Sauro BORELLI- M.L.King, un eroe (“Selma”, un film di Ava du Vernay)


Il mestiere del critico


 

M. L. KING, UN EROE

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“Selma”, un film di Ava Du Vernay

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L’America, si sa, è nata dalla violenza e nella violenza ha contrassegnato la propria tormentata storia. Dalle lotte iniziali per liberarsi dal dominio coloniale inglese alla sanguinosa storia della guerra civile di Secessione, dalle cruente lotte sociali di fine Ottocento a quelle anche più violente del primo Novecento, gli Stati Uniti hanno conosciuto una marcia dolorosa verso la propria emancipazione e la conquista di una compiuta libertà.

Oggi, è altrettanto noto, un Paese potente, ad economia avanzata come appunto gli U.S.A. conosce ancora fenomeni degradanti di intolleranza, di ingiustizia sociale che gridano vendetta al cielo. Tra questi, massimamente, la condizione di soggezione, di sfruttamento, di discriminazione cui sono esposti gli afroamericani che, pur formalmente tutelati da leggio federali, subiscono in modo ricorrente e antidemocratico persecuzioni, oltraggi intollerabili. In questo senso, i recenti fatti di Ferguson e di altre città (gli assassini per mano di poliziotti scatenati) stanno a dimostrare – in spregio anche del Presidente afroamericano Barak Obama – la continuità di una costante componente sanguinosa dell’America, oltretutto ribadita dall’inestirpabile piaga dell’ossessione per le armi, certo pericolosa (sono frequenti le sortite di folli sparatori) e sintomatica di tendenze, pratiche di una convivenza tribolata e iniqua, specie per le comunità al di fuori dell’area privilegiata dei cosiddetti wasp (i borghesi bianchi d’origine anglosassone).

Il cinema e quello di Hollywood in particolare si è occupato, si occupa di recente anche più frequentemente di questo specifico aspetto della contemporanea società statunitense e l’esito più vistoso risulta in sostanza una riacutizzata attenzione verso episodi, figure tipici della condizione subalterna degli afroamericani. Anche perché già da un certo tempo, cineasti, attori, scrittori di questa stessa massiccia comunità danno voce e senso agli infiniti problemi del loro vivere quotidiano: Spike Lee, Denzel Washington, Will Smith, ecc. sono tra i più attivi e consapevoli del loro ruolo di alfieri delle battaglie per la piena emancipazione.

Ora dopo i recenti lungometraggi incentrati sulla tematica degli afroamericani testé menzionata – The Butler di Lee Daniels e Dodici anni schiavo di Steve McQueen – c’è da registrare con preciso interesse una nuova sortita, Selma, la strada della libertà, firmata dalla cineasta anch’ella afroamericana Ava Du Vernay e, per giunta, prodotta da Brad Pitt (da sempre solidale con le cause progressiste) e dalla celebre vedette televisiva Oprah Winfrey (per l’occasione tra gli interpreti in una parte di sguincio). Va detto subito: si tratta di un film dal generoso afflato democratico, pur se non va esente da talune zone d’ombra che, almeno in parte, pregiudicano l’intento originario di denuncia e di prodiga testimonianza di una bruciante questione sociale e politica quale appunto la storica lotta degli afroamericani per la loro piena conquista della libertà.

La vicenda di Selma ricalca puntualmente i fatti cruenti verificatisi in quella città – cuore razzista dell’Alabama – che, nel 1965, imperante il governatore ultraconservatore Wallace, e nonostante la buona disposizione (formale) del Presidente Johnson per l’introduzione della legge per l’integrale possibilità del diritto di voto degli afroamericani fu teatro di scontri della polizia locale per impedire, costasse quel che costasse, quella battaglia per la libertà. In tale contesto, Martin Luther King, giovane pastore battista, già laureato, grazie al suo prodigarsi per la liberazione da ogni schiavitù, dal Nobel per la pace, si pose alla testa del folto nucleo di attivisti e religiosi della sua comunità per realizzare una marcia pacifica che da Selma potesse raggiungere Montgomery, altra cittadella della intolleranza dei bianchi.

E’ su questo spunto narrativo che il film Selma si snoda con alterna efficacia toccando via via i momenti salienti di una faticata evoluzione tra gli stessi leader afroamericani (e in ispecie nel tormentoso rovello psicologico dello stesso King e della moglie Coretta) che, di fronte all’efferata repressione della polizia razzista cerca, non senza logoranti tentativi, di trovare la strategia giusta per battere l’intolleranza, l’ingiustizia. Tutto ciò dipanato tra episodi, dialoghi figure vicende prospettati con civilissima, decontratta obiettività. Pur se ai margini di questa storia esemplare, sono menzionati debitamente gli assassini del Presidente Kennedy, del leader radicale afroamericano Malcolm X e del medesimo Martin Luther King, i martiri della lunga, gloriosa marcia verso la più compiuta libertà. Ava Du Vernay col suo appassionato film non tocca forse l’esito più alto, ma dà sensibile, intenso spessore ad una perorazione civile insieme solidale e oggettiva. Non è poco.

Autore: admin

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