Francesco TOZZA- L’inquietante elaborazione di un lutto (“La vita che ti diedi”, regia di M. Bernardi.Teatro Mercadante, Napoli)

 

 

Il mestiere del critico



 

L’ INQUIETANTE ELABORANE DEL LUTTO

“La vita che ti diedi” di L. Pirandello   con Patrizia Milani, Irene Villa,  Gianna Coletti, Giovanna Rossi, Carlo Simoni  Regia di Marco Bernardi – Prod. Teatro Stabile Bolzano   -Teatro Mercadante, Napoli

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Se la cosa non suonasse blasfema … (blasfema alle nostre stesse orecchie!), non esiteremmo a dire che molto Pirandello, oggi, nel portarlo sulle tavole del palcoscenico, avrebbe bisogno di una sorta di ammodernamento linguistico (o giù di lì), comunque di una qual certa traduzione, onde rendere il parlato meno aulico e ridondante, più immediato ed efficace, più consono, insomma, alla perdurante attualità che invece le tematiche affrontate dai suoi personaggi, nonché i loro stessi comportamenti, tuttora presentano. Ci pensavamo l’altra sera, al Mercadante di Napoli, assistendo alla rappresentazione de La vita che ti diedi, per la regia di Marco Bernardi e l’interpretazione di alcuni  attori dello Stabile di Bolzano: provetti, fra loro abbastanza affiatati, magari anche per il lungo sodalizio con il regista.

Il sipario si è aperto su una scena davvero molto bella (di Gisbert Jaeke), con il bianco accecante delle sue pareti e di quel pavimento, leggermente (forse, per la tipologia della vicenda, emblematicamente inclinato), cui faceva da perfetto contrasto il nero delle vesti che tutte avvolgeva le donne oranti, sulla soglia di un ambiente fuori scena (“la stanza del figlio” morto), da cui proveniva una luce di non minore intensità, comunque spettrale anch’essa.

Eppure, a pochi minuti dall’inizio, lo svolgimento del dramma (della tragedia, dice Pirandello), con l’avvicendarsi sulla scena dei vari personaggi, ha cominciato a suscitare nello spettatore accorto qualche perplessità, come un certo imbarazzo, avvertendosi quasi uno stridore fra il contenuto dei dialoghi e la lingua scenica che lo esprimeva: la disperazione di una madre per la perdita del figlio, in un’elaborazione del lutto lucida e delirante al tempo stesso, da una parte; le parole, cariche spesso delle ben note fatiche dialettiche cui l’Autore le ha sottoposte,  dall’altra, non senza una certa vena lirica, questa volta, certo da non sottovalutare.

Di una modernità sconcertante o, se preferite, di un’attualità fuori del tempo, lo ripetiamo, risulta la vicenda: la protagonista, Donn’Anna Luna (Patrizia Milani), vuole mantenere viva in lei la presenza del figlio, morto subito dopo essere tornato da una lunga assenza, e lo fa con una persistente fermezza, in tutti i modi, convinta che i morti – anche dopo che ne abbiamo accompagnato al cimitero il corpo (l’ingombro di cui finiamo col liberarci!) – continuano a vivere fra noi (di quella realtà che conferivamo loro in vita, anche quando non ci erano accanto): realtà illusoria, sicuramente, ma non meno di quella che ognuno di noi dava loro, prima che morissero.

Mantiene, quindi, la corrispondenza epistolare con l’amante del figlio (Lucia/Irene Villa), lasciandola all’oscuro della sua morte, anche quando lei, convintasi a lasciare marito e figli, decide di raggiungere l’amato nella villa dove abita la madre; la quale ha buon gioco su di lei, reinventandosi un nuovo motivo di assenza e quindi – in un delirio che rischia di varcare la necrofilia – la fa dormire in quella che è divenuta la camera dei ricordi, lasciando sbigottiti gli ospiti abituali della casa, l’affettuosa sorella (Donna Fiorina Segni/Gianna Coletti) e il parroco (Carlo Simoni).

Sopraggiunge, però, l’altra madre (Giovanna Rossi), che cerca di riportare la figlia ai suoi familiari, non senza le resistenze di quest’ultima e della stessa virtuale suocera; ma l’improvvisa rivelazione, da parte della giovane donna, dell’incipiente sua maternità scardina il delirante disegno di Donna Anna: il suo preservare il figlio dalla morte, perpetuandone la vita nella forma di una memoria palpitante, anche se autoingannevole (“Vive”, aveva sommessamente dichiarato, incredula ma quasi trionfante, alla fine del secondo atto). La Vita, invece, distrugge la Forma in cui si era ritenuto possibile fissarla, continua il suo flusso inarrestabile nel ventre di Lucia. A Donn’Anna non resta che prendere atto della sua sconfitta: “Martoriarsi-consolarsi-quietarsi. E’ ben questa la morte”.

Simile, incandescente materia – si diceva all’inizio – sembra in contrasto, un po’ tradita (come altre volte in Pirandello) da una scrittura drammaturgica eccessivamente costruita, talora appesantita da una pretestuosa verbosità e qualche sillogismo di troppo (la famosa accusa di Adriano Tilgher, il quale tuttavia, proprio per La vita che ti diedi, parlò piuttosto di “vena lirica”). L’Autore – si sa – non condivideva tali riserve e rivendicava, proprio per questa sua opera, “nessuna pompa di parole, ma nudo stile di cose”; ebbe a dichiararlo in una lettera indirizzata (il 22 marzo 1923) ad Eleonora Duse, per la quale l’aveva scritta, essendo proprio in quegli anni la grande attrice, ormai ultrasessantenne e con un’assenza di più di un decennio alle spalle, tornata sui palcoscenici (“L’ho scritta con religioso amore, pensando costantemente a Lei”).

L’attrice, per giunta in precarie condizioni di salute e con i postumi di una brutta influenza addosso (che tuttavia non le impedirono di proseguire nelle sue faticose tournée, in quell’assurdo “viver correndo” che l’avrebbe condotta alla morte un anno dopo, negli Stati Uniti), pur non rifiutando il caloroso invito, pregò lo scrittore di attendere. Pirandello, anche lui (come troppo spesso avviene – ieri e oggi – alla gente di teatro) stretto “da miserabili necessità, impellenti, tutte attaccate alla speranza di un frutto sollecito d’ogni suo lavoro”, cortesemente ma fermamente, pretese l’indicazione di “un limite all’attesa, almeno approssimativo”; l’attrice non seppe o non volle darlo, peraltro registrando con dispiacere che le necessità immediate finissero con l’impedire allo scrittore di “rimaner con me al rischio e al pericolo” dell’attesa! Venne meno, così, uno straordinario incontro in palcoscenico fra i due più grandi esponenti del teatro italiano. La vita che ti diedi fu quindi recitato, sembra egregiamente, da Alda Borelli, poi da Marta Abba, e successivamente in più o meno recenti edizioni, da più o meno grandi attrici.

Resta il mistero di quel mancato incontro, forse per nulla spiegato dalla testimonianza di Silvio d’Amico, il grande critico della prima metà del secolo scorso, che parlò di una Duse scandalizzata dal testo, “respinta da quel tema, da quell’intrudersi di una madre nella più gelosa intimità del figlio morto, la sua vita amorosa, materia che le sembrava inviolabile al pudore materno”! Più verosimilmente la Duse, uscita dalle sue più recenti esperienze ibseniane e dannunziane, alle quali tuttavia Pirandello stranamente preferiva i più lontani trascorsi tardoromantici e veristi dell’attrice, era vivamente attratta dal personaggio di quella madre, per nulla rassegnata all’inginocchiare il proprio dolore, ma temeva certo schematismo, la monocorde dialettica di quella che rischiava di divenire una tesi artificiosa, se non sorretta dalla profonda vena lirica che pur sepeggia fra le parole del testo, nel quale, a volte, si palesa addirittura una specie di inquietante incantesimo.

Resa ancor più scrupolosa dal suo definitivo approdo al “teatro di poesia”, avrebbe forse voluto evitare che l’impianto narrativo, ancora sostanzialmente realistico, del lavoro (così si esprime ancor oggi Marco Bernardi, nel programma di sala dello spettacolo qui recensito) compromettese la natura di un personaggio delirante, ai limiti della follia ma per le istanze quasi metafisiche della sua sensibilità; osiamo pensare che la grande Eleonora avrebbe voluto, da vero animale di palcoscenico qual’era, operare quella traduzione cui accennavamo all’inizio, se non sul piano strettamente linguistico (non erano tempi di riscrittura drammaturgica, i suoi!), su quello del comportamento scenico, attaverso le modulazioni della voce, un particolare controllo dei gesti e dei movimenti.

Il testo ne avrebbe guadagnato di sicuro, andando più efficacemente, aldilà della pagina, alla prova della scena, come spesso avviene in teatro. Ma tutto questo avrebbe richiesto tempo, studio, onde la tutt’altro che ingenerosa richiesta di attendere. Pirandello non capì (forse non conosceva a fondo l’ultima Duse), comprensibilmente ma qui ottusamente attaccato a “un lavoro che dovrebbe essere libero perché veramente vive e respira fuori di tutte le miserie della vita ordinaria”, e invece libero troppo spesso non é. Non volle o non seppe attendere.  Ma il nodo cruciale per la messa in scena di quel testo (come di molta parte del teatro pirandelliano) resta lì, in quella difficile, blasfema (ancora oggi?), ma assai intrigante traduzione. Presente in forse pochissime versioni sceniche dell’opera; e che comunque, l’altra sera, al Mercadante, non c’è stata.

Autore: admin

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