Vincenzo SANFILIPPO- La memoria. Il Regista in scena (per Giuliano Vasilicò)

 

La memoria


Giorni fa, a 75 anni, è improvvisamente scomparso Giuliano Vasilicò, caro amico e grande regista. Vincenzo Sanfilippo lo ricorda ‘mediante’ alcune note relative al suo ultimo spettacolo, rappresentato mesi fa a Cerveteri

IL REGISTA IN SCENA

Addio a Giuliano Vasilicò, regista d'avanguardia con la passione per la letteratura

Testo e regia di Giuliano Vasilico’  con Manuel Fiorentini interprete a più voci.   Grotte Matuna della Necropoli 2  di Cerveteri   Produzione Gruppo di Ricerca e Progettazione Teatrale

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Questa mia riflessione scaturisce dopo aver appreso la notizia della improvvisa quanto prematura scomparsa di  Giuliano Vasilicò. Il suo ultimo debutto “ Il regista in scena” ho avuto occasione di vederlo a Cerveteri  nella necropoli etrusca “Grotte Matuna”, luogo-ritrovo associativo scelto da Lui stesso come significato di un’orfica messinscena. Tale luogo   apre un inquietante immaginario, in senso metateatrale, perché mantiene vivo il ricordo della caverna-palcoscenico come fosse  rifugio esistenziale. Le caverne nell’antichità sono state abitazioni per i vivi e dunque s’immagina che anche il mondo dei morti sia un grande regno di caverne sotterranee.

Cavea Teatrale come Grotta? Non possiamo disquisire di un “paragone” se non dopo che la caverna sia stata “riportata” da Vasilicò ad un luogo teatrale, facendo intendere come la nostra vita umana somigli a una caverna, e come l’anima di un teatrante che presentifica altrettante vite sia paragonabile, per analogia semantica, ad un corpo/sepolcro.  Corpo teatrale  che diventa il luogo della continua rigenerazione, riedificazione del senso, là dove il senso nella realtà di oggi sia entrato in crisi.

Giuliano Vasilicò, figura eminente  del teatro di ricerca e di sperimentazione, come un regista sciamano ci introduce a un ontologico “viaggio” simbolico all’interno dell’esperienza concreta, nella struttura interna dell’arte teatrale, per esplorarne potenzialità inespresse, in compagnia di coloro che la scena la abitano di frequente. Lo spettacolo è la ripresa di un suo monologo che egli stesso aveva portato in scena alla fine degli anni Novanta, e  in questo allestimento  lo aveva affidato all’interpretazione di Manuel Fiorentini.  Il monologo reiventa quattro personaggi per un solo volto: un regista, un aiuto – regista, un attore, uno spettatore. Personaggi realizzati dall’attore con ottima presenza scenica, in maniera totalmente diversificata, con differenti toni ed inclinazioni di voce, con cambio repentino di mimica facciale e gestualità corporea, in un esercizio recitativo che sfiora la perfezione in più momenti.

Con voce impostata, con passo sicuro e cadenzato Vasilicò introduceva lo spettacolo cominciando a dare lezioni di teatro, di come si ‘tiene’ un palcoscenico: “Lo spettacolo rispecchia il mio rapporto con i misteri dell’arte scenica vista come organismo vivente, anche nelle sue parti più materiali di scenotecnica (palcoscenico, fondale, quinte, riflettori, platea-spettatori)… il palcoscenico – continuava – è uno strumento che parla, pensa, ama, giudica, attira a sé o respinge come un essere umano, accoglie l’attore fra le sue braccia o lo scaraventa contro le quinte. Un viaggio nelle “grotte sotterranee” di quest’arte, potrebbe svelare orrori o meraviglie. Il teatro non attende altro che registi e attori sappiano cogliere ciò che esso vuole offrire”. Gli spettatori venivano catapultati in un viaggio nei meandri del pensiero del Regista, tra il serio e il faceto, tra silenzi e schiarite di voce, tra visioni interpretative ed immedesimazione allo stato puro. Il Teatro, il palcoscenico, è lì che accoglie, studia e analizza i passi e le intenzioni dell’Attore, come un giudice intransigente, scrutandone i pensieri e decidendo se avvolgerlo in un vortice o catapultarlo sulle quinte.

Quattro figure chiave dello spettacolo perfettamente elaborate come scrittura scenica che si avvicendano in un palco vuoto per testimoniare ognuno il senso della propria presenza performativa, attraverso un viaggio nella struttura interna e nei profondi misteri dell’arte teatrale; un’esplorazione un po’ seria e un po’ autoironica del teatro:  il regista  è raffigurato come un egocentrico demiurgo narcisista che, alle prese con la preparazione di uno spettacolo, vuole verificare la predisposizione del suo attore e confrontarsi con gli imprevisti di questo “viaggio”; ma durante le prove l’interprete,  attore schivo, ribelle, restio alle tecniche recitative impostegli, continuerà con testardaggine a fare come meglio crede. Addirittura non troppo convinto delle esigenze del regista, osa contestarlo facendo i conti con la struttura gerarchica del teatro.

Dopo questo confronto  verbale, quando tutto sembra tornare al suo posto e procedere per il verso giusto, ecco che scoppia improvvisamente un’ulteriore bagarre fra il regista e l’attore, il quale  si ribella investendolo con un vortice verbale e gestuale e scaraventandolo contro le quinte. Interviene il suo assistente alla regia,  nevrotico e concitato in totale disaccordo con il pensiero del Regista, ma accondiscendente per esigenze lavorative. Egli  si mostra impacciato, preoccupato dall’abbandono in corso d’opera del Regista, ma allo stesso tempo, eccitato per quello che si è appena consumato sotto i suoi occhi. Alla fine, a dispetto dei suoi ‘suggerimenti’, legge le note sul finale dandosi una certa importanza.

Intanto al centro di tutta questa diatriba di ruoli il Regista ha infranto il muro ed è passato dall’altro lato della barricata immedesimandosi con il pubblico proprio quando uno Spettatore, alquanto scettico per quanto sta assistendo, chiede il permesso di poter intervenire sull’evolversi di questo spettacolo – farsa – realtà  che si sta sviluppando. Alla fine lo spettatore, gratificato di essere stato preso in considerazione per i propri suggerimenti , colpito da quanto ha udito e visto, parlerà bene di questo spettacolo. E’ proprio  la dimensione scenica del teatro nel teatro, giunto ai suoi limiti estremi, a salvare la situazione, mantenendo misteriosa quest’arte grazie alla quale da sempre attori e spettatori possono fare la “prova della vita”.

La cavea etrusca dove si è svolta la “disquisizione teatrale” è risultatata nelle intenzioni di Vasilicò omologa alla similare struttura del Teatroinscatola, dove il regista aveva già debuttato, in       quanto  abbatte le distanze tra gli artisti e pubblico, come  luogo- non – luogo adatto per il coinvolgimento collettivo che Manuel Fiorentini  riesce a creare.

 

Autore: admin

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