Francesco NICOLOSI FAZIO- Teatro borghese (G. Gleijeses interpreta Wilde allo Stabile di Catania)

 

Il mestiere del critico

 

 

TEATRO ANTI-BORGHESE

L'importanza di chiamarsi Ernesto

“L’importanza di chiamarsi Ernesto”  Di Oscar Wilde.   Spazio scenico e Regia: Geppy Gleijeses.

Con: Orazio Stracuzzi, Marianella Bargili, Geppy Gleijeses, Lucia Poli, Valeria Contadino, Renata  Zamengo, Giordana Morandini, Luciano D’Amico.  Produzione: Teatro Quirino – Teatro Stabile di Calabria.   Al Teatro Verga – Teatro Stabile di Catania

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Forse non si esagera nel definire questa “la commedia perfetta”, per come Gleijeses (nel seguito Geppy), ci ricorda. Ma che si tratta di un vero capolavoro è indubbio. Una meraviglia di intrecci di trama e di letterature, certamente Shakespeare e Balzac, unificando in uno spettacolo il meglio delle due culture fiorite sulle sponde della Manica. Spero di riuscire a sintetizzare la trama.

Algernon e Jack, due dandy nullafacenti, godono della bella vita nella società londinese di fine ‘800, giocando con una loro doppia identità. Jack a Londra addirittura si fa passare per l’inesistente fratello Ernest.. Jack, tutore della bella “campagnola” Cecily, è innamorato di Gwendolen, la quale lo riama solo perché crede che si chiami Ernest. La madre, lady Bracknell, nega la mano di Gwendolen, avendo saputo che Jack è un trovatello. Questi decide di farsi battezzare Ernest per sigillare l’amore per la sua bella.

Algernon invece si reca in campagna per insidiare Cecily la pupilla di Jack, facendosi passare proprio per il fratello Ernest, basta il nome del titolo per far innamorare e fidanzare Cecily . Jack giunge in gramaglie nella casa di Cecily, piangendo la finta scomparsa di Ernest, che invece gli si para dinanzi, sotto mentite spoglie, come fidanzato di  Cecily. L’arrivo di Lady Bracknell e figlia, conclude la vicenda con duplici nozze, benedette dai titoli di stato di Cecily.

Forse qualche studioso avrà analizzato il testo ed avrà rilevato le decine di fulminanti aforismi (Wilde ne fu maestro) che, con perfetta naturalezza, gli attori declamano tra le risate del pubblico. Massime lapidarie, che danno attualità all’opera, che tra le altre cose parla di crisi valutarie e titoli di stato (oggi detti Bomd); il denaro “motore” dei comportamenti, sociali e morali della borghesia vittoriana.

Geppy riempie le sale, ripetendo i record di incassi del 2011, con piccoli accorgimenti da bravo teatrante. Garbata l’idea di affidare il ruolo di Algernon a Marianella Bargilli, con la efficace sua motivazione di poter evocare, nel personaggio estroso, Alfred Douglas, il biondo amante di Wilde. Altra brillante idea è la presenza preponderante del bosco nel secondo atto, come nel “Sogno” shakespeariano, bosco che diventa come un altro personaggio nelle sue invitanti trasparenze, fonte d’amore. In fondo la follia dell’amore,  anche se misurato in sterline, è il tema universale più antico, da sempre rappresentato, simboleggiato dalla doppia identità, nel prima e dopo l’innamoramento.

Non credo che Geppy abbia sudato le fatidiche sette camicie per dirigere questi attori, straordinari interpreti che riempiono la  scena, anche solo con una pausa azzeccata. Tutti meriterebbero un corposo trafiletto, ma ci limitiamo a segnalare i personaggi agli antipodi, il popolo e la nobiltà. Orazio Stracuzzi, incentra nei due servitori l’opaca inesistenza di una classe sociale, che fa da  sfondo alle follie borghesi di un’era che culminerà nella tragedia della grande guerra. Mentre la splendida Lucia Poli (chi è il più bravo in famiglia?) riesce a far  affermare al regista che quella della Poli è “una parte che è un monumento, un monumento che forse Wilde ha scritto per lei”, perfetta, regale e bizzarra come tutti i potenti, novella regina Vittoria.

Infine un cenno alla tragica profezia più volte evocata nella commedia. L’improvvisa morte a Parigi del fantomatico fratello, nella vicenda, ci rimanda alla vera fine del grande scrittore  che ancora quarantenne morì esiliato, proprio a Parigi. La società londinese non sopportò la originalità del pensiero e del senso della vita di un uomo che, di quella società, ne mostrava gli orrori, evidenziandoli ed incorniciandoli, quasi come nel celebre quadro di Dorian Grey.

Altro quadro in scena, incombe sul primo atto: San Sebastiano, nudo, trafitto a morte.

La borghesia non concede scampo alla verità.

Autore: admin

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