignitosa storia che pur basata sull’arroventato contrasto tra bianchi e neri in America tenta di dimostrare che anche in questioni di massima gravità come il razzismo più o meno latenti o apertamente manifeste si possono trovare tolleranti ragioni dirimenti per soluzioni parziali o temporaneamente provvisorie. A suffragare una simile via d’uscita contribuiscono, in questo stesso film, la sempre magistrale prestazione di Kevin Kostner e quella della folta congrega di attori afroamericani reclutati per l’occasione. Oltre, s’intende, la calibrata, disinibita regia del bravo Mike  Binder.

Autore: admin

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