Angelo PIZZUTO- A tempo di musical (Enrico Montesano in “C’è qualche cosa in te…” Roma, Teatro Sistina)

 

Il mestiere del critico

 

 

A TEMPO DI MUSICAL

C'È QUALCHE COSA IN TE - regia Enrico Montesano

“C’è qualche cosa in te”

di Enrico Montesano
con Enrico Montesano
e con Ylenia Oliviero, Michele Enrico Montesano, Marco Valerio Montesano
Coreografie di Manolo Casalino Scenografie di Gaetano Castelli Musiche originali di Renato Serio
Brani storici di Claudio Mattone, Gorni Kramer, Renato Rascel, Armando Trovajoli, Pietro Garinei e Sandro Giovannini. Roma, Teatro Sistina

*****

“Tanto lo sai che prima o poi ci troveremo tutti quanti in musical….\ perchè qualcuno escamerà\ perchè qualcuno griderà….è meglio il musical” (Enzo Jannacci- dalla canzone “Musical”)

Così ridevamo, così abbiamo riso, così non torneremo più né a ridere né a sorridere. Enucleando, su onde di memoria, il senso e la storia del teatro musicale italiano: dai suoi prodromi di cafè chantant (gustosamente partenopeo,ma di importazione francese) sino al tramonto di Sistina e Bagaglino, vivai senza rivali di talenti comico-poliedrici e fucina di produzioni costanti e fescennine, lungo gli struggenti capitoli dell’avanspettacolo e del teatro di rivista (secondo Dapporto e Macario). Cronache del teatro musicale come storia del costume e dell’umorismo nazional-popolare, dalle ‘grandi speranze’ del dopoguerra al freddo intirizzito della ‘seconda repubblica’ peggiore della prima. Sentimenti semplici contro sentimenti ‘liquidi’ e macilenti, cerebrali e decerebrati al contempo; dallo scanzonato ‘canta che ti passa’ all’evergreen del ‘c’è poco da cantare e cantarsela’. Come le messe ‘senza soldi’, bigie e sordomute.

L’apogeo della musica ‘per sognare’, la sua lieve contaminazione con la realtà edulcorata nelle serate televisive di “Canzonissima” e “StudioUno”, con l’antropologia dell’italiano medio- piccolo borghese, già frastornato da emulazione consumista, si interruppero – negli anni ottanta- con l’esiziale avvento delle serate al Biscione, i suoi stucchevoli “drive in”, “colpi grossi” e “paperissime”, acme della stupidità narcotica e stagnante dinanzi al tubo catodico- e la morte di protagonisti storici come Bramieri, Rascel, Walter Chiari, Modugno. Dei quali solo Proietti, Montesano e il promettente Brignano- in più sporadiche, occasionali reviviscenze -hanno raccolto un’ eredità che è, al contempo, anacronistica e devozionale, nostalgica e divulgativa- rispetto ad un pubblico di under 50 che non capisce nemmeno di cosa parliamo.

Lacuna ben colmabile per chi avesse voglia (ed opportunità) di ritrovare proprio l’Enrico Montesano dei tempi migliori (quelli di “Rugantino” e “Conte Tacchia”) in “C’è qualche cosa in te…”, gradevolissima passeggiata fra i brani più belli della commedia musicale italiana, esplicitamente concepita per celebrare grandi artisti di un passato recente-remoto. Ove si ridisegna quel certo tipo d’Italietta che si affanna e percuote alla ricerca del guadagno facile, “quel maledetto Stivalone dove tutto ha un prezzo, tutto può essere comprato a tal punto che…le banconote asciugano le lacrime meglio di un fazzoletto”.

Condiscendenza di piccole magie evocative (per noi melanconiche) che trovano perfetta ragion d’essere in un vecchio deposito di trovarobato, di cui è custode il Montesano, ‘cultore’ dei propri maestri, tal Nando Ciavatta, ultimo testimone di un periodo che fu d’oro per il teatro. Arroccato nell’edificio, privo di ogni contatto con il mondo esterno e inebriato dalla storia racchiusa in ogni singolo costume di scena, l’uomo passa le giornate a prendersi cura del ‘suo’ straordinario guardaroba e, indossando di volta in volta un vestito diverso, come a rivivere i fragili incantesimi di perdute stagioni che scatevarono la complicità di un pubblico pagante e di bocca buona.

Il tutto si infrangerà il giorno in cui una holding senza scrupoli busserà alla sua porta esibendo un documento di sfratto: tutto l’edificio sarà raso al suolo perché al suo posto sorgerà l’immancabile, remunerativo, saprofita Centro Commerciale dove parcheggiare anziani e bambini il fine settimana (ad ulteriormente rincitrullirsi). Dalla sala, e nel frattempo, avremo avuto modo di riassaporare refrain giovanili del “Sistina Story” tratti di volta in volta da titoli d’ ‘antan’ quali “Un paio d’ali”, “Buonanotte Bettina”, “Un mandarino per Teo”, “La padrona di raggio di luna”, “Il giorno della tartaruga”, l’immarcescibile “Rugantino” (e quant’ altro ci sfugge)su ‘adescante’ pentagramma ascrivibile alla genialità artigianale dei vari Kramer, Rascel, Trovajoli, Claudio Mattone, Pietro Garinei e Sandro Giovannini.

Lieto fine di prammatica (mediante una figlia ‘ritrovata’ dal Ciabatta, Ylenia Oliviero, con smagliante talento da soubrette), ed elogio meritato \collettivo per l’eccellente compagnia di giovani che asseconda il protagonista, imparando e impreziosendo, di replica in replica, il proprio innato, multiforme talento di commedianti a tutto tondo. Con predisposizione al canto, alla recitazione caustico- briosa, alla danza leggera. (articolo21.org)

Autore: admin

Condividi