Sauro BORELLI- Decameron, ieri e oggi (“Maraviglioso Boccaccio”, un film di Paolo e Vittorio Taviani)

 

Il mestiere del critico

 

DECAMERON, IERI E OGGI

Poster

 

“Maraviglioso Boccaccio”,  un film di Paolo e Vittorio Taviani

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Veleggiando entrambi oltre l’arduo traguardo degli ottant’anni, Paolo (il minore) e Vittorio (il maggiore) Taviani non si sono mai posti il problema di affrontare anche i cimenti più ostici con soverchia trepidazione o con rispetti di sorta. Anzi, dopo una ventina di film variamente significativi (tra i quali memorabili i Sovversivi, San Michele aveva un gallo, Kaos, Allonsanfan, Padre padrone, La notte di san Lorenzo, Le affinità elettive, Cesare deve morire) si sono presi di petto, senza alcuna soggezione lessicale, un monumento della letteratura italiana come Decameron di Giovanni Boccaccio. E limandolo, aggiustandolo a pezzi e bocconi come meglio volevano ne hanno cavato una favola di colorato, tripudiante aspetto. Ora evocando, in parte o per spezzoni indicativi, vicende, personaggi, storie di spuria ascendenza; in parte per illuminazioni poetiche divaganti tra gli aurei paesaggi di una Toscana segreta, preziosa.

Maraviglioso Boccaccio (con quell’arcaico aggettivo) non si rifà – manifestamente – al Decameron originario, ma ben altrimenti a quello che Paolo e Vittorio Taviani, toscanissimi figli di San Miniato a pochi passi dalla Certaldo del Boccaccio hanno conosciuto come contiguo bagaglio culturale fin dalla giovane età. Una congerie di figure, di fatti, di parole, di racconti che dall’ambito storico-letterario tracima nella vita vissuta, nel trascorrere del tempo, delle mode, dei costumi in un fluire ininterrotto, palpitante, vero, trascendente e realistico insieme.

Un’idea, insomma, quella dei Taviani arrischiata e ambiziosa che ora – a film interamente compiuto – risulta per molti pregi del tutto realizzata. Per tante ragioni. C’è quale elemento di fondo predominante l’intento da diversi segni evidenziato di rapportare l’aspetto contestuale del racconto dall’epoca trecentesca del Boccaccio a quello tutto divampante, attualissimo della nostra contemporaneità. E questo aspetto reso non con schematiche analogie meccaniche ma, propriamente, attraverso sintomi, indizi ricorrenti di un’inquietudine sociale, di un malessere esistenziale ossessivo, logorante.

Per dirlo in modo esplicito la memorabile, rovinosa peste del 1348 – Firenze, l’Italia e l’intiera Europa tragicamente devastate senza scampo – che è all’origine del proposito di dieci giovani dabbene (sette ragazze, tre uomini) di sottrarsi al dilagante morbo rifugiandosi in un’agiata dimora sui colli fiorentini, si può metaforicamente leggere come la corrispettiva del disagio giovanile, delle cruente emergenze belliche in Ucraina, nel Medio Oriente, dello sfascio dell’esosa economia di  mercato che travaglia l’universo mondo d’oggi.

Con in più la sensazione che le antiche parabole che i dieci giovani si impegnano a raccontare – una per ciascuno di giorno in giorno nelle due settimane del loro buen retiro – sono certo più consolanti e gradevoli dei nostri tribolati tempi scossi da eventi, sembrerebbe, irrimediabili.

Sono cinque le novelle tra le cento del Decameron che compaiono nei racconti di ragazze e ragazzi (“l’onesta brigata”) e in ognuna emerge l’insegnamento di una concezione della vita ora appassionata, ora dolente e, ancora, parossisticamente grottesca. Così si incalzano i casi-limite di un amore contrastato e sublimato in una miracolosa resurrezione; dello stordito Calandrino sbeffeggiato dai furbastri Bruno e Buffalmacco; della badessa ipocrita e poco casta sbugiardata da un incidente vergognoso; dell’impoverito duca che sacrifica l’amato falcone per compiacere la sua bella; e, infine, l’inappagata vedova che trova compensazione certa alla sua sete d’amore.

Maraviglioso Boccaccio si può ritenere una sorta di fantastico patch-work ove costumi rutilanti, sontuosi e semplici, un porgere raffinato di tutti gli avvenenti interpreti – da Katia Smutniak a Vittoria Puccini, da Kim Rossi Stuart per (l’occasione imbruttito nello stolido  Calandrino) a Riccardo Scamarcio, da Paola Cortellesi a  Jasmine Trinca – si dipana sullo schermo con decontratta calibratura commentata e ritmata da intrusioni musicali discrete, sapienti.

Superfluo quasi mettere in evidenza che non c’è in questo Decameron tavianeo alcun raccordo né correlazione possibile con il Decameron realizzato da Pasolini nel 1971, panica rivisitazione di una vitalità, di una tragicità spinte fino agli esiti estremi del vivere e del morire. Oltretutto, i Taviani, da sempre attenti ad una idealità prodiga di nativi sentimenti, hanno profuso nel loro nuovissimo Decameron un afflato narrativo montante che si conclude, in fondo, nella moralità di un ottimismo ben temperato, tanto da indurre al sogno, alla speranza di qualche residuo riscatto dalla problematica difficoltà del mestiere di vivere.

Autore: admin

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